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OGNI EPOCA HA LE SUE INQUISIZIONI
Introduzione di Chiara Gazzola
“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” questo sta scritto nel vangelo, è una semplice citazione che però esplicita chiaramente come la chiesa cattolica abbia da sempre la necessità di definire ciò che è vero, ciò che è normale, ciò che è giusto e questo per poi andare a definire le anormalità, cioè le diversità che vanno inquisite e represse; non mi riferisco a episodi conosciuti nella storia, ma alla realtà dei nostri giorni. Questa impostazione di pensiero sul concetto dell’imposizione della verità non è tipica solo della religione cattolica, ma di tutti gli integralismi ed ideologismi. Coi pensieri totalizzanti dobbiamo fare i conti tutti i giorni, a partire dalle esperienze quotidiane; va da sé che quando si impone un pensiero o un comportamento si crea un approccio inquisitorio che produce marginalità e discriminazione. Può sembrare semplice non cadere vittime dell’inquisizione moderna: comportarsi bene, allinearsi al pensiero dominante, rientrare nei ruoli socialmente predefiniti. In realtà non è così semplice, perché è facilissimo cadere nella trappola per esempio della definizione di anormalità e diversità: è sufficiente che qualcuno, che ha più potere di noi in quel momento, giudichi male, o segnali un nostro comportamento, per cadere vittime di strumenti repressivi quali licenziamenti, discriminazioni, TSO (trattamento sanitario obbligatorio) ecc. Affinché l’esistente non si modifichi è essenziale che i ruoli sociali rimangano nei canoni tipici del patriarcato e soprattutto le donne – affinché vengano salvaguardati i valori della famiglia tradizionale – devono continuare a fare le brave mogli, madri, assistenti di ammalati e anziani ecc. Il ruolo che la donna moderna deve incarnare è quello della consolatrice e pacificatrice; le viene riconosciuta una genialità e una “nuova” dignità purchè continui a rinunciare ai propri desideri per donarsi agli altri, mettendo pace a conflitti che potrebbero far emergere dubbi sulla validità di un sistema basato sulla disuguaglianza sociale.
Ho accettato volentieri l’invito ad intervenire a questa iniziativa anticlericale e al dibattito sulle nuove inquisizioni perché la psichiatria è sicuramente la forma di inquisizione moderna più organizzata e sistematizzata che noi conosciamo. Chi ha avuto a che fare con le persone che si imbattono nella psichiatria deve confrontarsi molto con la dimensione del divino, dello spirituale, della religione e questo è il secondo motivo per cui oggi sono qui. Nei reparti psichiatrici si applicano ancora metodi usati all’inizio del ‘900 perché vi è ancora la convinzione, per esempio, che la febbre molto alta bruci il virus della pazzia e quindi agli utenti si provoca l’innalzamento della temperatura. Il colloquio psichiatrico è molto simile a quello che gli inquisitori praticavano per sentenziare la colpevolezza delle streghe nel medio evo. Nella mia esperienza ho potuto constatare che chi subisce il trattamento psichiatrico è in qualche maniera una persona disordinata, cioè una persona che mette in discussione l’ordine mentale, l’ordine familiare, l’ordine sociale; non si tratta sempre di una scelta consapevole, semplicemente sono persone che ontologicamente – direbbe chi parla bene – non possono stare nell’ordine precostituito. Nel 1908 il direttore del manicomio di Messina scrisse che nel suo istituto si verificava il 40 per cento di guarigioni. Mi sono sempre chiesto perché potesse constatare un dato così alto di guarigioni visto che solo una grande fantasia poteva immaginare che i metodi di cura usati in quel periodo potessero avere un effetto benefico sulle condizioni psicologiche di un individuo. In realtà la psichiatria ha sempre basato le sue tecniche sulla minaccia e sulla violenza; ritengo che quella che gli psichiatri avevano davanti non era una malattia da curare, ma una serie di comportamenti e modi di essere che se repressi con la contenzione fisica in alcuni casi venivano sopiti e questo risultato viene ancor oggi chiamato “guarigione”. Come alcuni dei primi cristiani rinunciavano alla fede per salvare la pelle, gli utenti psichiatrici capiscono che reprimendo le loro azioni e le loro parole