DICIOTTESIMO MEETING ANTICLERICALE

            DIBATTITI 

 

7 settembre 2002

OGNUNO  HA  IL  DIO  CHE  SI  INVENTA - dibattito sull’ateismo, relazioni di Francesco Carlizza, Tiziano Antonelli e Carlo Pauer

 

FRANCESCO  CARLIZZA 

Vi è una differenziazione tra ateismo e anticlericalismo, quest’ultimo suppone la battaglia per la libertà degli individui contro l’imposizione del  potere religioso, di qualsiasi tipo di potere religioso.

Il 75% della popolazione mondiale è sottoposta alle leggi etiche e morali imposte dalle nove religioni principali sul pianeta che sono: in occidente ed in medio oriente l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam; in India l’induismo, il gianismo e il sikhismo; nell’estremo oriente il buddismo, il taoismo e il confucianesimo.

La lotta degli anticlericali si concentra sulla battaglia per la libertà degli individui, tanto più forte quando queste religioni nel corso della storia dell’umanità sono diventate religioni di stato o anche quando, pur non essendolo nominalmente come in Italia, di fatto lo sono perché impongono i propri canoni etici alla popolazione, anche non credente.

Il cristianesimo è ancora religione di stato in tre paesi europei, Finlandia, Inghilterra e Norvegia  (per quanto vi sia una tradizione di rispetto nei confronti delle altre religioni), in tre paesi sudamericani, Bolivia, Colombia e Paraguay (dove di rispetto ve ne è molto meno).

L’ateismo nega l’esistenza di Dio per cui porta avanti una battaglia in difesa della libertà, ma attuata   soprattutto sul piano filosofico.

Il  teismo che in qualche modo fa parte della nostra cultura è quello cattolico, per via soprattutto dell’educazione che ci è stata imposta, ma dobbiamo ricordarci che questa non è l’unica forma esistente di trascendenza o di spiritualità.

Vi sono molteplici forme con le quali si manifesta il teismo, vi è il monoteismo, vi sono religioni come il buddismo che, pur non supponendo l’esistenza di un dio, sono tributarie ad un essere superiore di onori e culti, altre ancora, pur dando tutta una serie di norme e proibizioni nel comportamento degli adepti, non obbligano a credere in un dio.

Tutto questo scenario presenta dei paradossi; considerando il cristianesimo, si può citare il paradosso del diavolo: se dio è onnipotente e infinitamente buono perché c’è il male sulla terra?

La risposta sta nell’esistenza del diavolo, ma allora dio non sarebbe onnipotente!

Anche l’islam ha il suo diavolo; diavolo deriva dal greco e significa divisione.

Anche la trinità esiste in diverse religioni sia occidentali che orientali.

In altri casi siamo stati abituati al sincretismo della Chiesa cattolica che ha recuperato il paganesimo trasformandolo all’interno della propria religione  con le proprie ritualità; per esempio le dodici Madonne nere che esistono in Europa derivano dal culto pagano della madre terra, il 25 dicembre festeggiato come il giorno di nascita di Gesù contemporaneamente è il giorno di nascita di Mitra, di Apollo e altre divinità ricondotte al calendario solare visto che questa data corrisponde (in modo non preciso perché una volta i calcoli astronomici erano meno esatti) al solstizio d’inverno.

Il sincretismo è l’assorbimento e la commistione operata da una religione nei confronti di altre religioni preesistenti; se in Europa la Chiesa cattolica ha compiuto questo tipo di operazione nei confronti del paganesimo, ad Haiti lo fa per i culti vudu  e gli esempi potrebbero essere molteplici.

 

TIZIANO  ANTONELLI

Nella società quando gli uomini associati prendono coscienza della possibilità di costruirsi un proprio mondo, diminuisce la necessità di un dio o di una religione che attraverso caste sacerdotali e liturgie porti alla trascendenza, esorcizzando la paura dell’ignoto.

Spesso il papa parla di libertà e prende posizioni nei confronti dei modelli economici citando il liberalismo e il liberismo; tutto ciò lo vedrei però inserito in un percorso.

Nei regimi in cui la Chiesa cattolica è minoritaria, si fa portavoce di istanze di libertà: libertà di parola, libertà di culto; ma dove il cristianesimo è forte, come in Europa, pretende poi di rappresentare il pensiero occidentale: la cultura occidentale diventa la cultura cristiana e fa in modo che questo principio venga sancito ufficialmente, come di recente è successo al Parlamento europeo per l’enunciazione dei principi della Costituzione.

