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In relazione alla condanna (presso la corte d'appello di Ancona) del prof. Lucarelli, per le morti nel reparto di ematologia dell'ospedale di Pesaro, pubblichiamo questo libro/testimonianza giuntoci da Pesaro. 15/3/2004.
né pareti né alberi
Questo libro è un commiato, un saluto a Franco, mio marito, affetto da leucemia e deceduto a Pesaro tre anni fa a causa di un epatite B fulminante contratta nel reparto di ematologia diretto dal professor Lucarelli. Il tempo che a Franco e a me è stato concesso è durato “un battito di ciglia” . La cosa tangibile e più preziosa che lui mi ha lasciato è un diario scritto durante il periodo di ricovero. Il diario racchiude pensieri sulla vita, l’amore, l’amicizia ma anche la paura e la sofferenza, che comunque non gli impedivano di cercare risposte e di sperare. Ho riportato integralmente parti del suo diario cercando di rievocare i momenti in cui queste pagine sono state scritte. E’ stato doloroso e dolce ripercorrere quei luoghi della memoria ora racchiusi in uno scrigno che, sono certa, mi accompagnerà nella ricerca della mia “leggenda”. Cristiana Cipollini
Cristiana Cipollini è nata il 16 novembre 1966 a Parma, città dove vive e lavora come insegnante elementare. Questo libro è stato stampato nel mese di settembre 2001
INTRODUZIONE
Esco dallo studio e decido di attraversare il parco. Un malinconico e coerente autunno. Foglie di fuoco e d’oro sollevate dai piedi di chi passa. E un cielo lontano. Altrove. Come i miei pensieri. Lui non c’è… Raggiungo la piazza ed entro nella prima tabaccheria che incontro per acquistare fogli e carta da lettere. Tutti i giorni ne scrivo una e le unisco alle precedenti. E’ faticoso scrivere ad un destinatario anonimo e indifferente. Frammenti nitidi eppure fuggevoli che tornano a presentarsi nella mia mente. Non sempre preparata ad accoglierli. Respirano vita propria. Come se confinati per troppo tempo in uno spazio inadeguato, ora reclamassero il loro diritto ad esserci. Troppo stanca per combatterli, lascio che affiorino, intrappolandoli per sempre nelle pagine bianche…
I PRIMI CAMPANELLI D’ALLARMEE’ il mese di marzo del ’97 quando Franco si ammala di polmonite. Si riprende dalla malattia, ma subito compaiono altri sintomi: mal di gola, stanchezza, infiammazioni gengivali. Piccoli disturbi che inducono Franco a fare accertamenti. Lui lavora a Bozzolo in provincia di Mantova, come pediatra, perciò fa le analisi nel laboratorio del paese. Gli esiti degli esami evidenziano delle alterazioni a livello ematologico ma, a causa di un errore compiuto nel laboratorio, Franco prosegue le sue indagini, presso l’ospedale di Parma: nella direzione sbagliata. Nel referto leggiamo perciò “no tumori del sangue”, “no leucemia”.
L’ULTIMA TREGUAPartiamo per la Grecia. Siamo viaggiatori, esploratori di luoghi e d’anime. Immagine che la forbice del tempo non ha reciso. Ricordi scolpiti nel cuore. L’ultimo viaggio. L’ultimo sogno. Il tempo sta per scadere. Franco ha già in corpo il nemico contro cui dovrà combattere la più importante delle battaglie: quella per la vita. La leucemia ci concede una tregua. Percorriamo una strada fiancheggiata da rocce tra cui fanno la loro timida comparsa pochi cespugli. Siamo soli in quel paesaggio desertico. Noi e il nulla. L’aria è piacevolmente calda. Ci pervade un grande senso di libertà. Sono immersa in quella atmosfera quando Franco mi guarda e dice: “Sono ammalato?” “Non può essere nulla di grave se gli esami escludono tumori e leucemia” lo tranquillizzo. “Sai” prosegue, “Vorrei vivere ancora con te”. Andiamo a cena nel solito posto, da li si può ammirare uno splendido panorama. Ogni sera scruto quel cielo straordinariamente azzurro che sconfina nel mare, per imprimere nella mente ogni particolare, il più piccolo dettaglio di quell’immagine di perfetta quiete. Percorriamo “la valle delle farfalle” accompagnate da queste straordinarie creature la cui esistenza è segnata da una profonda metamorfosi, quasi a ricordare agli uomini l’importanza del cambiamento. Non lontano dalla valle, sorge un monastero. Entriamo. Ci assale l’odore acre dell’incenso e veniamo immediatamente attratti dalla luce delle numerose candele. Franco si avvicina e ne accende due, “una per te e una per me”, come se percepisse istintivamente che la nostra vita, avrebbe avuto bisogno di luce. Franco divora la vita, come se un sinistro presagio incombesse su di lui. Osservo spesso una foto a me molto cara e ogni volta mi soffermo a lungo a esaminare quello sguardo in cui ora intravedo la sua sorte. Negli occhi di ogni uomo è scritto il suo destino.
LA GARA DI MICHELE Rientriamo dalla Grecia e contattiamo i nostri amici. Michele, il figlio di Stefano e Betta. partecipa ad una manifestazione di karate e Franco vuole essere presente. La gara è alla sera e per trovare le forze Franco rimane a letto tutto il pomeriggio. Assistiamo orgogliosi alle evoluzioni di quel bambino che affronta disinvolto e sicuro di sé uno dei primi esami della sua vita. Festeggiamo insieme e la mente corre ad altri momenti, ad altre feste che abbiamo avuto la gioia di condividere. Ceniamo insieme, ma Franco non risponde con ironia alle battute di Stefano sulla sua abbronzatura. "E' solo apparenza”, gli dice, "non mi sento bene".