possono non subire le torture. C’è ancora chi sostiene che le terapie con gli psicofarmaci sono più efficaci dei metodi alternativi basati su approcci educativi e sulla relazione tra individui; il metodo migliore per far cambiare idea ad una persona è quello della minaccia e della violenza. La contenzione fisica è oggi sostituita dalla contenzione chimica, ma sia l’approccio, sia gli effetti delle cure si basano sullo stesso principio di lesionare il sistema nervoso e limitare la libertà espressiva della persona che subisce il trattamento; lo psichiatrizzato sa che ciò che dirà o farà può essere causa di ulteriori violenze e quindi quella che viene chiamata guarigione è la decisione del cosiddetto utente di smettere di esprimersi liberamente. Lo scopo degli psichiatri è quello di farti negare ciò che tu affermi e come sappiamo questo era il metodo usato dalla santa inquisizione. Se una persona afferma di essere il cavaliere di Baullà e vuol salvare il mondo, gli psichiatri affermano che è schizofrenico, ma se quella persona accetta di essere schizofrenica può uscire dalla spirale di violenza, se non lo accetta rimane in psichiatria. Chi non accetta la diagnosi psichiatrica, cioè non accetta di considerarsi ammalato, rimane nei manicomi in tutto il mondo. La storia della psichiatria è fondamentalmente questa, cioè quella di convincere operatori sanitari e utenti che esiste una malattia e che l’azione sulla malattia è una terapia. A Roma uno psichiatra imponeva a tutti i ricoverati, quando assumevano psicofarmaci, di recitare la formula “questa è la terapia”; tutto ciò stava a simboleggiare l’assoluta accettazione del potere medico: l’assunzione di sé come malato e dell’altro come guaritore. Ci fu l’episodio di un ricoverato che nell’assumere gli psicofarmaci chiese di poter dire “questa è la porcheria”, gli infermieri, che avevano forse poca cognizione della psichiatria moderna e democratica, glielo permisero e questa a mio parere rappresenta una forma, seppur minima, di ribellione all’istituzione repressiva, come lo era per i ricoverati nei manicomi poter pisciare per terra o strapparsi i vestiti: comportamenti che nelle cartelle cliniche sono riferiti allo stato di malattia, ma che per i ricoverati per lo meno significava che i loro carcerieri dovevano poi pulire. L’utente psichiatrico vive in reclusione e difficilmente ha una solidarietà all’esterno anche se, al pari dei dissidenti politici, è incarcerato perché esprime idee non condivise; la persona che finisce in psichiatria sa che nessuno condivide le sue idee e che gli amici e i familiari sono i primi a non ostacolare l’intervento degli psichiatri. Tornando all’episodio del ricoverato di Roma, si verificò che tutti i ricoverati cominciarono a dire “questa è la porcheria” e di conseguenza il primario intervenne con punizioni intramuscolari, le punture ebbero l’effetto che tutti ripresero a dire “questa è la terapia”! Qui non si trattò di gesti, di ribellioni contro gli infermieri, ma semplicemente di una parola e su questo tipo di negazione si fonda la psichiatria, parole e ricerca di consenso. Nessuno degli psichiatri che io conosco si sente un carnefice e nemmeno si riconosce in quello che viene descritto in un film come “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, semplicemente non pensano che quelle sono situazioni che li riguardano direttamente, come forse nessuno di noi ha mai esultato alla notizia che un “matto” sia riuscito a scappare dal manicomio. La cecità della società è tale che non ci rendiamo conto di quanto e come siamo parte di questo meccanismo perverso… quante persone amorevolmente si liberano della presenza di amici e parenti portandoli nelle strutture psichiatriche? Vi è la convinzione diffusa che i nuovi farmaci non siano dannosi, come non lo doveva essere il Serenase diffusissimo qualche anno fa e che adesso è giudicato dannoso; tutte le terapie psichiatriche, dalla lobotomia all’elettroshock agli ultimi psicofarmaci, sono giudicate nel momento della loro massima diffusione efficaci e meno dannose di quelle usate in precedenza. Il problema non è dimostrare che la malattia mentale non esiste, ma che anche di fronte all’evidenza si continui ad utilizzare lo stesso tipo di ragionamento quando ci troviamo di fronte delle persone