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In attesa della sentenza di appello sulla vicenda delle morti nel reparto di ematologia dell'ospedale di Pesaro presentiamo questo documento giuntoci da Pesaro. 11/3/2004 L’Ospedale San salvatore; La Talassemia e L’Irccs; La caserma Cialdini: Una storia di appalti e sanità.
La trasformazione del sistema sanitario: la cancellazione del diritto universale alle cure e all’assistenza La trasformazione del sistema sanitario viene definita da chi la sta perseguendo, una vera e propria rivoluzione copernicana, un rivolgimento radicale. Infatti, era opinione comune che il sistema sanitario dovesse avere caratteristiche universali, ossia che dovesse coprire per tutti, senza distinzioni, l’intero fabbisogno delle cure, mentre d’ora in avanti le prestazioni, tanto più se complesse e costose, verranno assicurate solo a chi avrà la possibilità di acquistarle. Abbiamo scoperto che in questa lenta ma inesorabile dismissione degli apparati della Pubblica Amministrazione non c’è spazio per mantenere in piedi un sistema sanitario pubblico, l’unico in grado di assicurare una reale funzione di prevenzione e che quindi ormai il tempo è maturo per regalare alle Fondazioni private che gestiscono gli istituti di ricerca e cura (Ircss) e alle Assicurazioni, la gestione delle nostre strutture sanitarie. Chi vorrà curarsi dovrà entrare nell’ottica di pagarsi un’assicurazione integrativa o altrimenti affidarsi alle prestazioni minime che il sistema potrà erogargli a prescindere dal fatto che siano o meno sufficienti. Come sta accadendo in Lombardia per l’appunto.
La distruzione dello stato sociale e i suoi effetti sul Sanità Nazionale La destra italiana continua con sempre maggiore incisività un’opera di distruzione dello stato sociale, la sanità è diventata una sorta di laboratorio su cui sperimentare e attuare le politiche neoliberiste. Prima di tutto cancellando la funzione pubblica associata a questo settore e proponendo al suo posto l’ideologia del mercato che regola la domanda e l’offerta, dove il privato sta sullo stesso piano del pubblico solo perché quest’ultimo deve cessare di esistere. Abbiamo visto questo percorso partire da lontano, con l’introduzione del principio di sussidiarietà e con la “devolution” che attribuendo alle singole regioni pieni poteri in materia di sanità già preannunciava la rinuncia a garantire ad ogni singolo cittadino sul territorio nazionale uguali diritti in materia.
Il modello Lombardo In questo campo il modello lombardo di sanità ha fatto scuola. Sotto la vergognosa menzogna di una maggiore “libertà di scelta” per i cittadini e di una pretesa “razionalizzazione” che mettesse fine agli sprechi e alla mala gestione delle strutture pubbliche, Formigoni ha offerto al privato un business senza precedenti, accreditando centinaia di privati (“autocertificatisi” per essere dotati delle necessarie caratteristiche) a ricevere dalla regione rimborsi stellari per le cure prestate; cure oculatamente scelte fra quelle più remunerative dei famosi DRG (“gruppi omogenei di diagnosi “, un tariffario delle patologie in cui a ciascun intervento sanitario viene attribuito un diverso rimborso economico). Alla trasformazione genetica in azienda delle strutture sanitarie pubbliche è seguita un’altra mostruosità: la separazione tra prestazione e offerta, tra chi produce le prestazioni sanitarie. l’Azienda Ospedaliera. e chi le compra per conto del cittadino, l’ASL, gestore di una quota di denaro per ogni cittadino residente nel suo territorio, con la quale deve assicurare anche gli aspetti di assistenza sociale connessi al trattamento sanitario. Manco a dirlo questa funzione si è trasformata in un’assurda guerra con i comuni ai quali le ASL tendono a scaricare tutti i costi della loro sempre più ridotta attività socio assistenziale. L’equiparazione delle strutture sanitarie pubbliche e private ha costretto le Aziende Ospedaliere a “competere sul mercato” con i privati accreditati, in una corsa sempre più sfrenata a produrre prestazioni remunerative a tutto discapito di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è obbligato a fornire.