Ecco che la parola libertà assume un valore negativo e pericoloso perché l’unica libertà di scelta è quella della scelta alla sottomissione della Chiesa cattolica in quanto portatrice di verità.

Queste affermazioni hanno ovviamente delle conseguenze nella vita sociale e politica e indicano una volontà chiara della Chiesa di rivendicare la propria libertà per proibire quella altrui.

In un quadro simile, in Europa i pensieri altri, come l’anticlericalismo, l’ateismo, l’antiautoritarismo, che si fanno portatori di principi come la libertà di pensiero, di organizzazione, di associazione, di uguaglianza individuale devono compiere un passo in avanti affermando anche un’uguaglianza politica ed economica, la solidarietà e il mutuo appoggio.

Storicamente il movimento anarchico nacque  proprio da una rottura con le correnti rivoluzionarie e democratiche che si ispirano a questi principi e diviene un movimento di massa dopo la Comune di Parigi, perché vi fu l’esigenza di andare oltre l’enunciazione di principi di libertà per attuare una gestione proletaria della cosa pubblica.

Vi è quindi una continuità storica dell’estensione del concetto di libertà e di uguaglianza attraverso l’attuazione di una reale solidarietà.

Nel confronto con quelle che vennero definite libertà borghesi, il marxismo ha invece un atteggiamento ambivalente che nasce anche da tutta una serie di nodi non sciolti sia nel pensiero di Marx, sia in quello dei suoi seguaci.

Marx ha fatto un grande lavoro di critica speculativa dell’ideologia borghese sul piano filosofico, politico ed economico per poi avviare un’analisi scientifica di raccolta di dati empirici, terminata poi da Engels, lasciata in eredità a tutte le forze di trasformazione sociale.

I cosiddetti seguaci (Lenin, Stalin e Mao) però non hanno seguito quella strada soprattutto per quanto  riguarda l’applicazione dei modelli marxiani del processo di produzione e della caduta del profitto.

Sostanzialmente viene abbandonato il terreno sperimentale per tornare alla riflessione speculativa che si rispecchia nella prassi politica attraverso l’organizzazione di partiti verticistici che ritengono impossibile  andare oltre una coscienza socialdemocratica.

Ci troviamo quindi di fronte ad una casta che possiede una verità, mentre al singolo individuo, lavoratore o proletario che sia, è consentito solamente di emanciparsi seguendo la linea che da questi sacerdoti viene tracciata; il rapporto tra i vertici del partito e i militanti è di totale subordinazione.

Anche in questo caso, esattamente come ha fatto nei secoli la Chiesa cattolica, chi si allontana dalla verità rivelata e mette in dubbio, in questo caso, la strategia del partito viene praticata l’unica risposta possibile che è l’epurazione, l’espulsione o il gulag.

Secondo me esiste un legame fra l’abbandono del terreno della critica e la costruzione di strutture gerarchiche che controllano il movimento operaio; a questo punto il passo è breve verso un passaggio  ad una svolta religiosa vera e propria.

Non a caso sia Molisevic, sia Gorbaciov che altri leader o ex-leader dei paesi dell’Europa dell’est fanno un esplicito riferimento alla proprie chiese nazionali.

Se la verità fosse il prodotto di una cultura propria del lavoro associato dei movimenti operai, proletari e antagonisti, anziché un’assunzione di verità rivelate dall’alto, ci troveremmo di fronte ad una società dai principi totalmente differenti da quelli attuali.

Possiamo anche dire che abbiamo acquisito la consapevolezza che non ci sarà mai possibile gestire e controllare tutto, ma che dobbiamo agire nella realtà specifica in cui ci troviamo conoscendola e contrapponendoci al pensiero dominante che vuole imporci molte forme di trascendenza, a prescindere se poi nella pratica corrispondano ad una chiesa o ad un partito.

Questa consapevolezza e questa critica rappresentano il pensiero di una minoranza, che è però sempre più consistente e sta preoccupando molto i governanti, i militari, i capitalisti e il clero.

La cosiddetta crisi di legittimazione passa attraverso la restaurazione del militarismo, dell’autorità dello stato e del governo, delle leggi, del potere capitalista all’interno dei posti di lavoro e delle religioni.