disordinate, persone che nessuno può piegare. Quando una persona afferma di essere un muro, quella persona è veramente un muro; l’approccio non deve seguire dei ragionamenti che per noi sono logici, ma deve basarsi sull’esperienza; dobbiamo essere in grado di parlare con un muro, non come se fosse un muro. La psicoterapia usa le parole, anziché i farmaci, ma tende a dimostrare che tu sei matto e hai bisogno di cure e questo è dimostrato dalle cartelle cliniche che non citano i bei contenuti di un dialogo sostenuto con l’utente, ma sentenziano diagnosi: le affermazioni di un medico rientrano in un ambito scientifico, le affermazioni degli utenti sono deliri. Una delle mie prime esperienze nei manicomi fu quella di vedere un uomo in cortile con le mani legate dietro la schiena che appena mi vede mi blocca e mi dice “slegami” e resta a guardarmi, ma le mie riflessioni istintive non mi portarono a pensare che potevo lasciarlo libero, ma che mi avrebbe potuto aggredire…ma ciò che quella persona mi voleva dimostrare è che la mia libertà contrapposta al suo essere legato di fronte a me produceva in me l’incapacità di reagire. La mia esperienza in questi vent’anni è un timido tentativo di andare verso quest’uomo e avere il coraggio di liberarlo e questo coraggio riusciamo ad acquisirlo non perché ideologicamente ci sentiamo libertari, ma quando riusciamo ad entrare in relazione con queste persone e con le loro esperienze. Alcune persone vengono portate in psichiatria non a causa di una malattia, ma a causa di ragionamenti o comportamenti che altre persone non condividono, che da quelle parole sono disturbati. Chi finisce in psichiatria non ha problemi, ma crea problemi; ho conosciuto persone che potevano tranquillamente rischiare di essere considerati folli, ma che si sono salvati dall’azione repressiva di questa branchia della medicina perché il loro comportamento era condiviso dal contesto in cui erano inseriti. Quando l’ordine viene rotto scatta il metodo inquisitorio, ma la persona che rompe quel ordine non compie una scelta, sta semplicemente esprimendo una diversità. La mia esperienza si può riassumere nello smettere di usare la psichiatria: quando abbiamo di fronte persone libere ci si deve entrare in relazione e non è assolutamente facile quando queste persone usano una logica completamente diversa dalla nostra. Più noi diamo per scontato che esiste una realtà, che esiste un ordine mentale, più siamo vicini ai metodi della psichiatria. Secondo me non vi è differenza tra una persona incarcerata per delle idee politiche, etiche o religiose e una ricoverata nei reparti psichiatrici, sono entrambe perseguitate per ciò che pensano. Pensiamo allo stupro compiuto da un uomo che poi taglia a pezzettini la donna che ha violentato e pensiamo agli stupri compiuti dai militari sulle donne del paese che ha perso una guerra, nel primo caso viene giudicato un atto di pazzia, nel secondo è pulizia etnica o addirittura un atto lecito. Non dimentichiamoci poi che questi matti non sempre esprimono una sofferenza, ma spesso si tratta di una forma di ricerca, da cui non hanno bisogno di uscire per cui, tornando alla mia esperienza, spesso si tratta di dare luoghi e strumenti affinché questa dimensione possa essere espressa. Lo scopo che ci poniamo, io e i miei compagni di percorso, non è quello di rieducare o modificare il pensiero degli altri, ma di imparare a tollerare comportamenti anche estremi e diversi da quelli conosciuti, di trovare nuovi equilibri e di dare la possibilità, a chi ci appare come “matto”, di poter in qualche modo realizzare la propria follia, cioè poter seguir quello che l’esperienza suggerisce loro. Quindi non si tratta di ridare ordine ad un disordine, ma di dare concretezza alle fantasie e ai desideri altrui. Non facciamo psichiatria, non facciamo psicoterapia, non abbiamo creato servizi, ma aperto luoghi dove chi ne sente il bisogno entra, si ferma senza essere obbligato a spiegare, parlare ecc.; un luogo dove nessuno si pone obiettivi educativi. Spesso gli psichiatrizzati chiedono tranquillità, possibilità di riflettere in solitudine ed è proprio quello che gli viene costantemente negato: vengono negati spazi di autonomia, al contrario trovano sempre chi li consiglia, spiega e spesso decide al loro posto. Come dicevo