Lettera aperta al Diacono permanente di Pesaro, Renzo Paci, in merito alla sua nota sul Resto del Carlino del 23.08.1991.

 

Caro Paci,

su di una cosa concordiamo: noi siamo ignoranti. Tante sono le cose che purtroppo ignoriamo. Anche Lei, d'altronde, non tutto domina con sicurezza: perché parlare della nostra "truculenta volgarità"? Mai ci pare di averla vista al nostro Meeting. Se fosse venuto ed avesse voluto guardare al di là delle forme spesso provocatorie e goliardiche, si sarebbe forse accorto dei contenuti, su cui crediamo che Lei non potrebbe certo concordare, ma di cui rivendichiamo la dignità storica e filosofica, perché siamo convinti che siano in grado di fornire risposte coerenti ai problemi attuali.

E' questo il punto centrale della Sua lettera aperta. In sostanza Ella ci chiede cosa facciamo noi per l'umana sofferenza, oltre a criticare la Chiesa che tanto invece si adopera. Vede, è qui appunto l'equivoco: la domanda, ci perdoni, è malposta, perché è formulata in modo da contenere già la risposta, da prefigurare già un modello predisposto di comportamento, escludendo dall'orizzonte delle possibilità altre scelte che non siano la Sua, quella a cui Lei, con tutti i diritti, crede.

Ora, per l'appunto, noi partiamo da un altro angolo visuale, che cercheremo di illustrare brevemente, per affrontare e risolvere il problema dell'umana sofferenza. Occorre premettere che esiste anche un volontariato laico (molti di noi sono impegnati in esso) e siamo convinti, come Lei, che ben poco lo Stato faccia per assicurare i mezzi ai figli più diseredati della Terra; ma il punto non sta, a nostro modesto modo di vedere, in quello che occorre fare per alleviare la sofferenza che si crea, bensì nel cercare di rimuovere le cause sociali, storiche, politiche, che questa sofferenza creano e riproducono. La Chiesa cattolica si approssima al suo secondo millennio, e da oltre dieci secoli è associata, o addirittura gestisce il Potere: eppure trova ancora tanto spazio per soccorrere le sofferenze.

Quello che ci divide, vede, è il concetto di "carità", cui noi contrapponiamo da sempre quello di "solidarietà". Abbiamo grande rispetto per coloro che danno del proprio per alleviare i problemi degli altri, e saremmo felici se tutta la Chiesa lo facesse, forse molte cose oggi sarebbero diverse se sempre lo avesse fatto. Pero', dare del proprio agli altri presuppone che ci sia chi può dare e chi necessita di ricevere, abitua coloro che ricevono alla gratitudine per l'altrui generosità, perpetua senza modifiche la situazione di minorità di alcuni assuefacendoli al concetto di felicità come atto grazioso di qualcuno che puo' rompere per un attimo la nebbia della sofferenza in cui vivono. Noi pensiamo invece che tutti dovrebbero sentire la felicità come un diritto e che su questa base tutti possano costruire una solidarietà per ottenere appunto una più equa distribuzione della felicità che non costringa ad alcuni a chiedere per consentire ad altri (pochi) la gioia di donare. Quando San Martino divise il proprio mantello si sacrificò alleviando una sofferenza individuale, però molti altri rimasero al caldo condannando una moltitudine a morire di freddo: noi, al posto di San Martino, avremmo cercato con la moltitudine un po' di caldo per tutti.

Questo è ciò che pensiamo; anche se Ella non concorda, e per questo spendiamo parte della nostra opera volontaria. Ma, pur non concordando, ci lasci il diritto di esprimere e praticare queste convinzioni, senza chiederci il conto su di un terreno che è quello che Lei ha scelto e che noi non condividiamo.

Così come non condividiamo la politica vaticana instaurata da Wojtyla, il quale per tutto il suo pontificato non ha fatto altro che alzare steccati e rimuovere quella attenzione morale e politica tra credenti e non, che aveva caratterizzato la Chiesa del Concilio Vaticano II.

Se esiste un Meeting Anticlericale, dovrebbe forse chiederne ragione al suo Pontefice!

 

Fano, 23 Agosto 1991.

Circolo Culturale N.Papini.

 

 

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