Il governo Berlusconi Questa la strada che il governo Berlusconi e Confindustria sta percorrendo a tappe forzate, già nella Finanziaria 2002 era prevista la cessione alle Fondazioni, ossia ai privati, di 35 Irccs (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, ossia strutture sanitarie prestigiose che dovrebbero rappresentare il livello di massimo avanzamento quanto a qualità delle cure) di cui 15 a carattere pubblico tra i quali l’Istituto dei Tumori, il Neurologico Besta e il Policlinico di Milano, l’Istituto dei Tumori e il Gaslini di Genova, l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, il Regina Elena, lo Spallanzani e il San Gallicano di Roma, il Pascale di Napoli. E sarà grazie a questo meccanismo che a Milano i cittadini non potranno più curarsi dai tumori in un Istituto pubblico perché sono quasi tutti in mano ai privati. La ricetta che ci viene proposta col nuovo modello sanitario è insieme terreno di prova ed esempio concreto delle rovinose conseguenze che le politiche neoliberiste producono in materia di politica sanitaria: consegnare agli appetiti speculativi del privato la gestione della salute pubblica significa avviarsi a grandi passi verso i miserevoli livelli di assistenza sanitaria praticati dagli Stati Uniti, una “democrazia matura” in cui decine di milioni di cittadini sono privi di assistenza sanitaria, perché troppo poveri per pagarsi un’assicurazione privata.
I tagli sulla spesa sanitaria Queste misure vanno ad assommarsi ai tagli pesanti alla spesa sanitaria decisi a Settembre del 2002 dal governo che prevedono ad esempio la riduzione a quattro per 1000 abitanti del numero dei posti letto previsti per patologie acute, l’obbligo per le Aziende sanitarie del pareggio di bilancio a qualsiasi costo, risparmiando su tutto dalla carta igienica al personale e se necessario …tagliando servizi tanto ci sono i privati! Nel frattempo si cancellano 43 DRG perché ritenuti poco remunerativi, nonostante 21 di questi siano tra i 60 più utilizzati in assoluto (interventi sul cristallino, le malattie della schiena e dell’apparato digerente). Per queste patologie niente più ricovero ma solo cure in day hospital, day surgery o in ambulatorio. L’effetto primario di questa politica è comunque la balcanizzazione del sistema sanitario, 20 piani regionali diversi, tutti commisurati non al fabbisogno di cure della popolazione ma alla congruità del fondo messo a disposizione dal bilancio regionale. Non è difficile intuire come i risultati possano essere differenti quando si parla di regioni ricche già dotate di strutture sanitarie efficienti e regioni povere dove anni di potere democristiano hanno lasciato in eredità solo servizi fatiscenti. L’istituzione dei cosiddetti LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) dice chiaro e tondo che d’ora in avanti l’assistenza sanitaria non è più un diritto costituzionale e come tale inalienabile, ma un lusso, chi potrà pagarsi un’assistenza integrativa avrà diritto a cure adeguate al bisogno, per gli altri si provvederà garantendo i livelli minimi (e possiamo immaginare in quali condizioni) e per il resto…tanti auguri di non ammalarsi, anche se di prevenzione se ne farà sempre di meno, oppure la faranno…i privati a cui si riconoscerà una funzione pubblica, quella che lo stato ha appunto abdicato. Non è un caso che dai LEA siano rimaste fuori le cure odontoiatriche come moltissime prestazioni di fisioterapia, forse perché queste ultime erano appannaggio degli over 65 anni, quelli che per l’appunto fanno decollare la spesa sanitaria. Si introduce una vera e propria rottura di patto generazionale, se i vecchi vogliono curarsi che lo facciano pure a proprie spese, se possono altrimenti pazienza.
Il futuro degli operatori della sanità in questo scenario gli operatori della sanità continuano a lavorare in condizioni di perenne emergenza, con organici cronicamente carenti, carichi di lavoro insopportabili e salari sempre più lontani anche dal solo recupero dell’inflazione, le corsie degli ospedali assomigliano sempre di più ad unità produttive di una qualunque fabbrica di merci, con le attività di cura e assistenza ridotte alla pura manutenzione/riparazione dei corpi, e le economie di gestione che decidono della qualità del servizio. E questo è l’esempio più chiaro di quello che vuol dire consegnare la salute degli uomini e delle donne di questo paese alle leggi del mercato. La cura e l’assistenza cessano di essere un diritto universale, mentre la sanità è ridotta ad essere solo una merce fra le merci, prodotta, comprata venduta secondo regole che, lungi dal garantire il benessere e la qualità di vita, la prevenzione del danno, l’efficacia e l’umanità della cura, sono dettate unicamente dal profitto.