all’inizio la nostra esperienza ci ha portato ad entrare in rapporto con la dimensione spirituale perché la maggior parte delle persone che vengono da noi vivono una dimensione mistica. Quando la realtà comincia ad apparire diversa da come lo è stata prima, si sente il bisogno di contesti in cui esprimerla e di trovarle un senso; se io comincio a sentire una voce che mi parla devo dare una spiegazione a tutto questo, o accetto l’idea comune che sono matto, che c’è qualcosa nella mia biochimica che non va e quindi vado a curarmi oppure semplicemente mi chiedo chi mi sta parlando e che cosa mi sta dicendo. La spiegazione che dà maggior conforto riconduce spesso ad un ambito mistico-religioso, perché così viene dato un senso e un’indicazione; del resto la risposta “laica” è la psichiatria e il razionalizzare tutto nell’ambito di una malattia mentale. Mi trovo spesso a chiedermi quale potrebbe essere un contesto laico che abbia la stessa funzione della risposta mistica. Ho conosciuto persone finite in psichiatria che provengono invece da un ambito libertario e la spiegazione che forniscono (in situazioni analoghe alla spiegazione “dio mi sta parlando”) è quella di qualcuno (la CIA, la polizia) che le spia e le minaccia. Ciò che capto, quando ascolto le dichiarazioni di queste persone, è una grande razionalità perché rispetto ad un fenomeno particolare viene fornita una spiegazione plausibile e precisa e viene cercata una soluzione pratica cioè razionale, ma più le persone sono razionali, più finiscono in psichiatria. E’ essenziale capire i contesti e che ci confrontiamo con persone che ci raccontano le loro verità, anche se questo non significa che le dobbiamo condividere…per cui quando ascolto i racconti delle persone che vengono da noi, solitamente dopo l’esperienza con la psichiatria, penso:”e se fosse vero?” Conosco una persona che ogni volta che deve prendere delle decisioni importanti per giorni e giorni parla con S. Filippo, rimane solo con S. Filippo che se ne va quando la decisione è stata presa; questa persona finisce in psichiatria non perché sia aggressivo, ma semplicemente perché le sue decisioni le prende confrontandosi con S. Filippo anziché con la moglie, la quale lo affida agli psichiatri. In questi casi io cerco di parlare con la persona che è il tuo interlocutore (per es. S. Filippo) perché questa non rappresenta un trauma, non è un’invenzione, ma una convinzione e quindi è reale e il non pensare che questi racconti siano bugie è ciò che ci permette di entrare in relazione con le altre persone. L’unica alternativa alla psichiatria è la libertà e la condivisione; penso che ognuno di noi cerchi la sua strada e qualcuno che condivida il suo pensiero. La psichiatria è esattamente il contrario di questo, cioè cerca di cambiare le persone, cerca di convincerle che sbagliano, che devono pensare in modo diverso. Quando entrai per la prima volta in un manicomio non avevo assolutamente idea di che luogo fosse e questo perché tutti i luoghi della psichiatria sono qualcosa di completamente estraneo all’esperienza della maggior parte delle persone, tranne per chi ci lavora o per l’utenza. Per assurdo era più facile identificare la violenza della struttura chiusa e carceraria quando esistevano solo i manicomi, ora è molto più complesso, le linee di demarcazione sono deboli, le istituzioni delegano molto alle famiglie e questo significa che le persone più vicine sono quelle che ti possono fare più male. A mio avviso, dall’interno di queste strutture psichiatriche - si chiamino ospedali, servizi sociali o altro – si può fare ben poco, se non nulla perché anche gli approcci più libertari devono fare i conti con un sistema liberticida; non penso che ci siano strutture psichiatriche migliori di altre. La vera differenza la può fare chi è completamente estraneo al discorso, cioè la società nel suo insieme deve superare la richiesta di luoghi-ghetto. Se vogliamo superare la psichiatrizzazione non dobbiamo in alcun modo riprodurre le concezioni che riportano a quel tipo di approccio, non possiamo creare luoghi a cui le persone possano accedere in virtù del loro stato di salute mentale o della diagnosi medica. I luoghi esistono, e sono i luoghi di tutti,abitazioni, bar, piazze ecc .le persone che finiscono in psichiatria hanno