SINTESI DELL’INTERVENTO DI RINO ERMINI AL CONVEGNO DELL’ASSOCIAZIONE PER LO SBATTEZZO
MODENA13 settembre 2003
L’intervento di Donato Romito, il compagno che mi ha preceduto, è stato troppo preciso e puntuale perché io possa aggiungere qualche cosa. Direi che la panoramica dei fatti e l’analisi sviluppata su quanto accaduto negli ultimi anni nella scuola da un punto di vista politico e sindacale, sono ineccepibili. Insomma, sono rimasto senza argomenti da trattare, visto che anch’io ero venuto qui con l’intenzione di affrontare quei temi. Mi sposterò quindi su un altro terreno. Il mio discorso sarà molto breve poiché mi pare giusto lasciare spazio a chi ci sta ascoltando, perché possa dire la propria opinione e si apra il dibattito. Entro allora nel merito delle questioni didattiche, in altre parole su ciò che riguarda l’insegnamento rispetto all’oggetto delle giornate qui a Modena: l’anticlericalismo. Dico subito, tanto perché si capisca l’ambito cui mi riferisco, che insegno italiano e storia in un Istituto Tecnico Agrario Statale in provincia di Milano. Fino a qualche anno fa, invece, lavoravo in una Scuola media inferiore. Proprio negli ultimi anni del mio lavoro alle Inferiori, i compagni delle Edizioni Sempre Avanti di Livorno mi pubblicarono un opuscolo in cui discutevo a grandi linee di come intendessi la scuola. Fra parentesi, qualche copia di quel mio lavoro so che i compagni di Livorno ce l’hanno ancora, perciò se siete interessati vi inviterei a richiederla. In quel libretto dicevo, fra altre cose, che vale la pena intervenire politicamente e sindacalmente nella scuola pubblica così come faremmo, in quanto lavoratori coscienti, in qualsiasi altro posto di lavoro. Aggiungevo che, dato il particolare posto di lavoro che è la scuola, valeva la pena spingersi oltre e parlare anche di didattica e insegnamenti diversi volti a cambiare l’esistente in una prospettiva rivoluzionaria. E’ vero che la scuola pubblica era poco ed è sempre meno pubblica, ed era ed è sempre più di stato, ma sostenevo, e sostengo ancora, che spazi per un’azione educativa diversa vi erano o vi si potevano aprire. Dicevo allora che un insegnante che si fosse posto in un’ottica rivoluzionaria poteva e doveva avvalersi del proprio insegnamento mettendovi alla base contenuti e metodi diversi da quelli voluti, graditi e funzionali al potere. Parlando oggi di anticlericalismo credo che si debba muoversi, ancora una volta, sul piano dei contenuti e dei metodi, cosa possibile soprattutto per i docenti di storia, di letteratura, di italiano, ecc. Partiamo dai “contenuti” e facciamo degli esempi, tanto per sintetizzare. Nell’insegnamento della Storia possiamo trovare innumerevoli eventi o argomenti che si prestano perfettamente al tipo di lavoro che io intendo. E’ facilissimo affrontare la storia medioevale e moderna mettendo in evidenza il ruolo che la chiesa cattolica ha avuto nella persecuzione dei propri avversari; parlo di quegli avversari che, da punti di vista diversi, ne mettevano in discussione o ne rifiutavano il credo, l’ideologia e il potere (le cosiddette streghe, gli eretici, i sapienti non allineati, gli ebrei, gli attori, i girovaghi, i giullari....); è possibile quindi mostrare la brutalità, l’ignoranza, la falsità che furono l’essenza del potere ecclesiastico e di queste persecuzioni in quell’epoca. A dir la verità non è difficile fare un parallelo con l’oggi e, al di là dei cambiamenti di forme e di stile, ritrovare nella sostanza gli stessi atteggiamenti. E’ facile poi svolgere lezioni sullo sterminio dei nativi d’America mettendo in evidenza il ruolo che vi ebbe, ancora una volta, la chiesa di Roma. Anche qui non mancarono aperta connivenza con i massacratori e iniziativa propria, né mancarono gli ingredienti della brutalità, della crudeltà, della ferocia propri del potere, si trattasse di quello statale o di quello ecclesiastico. Si badi bene che parlando di queste cose non vuol dire, come a volte ci viene opposto, fare una storia di parte. Vuol dire anzi fare una storia che rispetti l’intelligenza, la maturità e la dignità dei nostri studenti, proprio perché affrontando e spiegando determinati argomenti non raccontiamo loro le solite favole che pongono al centro della storia dio, il cristianesimo, l’Europa, il capitale e tutto quel che ne consegue. E poi sappiamo bene come stanno le cose: basta schierarsi contro il potere e allora si è accusati di essere di parte, basta schierarsi con esso e allora si diventa insegnanti di storia che fanno bene il proprio lavoro. D’altronde, se ci pensiamo, la questione non si pone nemmeno. Io, ad esempio, sono dichiaratamente di parte, sto dalla parte degli sfruttati e degli oppressi, naturalmente quando questi, come purtroppo spesso accade, non stanno dalla parte del potere. Ho fatto poco fa due esempi eclatanti, noti a tutti, ma si potrebbe ben parlare anche dell’arte o della letteratura, un settore là dove, di solito si dice, la chiesa ha fatto molto: ha finanziato, conservato, ecc. Un paio d’esempi bastano a far vedere come ci sia ben altro da dire. Quanti testi dell’antica sapienza greca, romana, ellenistica sono andati distrutti o perduti grazie all’atteggiamento inquisitorio, censorio, mistificatore e truffaldino del potere clericale che non voleva in giro scritti in contraddizione col proprio sistema di idee? Quanti artisti, altro esempio, durante la Controriforma furono perseguitati, boicottati o costretti ad esprimersi coattivamente nel solo modo