Le Cooperative In linea con questa logica, fette sempre più consistenti di servizi sia ospedalieri che territoriali vengono svendute “al miglior offerente”, ditte private e cooperative più o meno profit, che risparmiando sulla qualità e sfruttando al massimo lavoratori sempre meno garantiti e sempre più sottopagati promettono di abbassare i costi di gestione. Nelle Aziende Ospedaliere le privatizzazioni, che dovrebbero per legge essere limitate ai servizi non assistenziali, stanno estendendosi come un contagio all’intera attività sanitaria.
Il Santa Colomba: E’ proprio di questi ultimissimi giorni la discussione sul futuro della casa di riposo Santa Colomba di Pesaro. “Qualcuno sta lavorando a un modello sperimentale di gestione mista” denuncia l’assessore Marco Savelli I Ds e la Margherita stanno esaminando l’ipotesi di affidare la gestione della casa di riposo ad una società mista pubblico privata. “Al Santa Colomba si vuole sperimentare un modello gestionale pubblico-privato per poi estenderlo ad altre strutture. Si vuole introdurre l’elemento privato riorganizzando anche altri servizi residenziali e semiresidenziali ed esportarlo in ambito territoriale. Questa ridefinizione dei modelli assistenziali tende a ribaltare il ragionamento che sta alla base del servizio, portando inevitabilmente al primo posto l’aspetto economico, reddituale.” Conclude l’assessore.
La ricetta del ministro Sirchia per Pesaro Questo è lo scenario che da fa da sfondo alla proposta del Ministro Sirchia, la trasformazione dell’Ospedale S.Salvatore in Irccs significa "l'aziendalizzazione” del Ospedale, in un territorio, la provincia di Pesaro e Urbino, dove da sempre il S. Salvatore è riferimento sanitario per tutta la comunità e lo sarà ancor di più domani se la sciagurata politica regionale riuscirà a sopprimere, di fatto, gli ospedali dell’entroterra.
La magia dell’Irccs Sotto la spinta congiunta di Sirchia, Baldassarre, Gardi, Lucarelli e altri, come per magia, l’Ospedale S.Salvatore da pubblico si sarebbe trasformato in Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) gestito da una Fondazione.* Le motivazioni del Governo per condurre a termine questa operazione, sono fondamentalmente due. La prima riguarda la cosiddetta “cooperazione internazionale”, la seconda riguarda la “riconversione” dell’area delle caserme. Il governo in nome della “solidarietà” vuole esportare tecnologia e protocolli, specializzare medici e infermieri ecc. per riceve in cambio appalti e commesse. Ma il governo, come dimostra, in maniera esemplare il caso dell’Inrca di Ancona, e ancor di più lo sciopero dei medici di questi giorni, non vuole erogare fondi per la salute dei cittadini, vuole invece aprire la porta ai privati, alle fondazioni, alle multinazionali del farmaco, al business. Bisogna ricordare, e anche queste sono cifre incontestabili, che le perdite del San Salvatore ponevano e pongono il nosocomio pesarese in una situazione finanziaria già precaria negli anni ’90, con perdite medie dell’ordine di 10 milioni di euro all’anno (6,5 milioni di euro nel ’98, 10 milioni di euro nel ‘99, 12,5 milioni di euro nel 2000, nel 2001…) Questa proposta di trasformazione dell’Ospedale, è funzionale soltanto agli interessi di chi vuole incastonare il San Salvatore in un progetto che ruota, come i fatti hanno poi dimostrato, nell’orbita degli “affari” della cooperazione internazionale, un’orbita molto lontana dai bisogni dei cittadini Pesaresi, e, purtroppo, anche dai bimbi palestinesi vergognosamente e ripetutamente strumentalizzati per questa operazione.
Il nuovo Ospedale La storia che porta all’Irccs parte da lontano, dai primi anni 90. La Regione Marche stanzia 60 milioni di euro per realizzare a Pesaro il nuovo Ospedale. Invece, con un tocco di bacchetta magica, quei soldi vengono dirottati sul San Salvatore, ormai fatiscente in molti suoi reparti, senza coinvolgere né il Consiglio Regionale, né il Consiglio Comunale. Il “mago Merlino” che pianifica questa operazione, si chiama Ilia Gardi, e la “fatina” si chiama Vito D’Ambrosio che, sicuramente inconsapevole legalizza con la sua firma la magia. Per la terza volta si rinvia, dopo i progetti di Villa Fastigi e Muraglia la progettazione del nuovo ospedale. (i tre studi di fattibilità, sono stati regolarmente e profumatamente pagati dai contribuenti, ovviamente.) Circa la metà dei soldi stanziati (30 milioni di euro), vengono spesi in appalti e consulenze, attraverso un costosissimo lifting, fatto di alcuni interventi inevitabili e altri davvero fantasiosi quali la sopraelevata di via Oberdan, il parcheggio interno e, la passerella sospesa con la Caserma, su cui torneremo poi in dettaglio. ( Tra i maggiori beneficiari di questo lifting vi sarebbe lo studio dell’arch. M. Gaudenzi, uno dei futuri “liberatori “ di Pesaro.)