esigenze simili a tutti gli altri, non rappresentano identità separate, siamo noi. La mia esperienza mi dice che in un piccolo paese anche senza creare servizi si possono bloccare tutti i TSO, è più complicato nelle grandi città dove servono risorse di supporto per aiutare le persone a fare a meno della psichiatria: abbiamo aperto case dove chiunque (quindi non solo le persone bollate da una diagnosi medica) può fermarsi per il tempo che gli serve e dove non si parla di cure, di colloqui, di cose da fare, di orari di rientro e di catalogazione delle persone (non interessa sapere se sono ragazze madri, immigrati, matti o persone che non possono rientrare a casa), per sostenere economicamente l’esperienza utilizziamo dei fondi pubblici destinati a persone in stato di povertà e senza fissa dimora. Tra l’altro molte persone finiscono in psichiatria proprio perché non hanno un luogo dove dormire, lavarsi e ripararsi dal freddo, perché la loro condizione, e non per forza di cose i loro comportamenti, li predispone alla diagnosi e quindi la soluzione non va cercata in ambito medico, ma in luoghi fisici dove liberamente una persona possa accedere. L’ipocrisia sta nella psichiatria democratica o moderna…se si vogliono chiudere i manicomi non si possono aprire spazi “alternativi” dove vi siano gli psichiatri, perché questa non è un’alternativa! Le strutture che hanno sostituito i vecchi manicomi sono gestite dalle stesse persone, gli stessi medici, gli stessi infermieri, le stesse burocrazie. I conflitti che nascono nella società, lì devono rimanere e lì devono trovare soluzioni; se i pensieri e i comportamenti di qualcuno ad altri creano disagio, bisogna intervenire lì dove si scatena e non creando ghetti più o meno decorosi che nascondono i conflitti. Se gli psichiatri definiscono la pazzia, dovrebbero saper definire la normalità e su questo mi viene in mente un episodio. Una ragazza entra nella stanza della psicologa ridendo e le viene chiesto il perché e risponde che le piacerebbe sapere chi fosse la persona che era entrata lì prima di lei perché mentre parlavano lui fumava molto, ma le aveva chiesto se era nervosa e questa situazione la faceva ridere perché il suo pensiero era “questo è matto perché chiede a me se sono nervosa” e la psicologa risponde che quello era il medico X primario del reparto Y e scrisse sulla cartella clinica “la paziente presenta riso immotivato” che è sintomo di possibili allucinazioni uditive e le allucinazioni spesso portano alla diagnosi di psicosi e la diagnosi di psicosi toglie i diritti civili: questa ragazza per una risata ha rischiato di compromettere la sua vita. La diagnosi psichiatrica non si basa su valutazioni cliniche, ma spesso si gioca solo nella relazione col medico; se in questa relazione qualcosa non funziona, non convince si dice che si è in presenza di una malattia mentale. Molte persone sono definite autistiche perché non rispondono ai medici, mentre può succedere che quella persona non si fida, non ne ha voglia, sceglie di non parlare. L’aberrazione più grande della nostra cultura è di aver creato delle figure professionali che di mestiere devono capire gli altri e li devono far stare meglio. Per ciascuno di noi riuscire a trovare qualcuno che ci capisca è raro e fortuito. Gli psicologi o gli psicoterapeuti hanno il compito professionale di capire gli altri…non può essere, nel migliore dei casi possono scoprire dopo del tempo se quella persona sta meglio, ma non è una valutazione che può fare il medico. La tollerabilità dei comportamenti è una valutazione soggettiva che parte dalle esperienze delle singole persone. Non si tratta di sconfiggere le malattie mentali, si tratta di non considerarle più come malattie; la psichiatria non è medicina, è controllo. Ovviamente il criterio antipsichiatrico implica una complessità di possibili soluzioni perché le circostanze e le storie non sono tutte uguali. Per una persona che ha vissuto trent’anni in manicomio in una soluzione verso la libertà ci dev’essere una gradualità, ma questo non è un problema medico, ma di giustizia da affrontare fuori dall’ambito psichiatrico. Nelle situazioni dove per la prima volta si vuol ricoverare una persona o gli si vuol fare un TSO bisogna cercare di intervenire per evitare il ricorso alla psichiatria.