LA SENTENZAIl 14 agosto '97 ci rechiamo al reparto d’ematologia di Cremona per fare il prelievo di midollo osseo, l'unico esame in grado di diagnosticare senza margine di dubbio la leucemia. Il caldo è opprimente. Siamo in macchina e ogni tanto Franco si annusa un braccio. "La mia pelle ha un odore strano. Non lo senti anche tu?" Gli afferro una mano e aspiro quel profumo a me così familiare. “E’ un odore dolciastro. E' l'odore della morte” La mia mente corre ad una conversazione avvenuta anni prima nel corso di una gita in barca in Thailandia e che credevo di avere dimenticato. Franco era in una zona riparata dal sole ed accanto a me si sedette un professore di filosofia. Parlavamo di cinema e a bruciapelo mi domandò se ero in grado di riconoscere l'odore della morte. Nonostante fossi irritata per una simile domanda perché non sapevo dove mi poteva condurre quella conversazione, cercavo di mantenermi calma. "No, non saprei riconoscerlo". "La morte ha un odore dolciastro. Io l'ho sentito. Lo ricordi." "E perché dovrei?" "Così potrà prepararsi a fronteggiarla.” Non ricordo l'aspetto di quell'uomo. Neanche un particolare o il tono della voce, cosa per me piuttosto inconsueta. Le sue parole mi turbano. Non riesco a sorridere come quando Gus mi parlava dell'esistenza dei Leyak: uomini in grado di trasformarsi in animali nella notte. Si trovano agli incroci delle strade o nei pressi dei cimiteri, pronti ad evocare sventure sui passanti. E' un potere che scorre in superficie. Sui loro volti intaccati da frammenti del male. Mi affretto a raggiungere Franco e per tranquillizzarmi penso che, come al solito, io attiro i casi patologici. Mi siedo nella sala d'aspetto mentre Franco è. sottoposto all’esame. Sto leggendo il giornale quando lo intravedo nel corridoio. Mi alzo all'improvviso e sento che faccio fatica a reggermi in piedi. Franco mi dice "ho la leucemia". L'incredulità e la paura ci tolgono ogni capacità di reazione. Il medico ci fa accomodare nel suo ambulatorio ma le sue parole mi scivolano addosso. Fisso pulviscoli di polvere che galleggiano nella luce. Non voglio sentire parlare di mali incurabili. La forma di leucemia che è stata diagnosticata è la mieloide acuta FAB M 5 ed è ad uno stadio piuttosto avanzato. Ci precipitiamo fuori dell'ospedale. Percorriamo di corsa il viale che ci separa dalla macchina. Franco telefona a Michele suo amico e collega. "Sei certo della diagnosi?" Gli dice. Ripeti il "puntato" in un altro ospedale. Sì c'è un errore, mi ripeto. Non è possibile. La vita con me è in debito. Franco è sottoposto al "puntato" al midollo per la seconda volta: questa volta presso l'ematologia di Parma. La diagnosi è confermata, ma Franco ha bisogno di pensare e prende qualche giorno di tempo prima di entrare in ospedale. Andiamo da Michele. Si abbracciano. Michele gli suggerisce di scrivere un diario. Pensieri sulla vita ma anche lettere che mi indirizzava e che leggevo mentre si riposava.
IL RICOVERO A PARMA. DAL DIARIO DI FRANCO. “LA VITA PER ME NON HA CERTEZZE" Oscar, lo zio di Franco, messo al corrente della gravità della situazione, pensa di rivolgersi a Lucarelli essendo un pioniere dei trapianti di midollo osseo. Il professore aveva iniziato i suoi studi come ricercatore a Parma e, successivamente si era trasferito a Pesaro a causa di una serie di ostacoli che aveva incontrato nel mondo accademico. Lucarelli era stato il primo a sperimentare la tecnica del trapianto eterologo, soprattutto su bambini affetti da talassemia. Il professore, contattato telefonicamente da Oscar, suggerisce di ricoverare Franco a Parma poiché i cicli di chemioterapia, il primo d'induzione ed il secondo di consolidamento, seguono precisi schemi che sono applicati in tutto il mondo. Per ottenere una guarigione completa occorre fare un trapianto eterologo, ossia da donatore, tecnica che a Parma non praticano. Il giorno del ricovero ci prepariamo come se si trattasse di una normale uscita. Saliamo in macchina. Franco si rifiuta di farmi guidare. Non insisto. Gli tengo la mano mentre lo guardo. "Se devo morire, voglio lasciarti così giovane e bella. Se muoio tu cosa fai? Con chi esci?". Lo fisso allibita ma so che anche se non ho voglia devo rispondere in modo soddisfacente perché altrimenti le sue domande relative all’argomento diventeranno sempre più incalzanti. "Se muori esco con Betta, Paola e un sacco di altra gente." Arriviamo all'ingresso del reparto e ancora una volta Franco rifiuta il mio aiuto nel portare la valigia. Doveva avere un compagno di stanza ma apprendiamo dall'infermiera che non c'è più. "L'avranno dimesso" provo a dire, "No, è andato" dice Franco indicando il cielo con un dito. Franco è sottoposto agli esami di routine. Ancora ignoriamo quello che ci aspetta. Inizia il primo cielo di terapia. I medici del reparto, prima di sottoporlo al trattamento, cercano di convincerlo ad entrare nel protocollo sperimentale nonostante il giorno prima del ricovero si fosse recato a parlare con il primario proprio per precisare di non voler entrare in nessuna sperimentazione. Franco è irremovibile. Dal diario di Franco: "23 agosto. La Cristiana è la cosa più importante della mia vita. E' lei che mi dà la forza di lottare. Sono comunque convinto che dopo la guarigione ci ameremo ancora di più. Saremo più uniti. La guarigione è data al 50%, Ho paura. Se non entri in protocollo sperimentale non vali niente. la parola sperimentale mette paura anche se fosse la migliore terapia del mondo. Non vedo l'ora che arrivi il mio amore e anche la colazione. Ora devo misurarmi la febbre se no si incazzano. Mi piacerebbe essere con Cristiana e Brando davanti alla tele nella nostra casa. Sono già stufo di stare in ospedale. Sono già stufo della leucemia mieloide acuta di merda. 