L’area delle Caserme. 10 ettari di area fabbricabile al centro di Pesaro. L’area delle caserme, la torta che stuzzica appetitosi progetti speculativi e sollecita la costruzione di robuste cordate politico economico affaristiche. (Lo studio economico del progetto di riconversione dell’area caserme in reparti ospedalieri, supermercati, negozi, abitazioni ecc. prevede investimenti per 300 miliardi di vecchie lire). Nessuno di quelli che hanno le mani in pasta vuole essere escluso, questi e solo questi, sono gli inconfessabili motivi per cui si scende in campo oggi a Pesaro, intervenendo pesantemente e con ogni mezzo sui partiti, …o magari costruendone dei nuovi.
Il nuovo Ospedale, che fine ha fatto? Svanito ancora una volta, come si conviene nei giochi di prestigio, salvo ripescarlo dal cilindro prima di un appuntamento elettorale, come nei recenti dibattiti di Pesaro e Fano nei quali non si spiega perché non si è realizzato il nuovo Ospedale. A proposito di integrazione funzionale, le uniche cose concrete vengono dette addirittura dal Presidente della Fondazione della cassa di Risparmio di Fano, che enuncia la futura collocazione delle attività specialistiche tra i due Ospedali. E’ da questo intreccio di “poteri forti” (amministratori, imprenditori, primari, faccendieri e quant’altro) che bisogna uscire, una volta per tutte.
Il centro sinistra? Il centrosinistra rimane subalterno non proponendo una precisa strategia alternativa perché altrimenti costretto ad un doloroso esame di coscienza con la propria storia. . Chi ha avuto in mano la Sanità a livello locale prima e regionale poi? Chi ha appoggiato il disegno di scorporare l’ematologia dal nosocomio pesarese all’inizio degli anni 90? Chi ha e voluto la trasformazione del Servizio di Oncologia in Reparto alle direttive della dott.ssa Catalano? Chi, più di ogni altro, ha impedito la chiusura dell’Ematologia al momento dell’infezione le cui cause allora, e ancora oggi, rimangono sconosciute? (si fa per dire..) Chi ha chiamato Ilia Gardi a Pesaro a dirigere l’Ospedale? Tutte domande che hanno un'unica risposta: Giuseppe Mascioni nei suoi vari incarichi di amministratore. Che cosa resta della sua opera? Solo ombre. La Sanità pesarese quanto è cresciuta sotto la sua direzione? Mascioni è tra coloro che hanno direttamente ed indirettamente voluto e difeso lo sbilanciamento finanziario, culturale programmatico, del Ospedale San Salvatore a favore di Ematologia e di un progetto, quello della Talassemia che ha contribuito ad allontanare l’ospedale dai bisogni della collettività, impedendo, di fatto, la nascita e la crescita di altre discipline specialistiche. Questa è solo questa l’eredità che ci lascia il senatore.
Le nostre proposte Le nostre proposte riguardano l’integrazione funzionale e gestionale degli Ospedali di Pesaro e Fano, progetto ormai irrinunciabile, che soltanto calcoli di bottega e inaccettabili difese di primariati e di ottusi amministratori possono ritardare. Le patologie di maggior impatto sociale sono quelle legate all’aumento dell’età, (Alzhaimer, malattie mentali, malattie neurodegenerative e neurologiche, neoplasie dell’anziano, problemi legati alla riabilitazione). Quanti sono i posti letto effettivamente attivati e attivabili? Quanto è il personale impiegato e soprattutto quante sono le famiglie che si gestiscono in proprio queste patologie? Non esistono strutture per la riabilitazione dell’ictus e per gli interventi cardiochirurgici. Non esistono strutture di supporto alle famiglie con malati di Alzheimer ma solo associazioni private o il libero mercato delle badanti cui il cittadino è costretto a ricorrere.. Ci sembra ragionevole pertanto, che i 30.660.000 euro ancora disponibili della legge sull’edilizia ospedaliera non ancora impegnati e che servirebbero per interventi fantasiosi (passerelle e pensiline, tunnel seminterrati e sopraelevati ecc.) siano almeno in parte destinati a colmare tali lacune, anche tenendo presente che il problema è destinato a crescere.
