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CONTRO LA SCUOLA CLERICALE DELLA LIBERALE LETIZIA
Chiara Gazzola: Introduzione
Non è perché siamo a corto di idee che ogni anno ci ritroviamo a confrontarci sul tema della scuola, dell’educazione, della formazione: i continui privilegi e stanziamenti economici a favore della chiesa cattolica ci impongono di non trascurare questo argomento. Dalla legge sulla parità scolastica che finanzia le scuole private (quasi nella totalità scuole cattoliche), legge voluta dalla sinistra e ultimata dalla destra, alla recente legge sugli insegnanti di religione che, nominati dalle curie vescovili in base a requisiti di retta dottrina e pagati dal ministero della pubblica istruzione italiano, dopo pochi anni di incarico annuale possono accedere ad un concorso per l’immissione in ruolo anche su altre cattedre, usufruendo così di un canale d’assunzione privilegiato rispetto a tutti gli altri precari della scuola, ma immagino che questo aspetto verrà approfondito nel corso del dibattito. Vi è un'altra legge, che sta per essere approvata in gran fretta, che è quella sulla formazione giovanile: gli stanziamenti andranno solo agli oratori cattolici. Come anticlericali e come libertari da sempre affianchiamo alla critica dell’esistente, una volontà di confronto sulla progettualità educativa che si incentra da un lato su quanto potrebbe ancora esistere di positivo in questa scuola pubblica intesa come spazio in cui ritagliare spiragli educativi non autoritari e dall’altro sulle esperienze altre rispetto all’istituzione scuola, ma che tentino di attuare una relazione adulto/ragazzo priva di coercizione. Io non sono un’ insegnante, ma come genitore ho potuto constatare che man mano i nostri ragazzi frequentano scuole di grado più alto, conta sempre meno il ruolo del genitore e forse anche quello dello studente; se nelle scuole d’infanzia il rapporto con la famiglia è essenziale per gli educatori e il bambino rimane al centro dell’interesse istituzionale (con le dovute discriminazione razziali e di ceto), nelle scuole superiori il genitore è spesso un peso per i docenti e lo studente è considerato solo se riesce a raggiungere i risultati che altri da lui avevano stabilito. Questa scuola – in quanto istituzione e per le relazioni che vi si instaurano – è sempre più autoritaria, ma se vogliamo continuare a considerare la scuola come una sfera del pubblico, uno spazio plurale, ritengo allora che la principale battaglia sia quella del riconoscimento dell’uguaglianza che passi attraverso un riconoscimento della dignità etica delle differenze culturali e caratteriali. In mancanza di questo presupposto non avrebbe senso parlare di libertà di pensiero, libertà di insegnamento, libertà di strutturare metodi, programmi e tempi d’apprendimento ecc. Sempre di più invece questa scuola-azienda scandisce ritmi, segue tabelle statistiche, rincorre una produttività che spesso poi non riesce a sostenere, nel senso che i risultati dimostrano una scarsa competitività rispetto alle esigenze del mercato del sapere e del lavoro; una scuola demagogica ed ideologica, e proprio per questo confessionale, che risponde a quei criteri dello stato etico tanto sponsorizzato dal clericalismo. L’attenzione al mondo dell’educazione e dell’apprendimento da parte di questo governo non va sottovalutata e non sto parlando di investimenti perché conosciamo bene i tagli alle risorse economiche, ma di una sempre maggior istituzionalizzazione che rende la scuola sempre più finalizzata ad un sapere che risponde ai criteri di dominio presenti nella società: oltre ai provvedimenti che regalano privilegi al Vaticano, si applica una sempre maggiore rigidità che va ad influenzare negativamente la relazione docente/studente. Nella scuola, oltre alla difficile situazione dei precari, vi sono anche delle nuove schedature, più o meno a discrezione dei dirigenti scolastici, per insegnanti poco allineati o non sufficientemente produttivi, in base probabilmente anche ai nuovi criteri della burocrazia e dei metodi di valutazione. Nell’imposizione di una presunta “verità” scientifica, viene poi sempre meno l’aspetto rielaborativo; se si abolisse il concetto di verità, si abolirebbe quello della menzogna e dell’eresia e di fronte a molteplici saperi, ci si avvicinerebbe ad un approccio antiautoritario non solo nelle relazioni umane, ma anche nei confronti delle conoscenze. Nella maggior parte dei casi vi è la censura di ogni visione critica, vi è un rapporto verticistico tra studenti e docenti, si insegnano solamente le scoperte, la storia e la cultura dei vincitori, non si forniscono strumenti d’approfondimento diversificati, si reprime la libera iniziativa e si trasmette quel pericoloso abbinamento tra il sapere e le esigenze di mercato,quasi a suggerire che la figura degli studenti assomiglia sempre più a quella di clienti-consumatori di quel prodotto, di quella merce che si chiama cultura, non a caso si parla di scuola-azienda che concretizza la relazione pubblico-privato attraverso degli indispensabili sponsor. Queste sono alcune delle ragioni per le quali dobbiamo opporci, essere presenti, dare voce al dissenso per evitare che anche le scuole assomiglino a dei ghetti. Al dibattito dello scorso anno non sono mancati inviti all’ottimismo, quando si è messo in rilievo il paradosso creato dalle autonomie e dal maggior potere affidato ai dirigenti scolastici: in alcuni casi questo ha permesso una possibilità di sperimentazione, magari anche su principi libertari. I padroni esistono quando ci sono i servi e lo dico per invitare anche ad un maggior confronto tra le frastagliate realtà d’opposizione alle linee politiche governative; inoltre penso che dovremmo cominciare anche ad immaginare luoghi educativi e luoghi del sapere al di fuori delle scuole e delle università, dove vi sia un approfondimento delle conoscenze senza deleghe.
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