7:100000 Che sfiga. 1:2 guariscono. SPERIAMO. Paolo era veramente addolorato. Incredulo e addolorato. Anche Michele è addolorato e mi è vicino. Credo che il giorno di ferragosto abbia fatto la seduta di psicoterapia più difficile della sua carriera. La vita per me non ha certezze. Sono convinto però che il mio amore con Cristiana abbia ancora tanto spazio. Forse per sempre. “Infinito." Il primo ciclo di chemio dura ininterrottamente dieci giorni, durante i quali gli è somministrato Un chemioterapico l'Arac, attraverso un catetere venoso centrale che gli è inserito in chirurgia. Dal diario di Franco. "Ma va affanculo. DIN, DON infermiera!! Sabato 23. Sempre sabato 23. Ore 16.30. HO SMESSO DI FUMARE. Ci voleva la leucemia per farmi smettere di fumare. No è questione di volontà, se uno ce la mette tutta, puoi smettere quando vuoi anche di morire. TUTTI DOVREBBERO SAPERLO. IO LO SO. Anche la Cri lo sa. E’ in gamba lei, e mi vuole bene, davvero tanto. Mi è sempre vicino, anche quando non c’è. Come adesso. Scrivere è davvero bello. Volume infuso 4 ml. ARAC. Spero di uscire il 15 settembre massimo il 19. ANNIVERSARIO MATRIMONIO. Ho sentito mia madre. 9 ml. 50 mI. “Sotto sotto, spero ancora di andare alle Maldive, prima o poi”. Franco è molto attento e vuole essere informato quotidianamente sull'andamento della malattia. Prende regolarmente visione delle cartelle cliniche perché a lui le parole dei colleghi non bastano. Dopo qualche giorno dall'inizio della chemio compaiono la febbre alta e la nausea. E' trattato con antibiotici, tra cui ricordo il Bkk ed il Plasil per attenuare la nausea. Viviamo in ritiro dal mondo. I pensieri annullati. L'unico obiettivo è superare la chemio. Vincere la febbre. Debellare la nausea. Sconfiggere questa specie di Alien che inquina il corpo, il sangue, la vita. La camera è singola: io e mia suocera ci alterniamo giorno e notte. Io e Rosalba, mia suocera, ci incrociamo pochi attimi lungo il corridoio. Ogni volta la guardo negli occhi per chiederle aiuto. Vorrei essere con lei ad affrontare l'emergenza. Invece sono sola. Terrorizzata. Quando Franco riposa ho paura di addormentarmi anche in piedi. Allora prego. Imploro Dio, i Santi, la Madonna. Lasciatemelo. A volte Franco desidera restare solo: ha bisogno di pensare. Dal diario di Franco: "Dalla finestra sempre lo stesso panorama. Sole o no. Sempre gli stessi alberi, le stesse case, gli stessi gatti. Si, due. gatti liberi di girare all’aperto. la libertà è importante come l'amore, l'amicizia, l'affetto, la natura. E’ sabato. Sarebbe bello essere con la Cri al mare”.
Già, il mare. Oceani lontani. Spiagge lunari del Mar delle Andamane circondate da acque cristalline in cui nuotano pesci multicolori dalle forme bizzarre che ci accolgono nel loro mondo. La Malesia e il suo esotismo. Intricate foreste più antiche dell'uomo. E' il regno dell'immaginario e dell'avventura in cui gli epici personaggi sgorgati dalla fantasia di Salgari sembrano sopravvivere. Lord Brooke e la Tigre della Malesia hanno popolato i miei sogni di bambina. Vedo il lord inglese incedere goffamente. Si ferma ansimante e scruta l'orizzonte in una vana ricerca del nemico, ignaro della presenza dei pirati immersi in quelle acque oscure. La nostra casa nella jungla, tra alberi che alla sera assumono forme inquietanti. Suoni e grida di uccelli ci svegliano al mattino e le scimmie si divertono a fare scorribande notturne sul tetto. "Cosa darei per non essere qui. Ora devo accettano. Non ci riesco. Si, devo riuscirci. Rizzoli, Caramatti, Almici, globuli bianchi, globuli rossi, piastrine, neutrofiti, monociti, blasti, flebo, siringa, dolore, sofferenza, perdono, cambiamento, trapianto. Che sia vero?"
L’UOMO DEI GIRASOLILo zio di Franco e mio suocero si recano a Pesaro per parlare con il professor Lucarelli. Il suo studio è tappezzato di foto e disegni dei suoi piccoli pazienti e di dediche di personaggi famosi, All’apparenza è una persona burbera ma riesce ad infondere la speranza di una guarigione che è data al 50%. Nel rivolgersi ai pazienti il professore utilizza spesso metafore e paragona la leucemia a dei girasoli. “La chemioterapia ara il campo e per un po’ distrugge i girasoli. Ma questi possono rispuntare e, se non vogliamo stare alla finestra a guardare, dobbiamo far si che non crescano più. Ciò è possibile solo con un trapianto”. Franco non vuole stare a guardare.