gradito, ancora una volta, alle gerarchie di Roma, perciò al potere clericale. Se per non dilungarci oltre ci avviciniamo ai giorni nostri, non è difficile far ragionare sul ruolo della chiesa nell’oppressione di operai e contadini dall’Ottocento in poi. Salvo rari casi, i preti si sono sempre schierati con i potenti ed i padroni, dalla parte degli sfruttatore e degli oppressori contro sfruttati ed oppressi. E il ruolo dei preti negli eserciti? Ce lo dice un prete stesso, Don Lorenzo Milani, quale fu il loro ruolo, sia come cappellani militari sia come benedicenti eserciti, armi e gagliardetti. E i preti durante il fascismo? C’è una foto famosa in cui si vede un francescano che marcia, braccio alzato nel saluto romano, in testa a un gruppo di facinorosi e camicie nere. Basterebbe solo quella. Mi posso fermare qui. Di esempi ne potremmo portare a migliaia, ce ne sarebbero per tutte le chiese. E, badiamo bene, non si tratta di lavaggio del cervello a chicchessia. A fare questo sui nostri studenti e sulle nostre studentesse ci pensano altri: le chiese appunto, in particolare la cattolica, le TV, certa stampa, gli insegnanti di CL e comunque quelli allineati col potere, anche quando credono, rimanendo asettici, di non essere di parte. Noi, se ci muoviamo nel senso che ho appena detto, non facciamo altro che dare un po’ di strumenti alle giovani generazioni perché, senza che si vadano a buttare nelle braccia di chi sa quale partito o chiesa che noi non abbiamo, si salvino semplicemente dal potere, di cui il clericalismo è aspetto fondamentale. Vengo ora velocemente ai metodi, proprio un cenno. Esistono metodi “anticlericali” nell’insegnamento? Sì, possono essere più o meno precisi, ma esistono. Nell’insegnamento, per quanto la nostra azione ci consenta di liberarci da quel che ci circonda, bisogna andare nella direzione di eliminare l’autoritarismo per sostituirlo semmai con l’autorevolezza. Questo per me è già essere anticlericali. Certo, so bene che esistono la cattedra, la mia figura di docente, il registro di classe, il preside, ecc., ma è possibile ridurre il peso di queste cose, anche attraverso le lotte, è ovvio, avendo ben chiaro che la conquista di piccoli spazi non è la rivoluzione, ma è un passo in quella direzione, se il passo è mosso da obiettivi chiari. Avere metodi anticlericali, che poi potrei chiamare libertari perché in sostanza è la stessa cosa, vuol dire anche curare con attenzione il rispetto delle opinioni delle studentesse e degli studenti; vuol dire non offendere né la sensibilità né la “delicatezza” degli interlocutori che hanno diritto al rispetto in quanto persone e per di più persone in una fase fondamentale della loro crescita; vuol dire essere rigorosi, nel senso di avvalorare le proprie asserzioni con dati inoppugnabili e là dove il docente esprima proprie opinioni, chiarire che sono tali e non verità scientifiche; vuol dire non fare “prediche”, se no finiamo con l’essere come i preti: non è il caso di trasformare la cattedra in un altare; già, forse, lo è anche troppo spesso; “metodi anticlericali” vuol dire poi non insistere molto sulle questioni sia per non tediare sia per non apparire come quelli che vogliono a tutti i costi “convertire” l’interlocutore, ma dare solo dei dati e delle coordinate inoppugnabili lasciando poi che ciascuno rifletta come meglio crede e giunga a proprie convinzioni; vuol dire infine fornire fonti, per la lettura e lo studio, che ciascuno possa utilizzare se e come crede. Non so se mi sono fatto capire ma, per quanto mi riguarda, nel lavoro pratico ho verificato che muoversi nel modo cui ho accennato sembra funzionare: le mie studentesse e i miei studenti vengono fuori come vogliono, questo è ovvio, a volte anticlericali e a volte no, qualche volta “di sinistra” e a molte volte senza “fissa dimora”, ma tutto ciò a me non interessa gran che, mentre ciò che mi pare positivo e più interessante è che spesso, sono certo anche a partire dal mio insegnamento, hanno un marcato spirito critico, molte curiosità e molta attenzione a ciò che accade loro intorno. A chi mi rifaccio nel mio insegnamento? Direi che ho preso (e prendo) ciò che mi piaceva e ciò che mi serviva un po’ dappertutto, là dove si poteva (e si può) prendere: dai pedagogisti anarchici, libertari, progressisti, sia italiani sia stranieri, che hanno costellato dall’Ottocento ad oggi la storia; dalla mia lunga esperienza lavorativa sviluppatasi per anni in settori fuori dalla scuola (la fabbrica, aziende agrarie, un ospedale, le ferrovie…); dalla mia militanza nel Movimento anarchico e nei sindacati di base; anche da un prete, Lorenzo Milani, che non ho conosciuto, ma che ho letto a fondo; dai rivoluzionari, antichi e contemporanei, famosi e non, che ho incontrato nel corso dei miei studi storici; dalla letteratura; dai miei colleghi, quando li ho visti o li vedo fare cose interessanti; dalle mie studentesse e dai miei studenti ai quali “rubo” in continuazione perché, e lo dico senza esagerare, in molti campi sono la mia migliore fonte di apprendimento. Insomma, mi pare che il discorso sia semplice: il tipo di intervento cui mi dedico nasce, come, credo, per tutti, oltre che dalle convinzioni, dall’esperienza e dagli studi fatti, in fin dei conti dalla mia vita. Ho cercato di essere il più sintetico possibile per lasciare ora lo spazio a chi sta ascoltando. Magari rientrerò nel dibattito sulla base degli interventi.
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