Non è sufficiente cambiare la struttura sociale per eliminare un’ illusione religiosa così radicata, anche se è ovvio che l’affermazione del potere clericale ha bisogno dell’appoggio dei governi.

Il concetto di libertà ai nostri giorni è completamente sganciata da un pensiero critico e diventa un pretesto per affermare i valori della nobiltà, dei legami di sangue, dell’onore, della comunità territoriale ecc. per attuare rapporti di subordinazione.

Per combattere il clericalismo e il teismo è necessario che si metta in discussione questo rapporto di subordinazione tra le classi sociali, non in nome di una ideologia, ma di una ricerca dal basso su come possa essere possibile attuare forme di emancipazione e di vita sociale egualitaria.

La questione di dio esula da contesti di pensiero di tipo personale.

Liberare la visione del mondo da qualsiasi legittimazione superiore e trascendente è una componente essenziale di un processo di trasformazione sociale.

E’ curioso pensare che Aristotele fondò un’etica a partire dall’esperienza pratica degli uomini fra di loro, senza riferimenti  a dimensioni riconducibili al divino o al sacro e la fondò sulla libertà, cioè sulla capacità dell’individuo di essere libero dalle esigenze materiali.

Per Aristotele l’etica nasce dalla libera scelta che non può essere prerogativa dei poveri o degli schiavi, perché solo la liberazione economica può aprire la strada ad un’effettiva liberazione dell’individuo, senza che subentri il bisogno della sacralità o delle religioni.

 

CARLO  PAUER

In una prospettiva di dissoluzione del potere della Chiesa cattolica e di crisi profonda della teologia pongo una domanda:  il dio cattolico, o comunque la concezione del divino nella teologia cattolica,   è ancora attuale, cioè è capace di essere forte di quelle caratteristiche che hanno permesso a questa religione di crescere, affermarsi e riorganizzarsi costantemente? Inoltre, questo dio è ancora attualizzabile e modernalizzabile?

E’ importante capire perché si pone questa domanda: il divino ha come fondamento la risposta al limite della conoscenza che ha una sua specificità nel linguaggio.

Il concetto del divino non è riferito al dio della bibbia, ma è un’astrazione complessiva che pone risposte al limite della conoscenza, della discibilità, della nostra capacità a vivere il mondo.

Nella cristianità l’irruzione della storia dentro la teologia, partendo da Paolo che inventa l’universalismo politico, è un progetto che può realizzarsi sulla consapevolezza della mortalità dell’uomo e del limite della ragione; il dio diventa uomo e attraverso questo viene costruita una dialettica di tipo materialista.

I tempi di soluzione delle contraddizioni che nascono da questo presupposto hanno originato nei secoli un esercizio di potere che è assolutamente in linea con la teologia e che  si è attuato con crimini di vario tipo.

Coniugare l’immanenza e la trascendenza in questa costante dentro l’universalismo e dentro a progetti diversi nel corso della storia, oggi è possibile?

Pio IX aveva intuito che non era possibile perché quello che gli succedeva intorno poteva diventare incontrollabile, ecco il perché del Sillabo, ecco  perché, da un punto di vista cattolico, era detestabile la pressione della modernità.

Nella prospettiva attuale, che valenza ha la presenza dei movimenti cristiani all’interno del cosiddetto movimento no-global?

Sicuramente questo ha prodotto uno sgretolamento all’interno del cattolicesimo perché assistiamo ad una critica delle politiche internazionali, ad una attenzione verso le problematiche del sul del mondo e quindi anche ad un’esigenza di autonomia nei confronti della posizione ufficiale del Vaticano.

Penso che la frammentazione sia più visibile e se pone dei problemi al loro interno (perché da un lato attuano una pratica di vita orizzontale e, almeno all’apparenza trasparente, dall’altro devono ricondursi ai vertici della Chiesa a cui fanno comunque riferimento), pone anche a noi che abbiamo una dimensione culturale nettamente differente dei quesiti non facilmente risolvibili.

Vedrei tutto questo come la risposta di una tigre ferita che deve fare i conti con una sovraesposizione, anche da un punto di vista massmediatico, delle proprie volontà e che la espone ad una possibile repressione.

La globalizzazione e i poteri forti sono preoccupati ed insicuri quando ricorrono alla repressione o alla stigmatizzazione di stabilire chi è violento, chi ha diritti e chi no.

 

 

 

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