VERSO PESARODopo circa un mese di degenza a Panna Franco è dimesso. E' molto provato dalle cure, che non sono state efficaci. Non c'è stata remissione. Prendiamo accordi telefonicamente con Lucarelli per fissare la data del ricovero a Pesaro. E' il 22 settembre. Io e mia suocera, in attesa di trovare un appartamento in affitto, ci appoggiamo ad una volontaria dell'Ail che ha costruito a sue spese, una grande casa in grado di ospitare le famiglie ed i malati. Franco è sottoposto ad una batteria completa di analisi, tra cui i markers dell'epatite B il cui esito è negativo. Dal diario di Franco "27settembre '97. Pesaro. Il prof. Lucarelli non mi ha chiamato. Autologo. Il trapianto dà o non dà buone chances? Sono comunque minori rispetto all’eterologo. Il problema è che forse, in centro, una volta, in tutto il resto della mia vita, ci potrò andare oppure no? La colazione con la Cri in centro, superficiale finché uno vuole, potrò ancora farla oppure no? (Quaranta giorni di leucemia). “VOGLIO andare in giro a piedi, mano nella mano con la Cri come una volta, più di una volta. LO VOGLIO, LO VOGLIO, LO VOGLIO." Il 28 settembre inizia il secondo ciclo di chemioterapia, chiamato di consolidamento. 29 settembre. Dal diario di Franco. Lettera per la Qu. ''Cara Qu, oggi sento in modo particolare la tua mancanza. Non mi basta più sentirti solo per telefono. Ti amo tanto. Una cosa che mi fa piacere è la vicinanza della Betta che fa sì che per te sia un po’ meno dura. Forse non ci siamo accorti della loro sincera amicizia e del loro affetto. Sugli altri, ad eccezione di Paolo, nulla di nuovo. Cara Cri, se penso a quanti sacrifici abbiamo fatto, andando ad abitare a Bozzolo, per esempio, per costruire un futuro sereno. Tutto all'aria. Inutile nasconderselo. La convenzione a Bozzolo deve essere ricostruita quasi dal nulla. Ma non importa. Se noi ci amiamo, ce la faremo. Dobbiamo cercare di vivere intensamente il tempo che ci rimane." La stanza di Franco si trova al piano terra. E' una stanza piccola, con un finestra che guarda su un giardino. Quella è la nostra finestra sul mondo. Trascorriamo ore a chiacchierare con il cellulare divisi da quel vetro, oppure a guardare fuori la vita che scorre cercando di carpire i pensieri di chi passa, immaginando come sia la sua vita e il suo tempo, così diverso dal nostro. 30 settembre. Dal diario di Franco. Lettera la Qu. "Cara Qu, forse domani ci vedremo. Voglio dirti che se guarirò ti darò tanto affetto da renderti felice, una felicità che forse non hai mai provato. Antonio (nome di fantasia per tutelare la riservatezza) sostiene che il cambiamento che subentra nel carattere dopo la malattia è solo temporaneo. Dopo si torna come prima vedremo.” Io e mia suocera ci trasferiamo in un appartamento vicino all'ospedale. Andiamo insieme all'ospedale e lascia che io mi trattenga più a lungo di lei con Franco. Siamo sempre insieme. La sua presenza mi è d'aiuto e conforto. Facciamo spesa, lei cucina per me nuove ricette e cerchiamo di non trascurarci nell'aspetto. Cerchiamo di fare cose "normali" in una vita che di normale non ha più niente: disperato tentativo di salvare qualcosa del nostro vissuto che la malattia assorbe inesorabilmente. Il mio rapporto con lei è profondamente cambiato. La formalità non ha più nessuna importanza. Ci conosciamo per quello che siamo realmente e scopro una persona che mi comprende più di quanto avessi potuto immaginare. Mio suocero va e viene da Parma. Franco è contento quando intravede il testone bianco del padre dalla finestra. "Dà fiducia Uccio e anche tu sei contenta quando lo vedi". Sì anch'io sono contenta quando è con noi. Dà speranza, solleva il morale e mi accompagna a mangiare il pesce in ristoranti bellissimi. E' un lusso che ci concediamo nella certezza di poter presto condividere questo piacere con Franco. Quando sono a letto, prima di addormentarmi penso alle cose belle che ho avuto il privilegio di vedere. Torno sotto il vulcano Kintamani che emerge da un cielo d'acciaio in un'atmosfera irreale. Forse gli dei abitano lì, in quel cono portatore di sventura e di abbondanza. Visualizzo i colori d'oro e di fuoco dei tramonti d'Oriente. Vorrei parlare con Gus, il bramino che conosce i segreti delle erbe e che in punta di piedi ci ha accompagnati nella sua isola. Non ricordo in quale occasione l'abbiamo incontrato, è sbucato da qualche parte. Eravamo ancora viaggiatori inesperti e quando a Franco è venuta la bronchite non avevamo i farmaci necessari. Gus conosce il rimedio. Ci accompagna in una specie di farmacia e lì si fa preparare uno sciroppo. Rido divertita, mentre Franco ne ingoia scettico un cucchiaio. Il giorno dopo tutti i sintomi sono scomparsi. Franco cerca Gus per ringraziarlo e lui gli chiede se conosce una cura per la sua malattia della pelle perché le sue erbe non bastano. Franco rovista nella mia valigia, in cui le creme e le pomate di tutti i tipi abbondano sempre. Due tubetti sono sufficienti per la terapia. Chissà se Gus ci potrebbe aiutare... "Le forze oscure non si impadroniranno dite, Mrs. Ferri" sosteneva Gus. "Tu hai troppa forza". Eppure ora le sento. Come quando ci ha accompagnati in quella grotta in riva al mare. Emanava una