Proseguendo su questo argomento del rapporto tra le istituzioni e l’individuo, vorrei parlare di quelli che sono gli effetti dell’inquisizione e della repressione. Quando si vive in un contesto sociale vi sono regole che devono essere seguite; non seguire le regole ci può portare in psichiatria, ma se queste regole non vengono ignorate da un individuo, ma da una collettività le situazioni che si possono venire a creare si differenziano a seconda delle motivazioni o delle ragioni storiche. Nel ‘700 le persone si sono spostate dalle campagne alla città; nella società feudale i lavoratori delle campagne avevano la proprietà sui mezzi di produzione, con l’avvento dell’industrializzazione e del capitalismo i mezzi di produzione non erano più di proprietà di chi lavorava e questo concetto non poteva essere improvvisamente condiviso. La società capitalistica si basa sulla differenza tra chi possiede i mezzi di produzione e chi li utilizza; per far capire ai lavoratori questo concetto, che a noi appare semplice, si è verificata una forte inquisizione e la conseguente repressione attraverso provvedimenti legislativi. In Inghilterra le prime leggi impedirono il vagabondaggio; una persona che veniva fermata una prima volta senza che potesse dimostrare di avere una casa e un lavoro veniva torturata, ma successivamente veniva amputata o uccisa. La paura della repressione fa sì che le persone si adattino alle regole della società, cioè cambino le proprie idee e capiscano che, per tornare all’Inghilterra del ‘700, possono lavorare su un mezzo di produzione che appartiene a qualcun altro. Il potere costituito attraverso l’inquisizione e la ricerca del consenso cambia i punti di riferimento del pensiero dei singoli e delle collettività. Io sono un legale e vivo a Bologna e vedo tutti i giorni gli effetti devastanti della nuova legge sull’immigrazione che ha gli stessi presupposti dei provvedimenti di 300 anni fa in Inghilterra. Per lo straniero che oggi viene in Italia è fondamentale dimostrare di avere un lavoro stabile perché altrimenti si presume che sia un criminale e quindi subisce la repressione: carcere ed espulsione, anche se nel paese di origine vi è una povertà estrema o la guerra. Il pensiero dominante decide sulla nostra vita, o cambiamo idea o subiamo repressione. A Bologna c’è un’esperienza sicuramente eccezionale che è quella dello scalo migranti dove alcuni compagni si sono impegnati a ridare dignità ad un gruppo di persone che hanno una cultura e un pensiero radicalmente diverse da quelli che sono i canoni della nostra società, cioè la supina adesione dei criteri di valutazione tra il bene e il male. Questo scalo è attualmente occupato da circa 200 Rom di nazionalità rumena, alcuni lavorano, altri vogliono continuare a vivere come dice la loro cultura, come dicono le loro nozioni di base, chiedendo l’elemosina o suonando per la strada; ma in Italia non è possibile vivere senza uniformarsi. Questa esperienza rappresenta un esperimento sociale che va in direzione opposta a quelle che sono i dettami del pensiero unico dominante che si è trasformato in una legge che per molti è indiscutibile perché parte della cultura. Come ad un cittadino straniero viene negata la possibilità di stare nel nostro paese se cerca fonti di reddito che, pur essendo lecite, non vengono riconosciute come un lavoro e quindi gli viene tolta la libertà anche di spostarsi dove gli piace e viene rinchiuso in un CPT, nello stesso modo una persona a cui viene negato il diritto di valutare le situazioni secondo canoni che non piacciono ai più, viene definito malato di mente e tramite il TSO rinchiuso in qualche struttura repressiva. E’ in discussione in parlamento un progetto di legge che consentirà il ricorso al TSO nei confronti di chi rifiuta una cura medica (al di fuori dell’ambito psichiatrico) o di chi fa uso di sostanze stupefacenti. La logica che governa quelli che sono i rapporti tra potere e individuo o tra potere e gruppo sociale debole è la stessa e anche le modalità repressive sono le stesse perché si basano sul concetto dell’accettazione coatta di un criterio imposto dall’alto.
Le forme della repressione sono diverse, io ho avuto esperienza della repressione carceraria e ho visto le forme disumane applicate a tante tipologie della diversità. Le sensazioni che gli individui vivono quando sulla loro pelle viene applicata la coercizione producono esperienze inimmaginabili. Per me stare in carcere ha significato vivere una grande insofferenza e ribellione e questo mi ha portato in un manicomio giudiziale (istituzione nella quale non è stata applicata la riforma della legge 180), in osservazione psichiatrica; questa condizione mi ha privato di ogni cosa, anche delle cose materiali, mi ha privato della possibilità di oppormi a qualsiasi abuso, perché il mio reclamo era definito pazzia. Rimane solo la possibilità di assistere ad uno scempio e tacere. Chi ha provato il letto di contenzione, da cui non ti puoi muovere nemmeno per i bisogni corporali, sa che può diventare utile per mantenere lucidità e dignità lo stare zitti perché altrimenti si potrebbero subire trattamenti più lesivi. La repressione è spietata e totale, toglie dignità alle persone e il nostro impegno dovrebbe essere maggiore perché per chi finisce in manicomio o in carcere vi è poca solidarietà e, all’interno delle istituzioni totali, le condizioni di vita delle persone cambiano totalmente se esse sono sole o hanno qualcuno che hanno a cuore la loro condizione.