La rete europea per il diritto alla salute Un anno dopo il forum di Firenze la rete europea per il diritto alla salute ha riproposto con forza la centralità della Salute come diritto sociale, come tale universale e non mercificabile. Il forum europeo di Parigi ha elaborato una piattaforma di lotta contro la privatizzazione e la distruzione dei Sistemi Sanitari nazionali pubblici. Esigiamo che l’accesso ai servizi debba essere gratuito e rispondente al fabbisogno di salute delle popolazioni, sganciato da ogni forma d’aziendalizzazione e di profitto. Crediamo che i Servizi Sanitari debbano essere adeguatamente finanziati per garantire a tutti/e, senza discriminazione: la promozione della salute, la protezione sociale, il rispetto per le problematiche di genere, la prevenzione negli ambienti di lavoro e di vita, la cura, l’attenzione ai problemi psichiatrici, la riabilitazione ed il reinserimento sociale di tutti gli stati d’infermità, l’umanizzazione dei processi di cura ed il rispetto dell’individuo in tutte le fasi di relazione tra sistema sanitario e cittadino. Vogliamo una politica europea sulle medicine trasparente, indipendente dall’industria, sottoposta a controllo popolare. Promuoviamo la costruzione di reti sociali che abbiano come obiettivo primario il riconoscimento del diritto del cittadino alla partecipazione, alla decisione ed al controllo di tutte le fasi del processo sanitario. Rivendichiamo una riorganizzazione dei Servizi Sanitari Nazionali, in vista anche delle trasformazioni in atto in Europa e nei paesi dell’area, che rispetti e assicuri condizioni di lavoro dignitose ed un’adeguata formazione ai lavoratori della salute come premesse indispensabili per la qualità delle prestazioni erogate. Riteniamo grave che il trattato per la costituzione europea, non includa insieme con altri fondamentali diritti il principio del diritto alla salute, quale diritto fondamentale senza vincoli di compatibilità economica. Noi crediamo che costruire un percorso comune che unifichi i lavoratori, i cittadini, le associazioni, i sindacati, i movimenti, costituisce un elemento essenziale nella rivendicazione del diritto inalienabile alla salute. Per conseguire questi obiettivi pensiamo che sia indispensabile allargare e consolidare le Reti locali nazionali ed internazionali. Proponiamo a tutte/i due campagne di mobilitazione: aumento dei fondi pubblici per la spesa sanitaria per garantire l’intero fabbisogno di salute delle popolazioni; garanzia dell’accesso senza restrizioni a tutti/e al servizio sanitario pubblico. Proponiamo di organizzare una giornata di sensibilizzazione cittadina sui problemi legati alla privatizzazione dei Servizi Sanitari e tutti i servizi pubblici, portando il nostro contributo sulla specificità della salute.
Il Processo Lucarelli, una sola considerazione: Il 12 marzo prossimo, la Corte d’Appello di Ancona emetterà la sentenza che potrebbe accertare, una volte per tutte, le responsabilità di quelle morti. Il giudice di primo grado dr. Andreucci ha assolto il prof. Lucarelli non perché innocente, ma, come ci spiega la sentenza, perché: “l’ipotesi accusatoria fatta dalla Procura di Pesaro, (contagio accidentale) è un ipotesi ricostruttiva certamente ammissibile, dotata di un elevato grado di plausibilità… tale tuttavia da potere essere presa in considerazione, soltanto qualora manchino del tutto altre ipotesi interpretative ragionevolmente plausibili, anzi, l'ipotesi dolosa (il sabotaggio) appare dotata di maggiore concretezza e ragionevolmente configurabile in base a dichiarazioni testimoniali che il giudice considera complessivamente credibili…” Secondo Il giudice Andreucci, a differenza del GIP (giudice per le indagini preliminari) la supertestimone e la sua storia di provette trafugate è credibile, non per aprire un processo per strage (perché di questo si tratta) contro le persone accusate di sabotaggio, ma soltanto per poter fare assolvere il prof. Lucarelli. Anche per il giudice Andreucci quindi, la supertestimone gode di una “credibilità a responsabilità limitata”. Niente processo per i “colpevoli virtuali” nessuna possibilità di difesa, nessuna opportunità di raccontare la propria verità, di presentare prove, documenti, testimonianze, nessun contraddittorio, nulla…
Questa secondo noi è una sentenza di modello cileno.
Fuori dal Comune
Pesaro 29/02/2004 |
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