strana energia, come certi luoghi in cui sono sepolti i Santi. Questa forza però era negativa e sapevo che se avessi ceduto, anche per un attimo alla sua malia, mi avrebbe catturata per sempre. I ricordi aiutano. Sono una fonte a cui attingere nei momenti di difficoltà, un modo personale di dimenticare il mondo di cui adesso facciamo parte: quello dei leucemici. E' un mondo a parte, come, però, ce ne sono tanti. Ascolto tante storie di sconfitte ma anche di vittorie contro questa malattia così subdola. Condivido le speranze e le sofferenze degli altri. Ci facciamo coraggio a vicenda e chi è già a buon punto nella lotta aiuta e incoraggia chi ha appena appreso la diagnosi e attonito ascolta parole che suonano incomprensibili, data la particolare condizione psicologica. Il compagno di stanza di Franco si chiama Antonio ed è affetto da una forma di leucemia di origine genetica provocata dalla traslocazione di un braccio di cromosoma su di un altro. Inoltre è affetto da epatite B. E’ una persona cordiale e disponibile, ci parla del suo amore per il mare e ci mostra una sua foto in cui si trova su una barca a vela con un grosso pesce che ha appena pescato. Stento a riconoscere in quell’immagine imponente che trasmette forza e vitalità quella della persona che mi trovo davanti. Sono tutti uguali i leucemici, con le loro teste senza più capelli, i corpi scarni in pigiami sempre abbondanti. Eppure sono belli forse perché il loro sguardo è trasparente, cristallino, puro. Le barriere, i diaframmi che prima li separavano dal mondo ora sono crollati. Ora non ne hanno più bisogno. Antonio è dimesso pochi giorni dopo. Franco rimane nella stanza fino al ricovero del signor Rossi (altro nome di fantasia)
LA PRIMA DI UNA SERIE DI DOMANDE SENZA RISPOSTE: IL REPENTINO TRASFERIMENTO DEL SIGNOR ROSSI Il 4 ottobre si conclude il ciclo di chemio. Franco è in aplasia, il numero di globuli bianchi è bassissimo. Vado in ospedale regolarmente. E' mattina presto quando entro nella camera di Franco. E' a letto e si vuote alzare per andare in bagno. E' debole, ma vuole fare da solo. Insisto e mi concede di aiutarlo con la flebo. In bagno sviene ma riesco ad afferrarlo e a chiamare aiuto. Arrivano i medici a soccorrerlo. Mi fanno entrare dopo pochi minuti. E' coricato. Il suo viso è opalescente e gli occhi sono segnati da occhiaie violacee. Provo una compassione profonda e riesco a fatica a trattenere le lacrime. "Perché? Perché tanto dolore, tanta sofferenza?” La carenza di difese immunitarie lo espone facilmente a contrarre qualsiasi forma di virus. In questa condizione anche un raffreddore può essere fatate. Rossi ha la febbre alta. Preoccupata dall'eventualità di un possibile contagio, vado a parlare con la dottoressa Fabi, la quale, sentite le mie perplessità, mi invita a rivolgermi al professore perché lei non si sente responsabile dell'andamento del reparto. Lucarelli mi riceve nel suo studio e mi tranquillizza dicendomi che "le camere sono talmente sterili che ci potrebbe entrare anche un gatto". Quelle camere sono, forse, a bassa carica batteriologica ma non sterili. Qualche giorno dopo il mio colloquio con il professore, il signor Rossi è trasferito in un'altra stanza.
DAL DIARIO DI FRANCO: "BISOGNA FARCELA A TUTTI I COSTI" La terapia produce gli effetti sperati: è raggiunta la remissione completa. i blasti, le cellule malate, sono a zero. Tale esito sarà confermato anche dal puntato al midollo. Inizia la somministrazione periodica di iniezioni di granulochine, saranno in tutto sei. finalizzata alla produzione di cellule staminali che saranno raccolte e conservate in contenitori di azoto liquido per procedere, nel caso in cui non sia identificato un donatore, al trapianto autologo (si tratta di una tecnica di trapianto che utilizza il midollo dell'ammalato). Il dottor Cataldo, il medico deputato all'analisi dei tipi di midollo, da un primo esame del midollo osseo di Franco ci comunica che non ci dovrebbero essere difficoltà a trovare un donatore compatibile, addirittura in Italia. Il dottor Cataldo decide di cercare il possibile donatore tra i familiari e di esaminare il midollo del fratello. Purtroppo Stefano non è compatibile. Inizia la raccolta delle cellule staminali che richiede alcune sedute. Il prelievo è effettuato al piano terra, in una stanza attigua a quella di Franco. II macchinario proviene dal centro trasfusionale del San Salvatore ed è simile a quelli utilizzati per i prelievi di sangue e piastrine dei donatori. Nella stanza sono presenti la dottoressa Anselmi, la dottoressa Arrighi e la dottoressa Fabi. Franco è sereno, io sono con lui e chiacchieriamo anche con le dottoresse. E' raccolto il numero sufficiente di cellule, ma speriamo di non doverle utilizzare. Sergio è ricoverato in camera con Franco. E' ancora traumatizzato dalla scoperta della diagnosi che ha appreso da poco ma vuole vivere "sai, dice, ho due bambine piccole". Nei momenti di attesa fuori dalla camera mi sento catapultata in un'altra dimensione, in cui il tempo è scandito da macchinari che suonano e siringhe, mentre camici verdi e bianchi si muovono sospinti da una forza misteriosa in un territorio di cui solo loro sembrano conoscere le leggi.