Sono anarchico, penso che esprimere solidarietà sociale sia molto importante e per questo mi sto impegnando nell’esperienza dello scalo internazionale dei migranti di Bologna che è nato l’anno scorso dopo lo sgombero da parte della polizia di un gruppo di rumeni Rom: hanno distrutto le loro baracche, sono stati portati in questura e solo l’intervento di alcuni compagni e avvocati ha fatto sì che alcuni di loro siano stati liberati. Attualmente sono in uno stabile di proprietà delle ferrovie e qui è nata un’esperienza di autogestione coi migranti stessi, per cui oltre a risolvere il problema di dove stare, si è cominciato un percorso di liberazione sociale dalle leggi repressive nei confronti dei migranti. Si sono regolarizzate quelle persone che avevano un lavoro privo di tutele, si è aperta una scuola di italiano, vi è un’assemblea di donne che cerca di superare insieme alcuni problemi di tipo sociale, sanitario ecc., si è costituito un cantiere di solidarietà con altri migranti che vivono a Bologna, vi è un presidio medico che cerca di risolvere i problemi emergenziali, è iniziato un percorso per la ricerca di abitazioni al di fuori dello scalo. Allo scalo migranti, dopo un periodo di estrema precarietà, ora c’è l’acqua, ma non la luce e il gas nonostante le promesse dell’amministrazione comunale. Lo scalo migranti è comunque per Bologna un’esperienza anomala perché continua da più di un anno anche senza grandi prospettive di una soluzione abitativa più dignitosa, prospettive sempre disattese da parte delle istituzioni.
In una struttura, i Platani è il suo nome, di una cooperativa sociale di Bologna che si occupa di utenti psichiatrizzati da tempo girava la notizia che due di questi utenti sarebbero stati spostati in una casa di riposo, soluzione a cui si ricorre spesso per risparmiare sulle rette di chi compie quaranta anni di età. Gli educatori erano da tempo allarmati ed espressero il loro dissenso motivato dal fatto che non può essere possibile considerare le persone come pacchi postali e che qualche dirigente potesse decidere delle loro vite senza nemmeno consultarle. Alle richieste di chiarimento non viene data risposta ed improvvisamente arriva la comunicazione dello spostamento obbligatorio dei due utenti che di conseguenza si allarmano. La relazione di amicizia tra gli educatori e queste due persone, Mario e Gino, porta alla decisione di andare tutti insieme a fare una gita, momento realizzato al di fuori dell’orario di lavoro per gli educatori, ma al loro ritorno vengono accolti da un numeroso comitato di accoglienza composto da poliziotti, psichiatri, dirigenti della cooperativa… La soluzione è stata in un provvedimento di licenziamento (motivato in una incompatibilità con l’operato della cooperativa) per gli educatori e in un TSO per Mario e Gino. Da qui è nata la vertenza che in prima soluzione ha dato ragione ai lavoratori, accusati tra l’altro di sequestro di persona; “…valutare con minor rigore quando il comportamento illecito trovi la sua giustificazione in una apprezzabile tensione morale, derivante da sentimenti di umana partecipazione” si legge nella sentenza che per altro non è definitiva perché ora vi sarà il ricorso da parte della cooperativa per cui i lavoratori non sono stati reintegrati e per gli utenti non vi è una soluzione dignitosa. Questa vicenda a Bologna ha fatto emergere una serie di contraddizioni tra il ruolo e il lavoro svolto dalle cooperative sociali e le sensibilità e le esperienze di chi vi lavora, anche quando non vi sia una dichiarata presa di posizione antipsichiatrica, ma semplicemente ci si pone in modo laico interrogandosi sul tipo di relazione umana da instaurare. I vincoli e i controlli sono sempre più forti e come lavoratori siamo sempre più subordinati a decisioni prese dalle tecnostrutture che vincolano progetti, esperienze e riconducono i servizi sociali all’interno di una dinamica di controllo psichiatrico repressivo, anche perché il taglio delle risorse economiche va a sostituire la figura degli educatori con quella degli assistenti di base e i progetti che si basavano sulle relazioni umane sono sostituiti dal sempre maggiore ricorso agli psicofarmaci e alla contenzione.
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