DAL DIARIO DI FRANCO: “DONATORE POSSIBILE!!! E' QUESTIONE DI VOLONTA'. SE CE LA METTI TUTTA PUOI SMETTERE ANCHE DI MORIRE”Il 16 ottobre dottor Benati comunica a mio suocero che sono stati trovati due donatori compatibili. Il segno che aspettavamo. E’ arrivato. Il 25 ottobre Franco è dimesso. Una tiepida giornata di sole. Un fondale azzurro. Nuvole trasparenti. Pochi passi mossi insieme all'aperto che ci emozionano come il più bello dei viaggi.
QUEL MESE DI LIBERTA' LUNGO UN GIORNO Franco sta bene. Andiamo periodicamente a Pesaro per i controlli. Il trapianto è fissato per il 13 gennaio. giorno in cui Franco morirà. E' Natale. Il tempo per noi non è più scontato. La sensazione fluttuante di non appartenere a questo mondo a tratti ci abbandona. Sfogliamo l'album dei ricordi. Bali. Siamo incantati dalla stupefacente bellezza dell'isola degli dei, il cui tocco si manifesta nei colori vividi della natura, nel continuo mutare del mare, nel profumo di cannella che avvolge l'aria. Danzatrici che si muovono con gesti misurati e lenti al suono di musiche ipnotiche. Uomini che al calare della sera fanno volare aquiloni in risaie di smeraldo. Li osserviamo mentre scrutano con gli occhi divertiti di bambini le evoluzioni dei loro aquiloni. Sono nel cielo, partecipi del volo degli uccelli. Persone semplici agli occhi del turista, eppure capaci di cogliere il senso della vita, perché hanno capito il significato della morte. Giornate scandite dai rituali legati alle offerte agli dei buoni, ma anche ai malvagi, nel tentativo di placare la loro crudeltà. Il bene contro il male nell'eterno gioco degli opposti.
L'Oriente è equilibrio che nemmeno la morte può turbare. Casuali testimoni di un rito funebre osserviamo a distanza la cerimonia per non turbare un momento così intimo. Le donne indossano abiti di seta: sono affaccendate a preparare dolci e intonare canti. Una ragazza si stacca dal gruppo e si avvicina offrendoci un dolce e invitandoci, con un cenno del capo, a seguirla. Ci sediamo accanto a lei e io assaporo la frittella che mi ha offerto. Franco rifiuta perché so che il suo pensiero è rivolto alle modalità di preparazione. Il corpo del defunto è avvolto dalle fiamme e il fumo sale verso l'alto insieme ai canti dei suoi cari. Per loro è libero. La morte gli ha offerto una grande opportunità. Tornerà in questo mondo con un aspetto ed un ruolo diversi strettamente legati al suo karma, alle azioni e ai pensieri che hanno accompagnato la sua vita. "Tu credi che ci sia qualcosa dopo?" mi domanda Franco mentre fissiamo il fumo denso. "Io ci spero: vorrei incontrare le persone che ho amato" gli dico. "Per me oltre non c è niente" mi risponde Franco. La speranza ha preso il posto della disperazione. Le buone condizioni fisiche, legate all'esito felice della chemio, e la presenza di due donatori altamente compatibili ci fanno sentire la guarigione a portata di mano. E' il ritorno alla vita, ai progetti, ma è anche I! riscoprire ciò di cui veramente abbiamo bisogno. Il contatto con la morte ha trasformato la nostra vita. La morte sfronda. La nostra casa si riempie di amicizia, di affetto e di commozione sincera che ci portano regolarmente i nostri amici a cinque stelle, quelli veri, quelli del cuore che non ci hanno mai lasciati soli e ancora oggi sono con me a sostenermi e a condividere questa battaglia. Mi riferisco a Stefano, Betta, Paolo e Paola. Lasciamo che le emozioni ci attraversino. Aspettiamo con ansia l'arrivo dei nostri amici con i rituali che li accompagnano. Riprendono le disquisizioni filosofiche tra Franco e Betta. Franco cerca risposte in una persona di fede. lo, sono in cucina mentre loro sono seduti sul divano. Non li vedo ma immagino la scena. Betta, protesa in avanti, parla con quel suo tono così rassicurante e so che sta soppesando con cura le parole che dovrà pronunciare. Franco agita le mani, si alza spesso, la fissa per qualche attimo per verificare se regge il confronto, mentre lei incrocia le dita. ”Va bene Betta, non avevo capito certe cose della vita, ho perso di vista i veri valori. Penso alla macchina e ai soldi. Tutti pensano al denaro, anche chi non lo ammette. No, mi ci voleva la leucemia. La mieloide acuta. Qualcosa di meno grave non sarebbe bastato? Che so, una malattia autoimmunitaria, un incidente in cui ti spappoli, stai male come un cane ma poi te la cavi... “ La malattia è una prova di volontà, di attaccamento alla vita. Ora, più che mai, vogliamo vivere. Scopro una persona nuova e mi innamoro per la seconda volta. Ogni volta che Stefano e Betta vengono a casa nostra è consegnata a Franco una lettera. Parole di incoraggiamento e di amore che Franco legge avidamente. Michele, allega ogni volta disegni di uccelli che volano verso il sole e invia una foto in cui indossa il karategi in una posa da combattimento. Stiamo prendendo un tè in cucina con Betta e Stefano quando Franco ci mette al corrente di un evento capitatogli anni prima, mentre si trovava in treno con degli amici per andare a sostenere un esame a Milano, Una donna aveva letto a tutti la mano predicendo esattamente il voto che ciascuno di loro avrebbe preso quel giorno. "La tua vita sarà breve" gli disse. Quante volte ha pensato a quella predizione? Franco è molto razionale, perciò se ricorda quelle parole a distanza di anni significa che l'hanno colpito nel profondo. Comprendo solo ora il suo modo di vivere velocemente, in corsa contro il tempo. Paolo e Paola studiano invece uscite strategiche. Franco e Paolo rimangono in casa, mentre Paola mi fa uscire con un pretesto. "Sono gli unici che hanno il coraggio di vedermi", dice Franco "perché io rappresento ciò che loro vogliono ignorare". L'amore è l'unica cosa di cui abbiamo bisogno. Andiamo a Reggio per evitare di incontrare persone conosciute che ci facciano perdere tempo con inutili domande. La città è brulicante di vita e vestita a festa. Scegliamo i regali da fare agli amici e ci rifugiamo nella nostra libreria preferita in cui ci intratteniamo per ore a selezionare quei libri che ci permettono di viaggiare con lo spirito. Arriviamo in Sud Africa con Wilburn Smith e impariamo da Cohelo a cogliere i segni. Ma è il coraggioso avvocato protagonista di "Azione civile" a catalizzare l'attenzione di Franco. La passione dell'avvocato nell'affrontare una causa intricata è la stessa che guida Franco nell'affrontare le battaglie della vita. E' Natale. Addobbiamo insieme l'albero. Balocchi sfavillanti sovrastano la statuetta di Gesù bambino. Pensiamo a quanti Natali potremo trascorrere insieme dopo questa tempesta.
UN'ALTRA PROVAIl 31 dicembre una dottoressa del reparto, telefona per comunicare a Franco che i markers dell'epatite sono positivi ed invita anche me a fare un prelievo per verificare un'eventuale positività, in caso contrario, aggiunge, mi suggerisce di fare immediatamente il vaccino. Franco è sconvolto ma ciò non gli impedisce di porsi una domanda inevitabile: dove ha contratto l'epatite. Sono sorpresa dalla lucidità e dalla capacità di analisi della situazione che Franco dimostra di possedere anche in un momento così drammatico. Il periodo finestra dell'epatite è di circa due mesi, periodo che coincide con la fine del ricovero a Parma ed i primi giorni del ricovero a Pesaro. E' deciso a scoprire la verità e mi confida che una volta individuato il responsabile, gli farà pagare duramente le conseguenze della sua imperizia. Telefona alla dottoressa e le chiede esplicitamente in quale ospedale si sia verificato il contagio. Le possibilità, dice la dottoressa, sono date per il 50% a Pesaro e per il 50% a Parma. Franco fa i prelievi a Parma, le transaminasi sono a duecento. I medici del reparto di ematologia consigliano il ricovero presso il reparto infettivi di Pesaro, perché così potranno tenere la situazione "sotto controllo". Il trapianto, assicurano, non è compromesso. Franco concorda personalmente la data del ricovero a Pesaro presso il reparto infettivi, diretto dal dottor Agosti. La notte di San Silvestro. L'ultima notte dell'anno. La paura si impossessa di me e sento l'ala oscura della morte. Esprimo un desiderio e lo scrivo sii un bigliettino. Apro la finestra, lancio il biglietto e lascio che l'aria gelida mi schiacci la faccia. "So cos'hai scritto" afferma Franco allontanandomi dalla finestra. Stappiamo una bottiglia di champagne e ne beviamo un bicchiere seduti sul divano. Franco mi prende la mano e mi chiede di ballare. Accendiamo lo stereo e ci stringiamo in un abbraccio disperato. Tra alberi infiniti. Il cielo è in una stanza. Sorprendo Franco soffermare lo sguardo sugli oggetti della casa, come a prenderne congedo. Lo guardo spesso mentre sono affaccendata In cucina e lui è seduto sul divano. Devo assicurarmi che lui sia lì, con un braccio teso sul divano e le dita che ci tamburellano sopra in una segreta armonia. Afferra una foto in cui siamo seduti sui gradini di un tempio. "Siamo stati felici”. "Lo saremo ancora. E un sorriso malinconico il suo. "Tu devi esserlo comunque. Qualsiasi cosa accada." Il 3 gennaio partiamo per Pesaro. Prima di essere ricoverato Franco vuole parlare con il professor Lucarelli che ci riceve nel suo studio. Non ci invita a sedere e ci tratteniamo solo alcuni minuti. Sentiamo sempre la stessa litania "niente è compromesso”. Il 4 gennaio Franco è ricoverato. L’unico farmaco che gli è somministrato è un epatoprotettore, due volte al giorno. I prelievi sono fatti ogni due giorni. Lo stesso giorno muore un paziente ricoverato nel reparto. Per curiosità chiedo ad un infermiere quale sia stata la causa del decesso e questo mi risponde epatite B. Franco ed io ci guardiamo negli occhi e ci aggrappiamo alle statistiche. Saprò solo successivamente che il paziente deceduto proveniva dal reparto di ematologia di Pesaro. Sono nel corridoio del reparto in attesa di essere ricevuta dal primario per l'ennesimo colloquio. Un brivido mi percorre la schiena e penso che Franco non lascerà il reparto. Una sensazione "di pancia" un istinto che rimpiango di non avere seguito. Ogni volta che ho ignorato la strada indicata ho fallito. "Niente è compromesso". Il professore ha detto così, se ci fossero dei problemi ne sarei al corrente. Le condizioni di Franco peggiorano e la sua rabbia cresce ogni giorno di più, arche se non la manifesta, perché sa che la sua vita dipende da quei medici che gli devono fare l'intervento. "Adesso ho bisogno di loro perché devo fare il trapianto, perciò anche tu stai zitta, ma quando starò bene gliela farò pagare. Mi risarciranno a peso d'oro". Franco ha sempre mantenuto fede alle sue promesse e anche quando nel suo lavoro ha incontrato difficoltà che avrebbero bloccato chiunque, lui ha proseguito, combattendo e vincendo le sue battaglie con la caparbietà che lo ha sempre contraddistinto. Franco si sente stanco e compare la febbre. Io sono molto preoccupata e vado a parlare con il primario del reparto che mi dice che la febbre fa parte del normale decorso della malattia. La temperatura sale sempre di più. Potrebbe essere influenza oppure un virus. Siamo disorientate. Mio suocero è rientrato a Parma perché nessuno aveva fatto minimamente intravedere il probabile decorso della malattia. Le transaminasi non accennano a diminuire, anzi si alzano in modo preoccupante. Arriva l'équipe di Lucarelli al completo che ci fa intendere di trovarsi nel reparto infettivi per una riunione. Mia suocera chiede alla dottoressa Fabi se siano stati eseguiti i controlli necessari sulle sacche di plasma per evitare altri possibili contagi. La dottoressa risponde che sono tutti negativi e che potrebbe essere lei positiva oppure mio suocero. I miei suoceri fanno i prelievi che risultano negativi. La febbre sale sempre di più. Gli somministrano antibiotici a largo spettro che, naturalmente, sono inefficaci a trattare un'epatite fulminante. Gli fanno un'iniezione di cortisone e Franco è ancora lucido quando osserva incredulo il termometro che segna trentacinque di temperatura. E' la fine. Arriva il professor Lucarelli, che è presente quando fanno un'ecografia a Franco per verificare le condizioni epatiche. Si accorge che e gravissimo, ma lo incoraggia dicendogli che vorrebbe portarlo con sé in ematologia per sottoporlo immediatamente al trapianto. Franco, quando siamo soli, continua a ripetere le parole del professore come una litania. Sono isolata e intuisco che è troppo tardi per contattare gli amici medici senza destare i sospetti di Franco. Io e mia suocera ci guardiamo attonite e imbambolate. Cosa sta succedendo? Oscar, l'unico in grado di porre i quesiti opportuni ai medici, non è presente e nemmeno mio suocero, abituato a muoversi come un segugio, è con noi. Due degli undici pazienti contagiati si sono salvati grazie alla somministrazione della lamivudina, farmaco utilizzato per trattare l'epatite fulminante. Ma Franco aveva l'influenza.
MI PORTI A MUREA?Le transaminasi stanno salendo, ma Franco è ancora lucido. Gli occhi velati. La voce fioca. I gesti rallentati. Si sta avvicinando la fine. Continua a parlarmi del danno subito e fa progetti pensando ai soldi che dovrà percepire come risarcimento. Sa che devono essere parecchi, perché come medico sta sfiorando il massimale. Mi strappa una promessa, il sogno di un altro viaggio, di un'altra avventura, di un'altra scoperta che so rappresentare il tentativo di esorcizzare la morte. "Mi porti a Murea'?" sussurra. 'Ti porterò in una casa sull'acqua così potrai vedere i pesci anche di notte”. Vorrei accompagnarlo nel tempo senza tempo. Passaggio da una realtà della coscienza ad un altra. "Ho Fatto uno strano sogno questa notte. Potevo scegliere tra nascere in un'altra famiglia ed avere una moglie che non mi amava ma essere molto ricco, oppure stare con te ma avere la leucemia. Ho scelto te e la leucemia. E non sono pentito". Franco non è più sull'altalena.
LA FINE1 miei suoceri sono convocati da Lucarelli e Agosti che riferiscono l'impossibilità che Franco si salvi. Non rimane che tentare una plasmaferesi, che non riuscirà. Rimango accanto a lui. mentre i medici si affannano per salvarlo. Pronuncia frasi sconnesso ma invoca ancora il mio nome. "Se dovessi morire" mi aveva detto "ricordati che l'ultimo viso che voglio vedere è il tuo". Franco entra in coma. Sono con lui quando volge il capo verso di me in un estremo saluto. I suoi occhi non vedranno più orizzonti lontani. Esco dal reparto per acquistare delle rose. Franco è morto e il mio unico pensiero è quello di mettergli accanto delle rose. Delle rose rosse dal gambo lungo. Non sento niente. Neanche il dolore. Siamo come in trance e nessuno di noi realizza che Franco non è morto a causa della leucemia, ma di un'epatite contratta a Pesaro. Solo Oscar parla di omicidio. Il professor Agosti chiede ai miei suoceri se vogliono fare l'autopsia, la domanda è di routine. lo non sono presente e si riservano di rispondere al mio rientro. Il professor Agosti nell'apprendere la notizia appare molto teso. Sono titubante nel fare l'autopsia su quel corpo a me così caro, troppo devastato da inutili cure. Ma se qualcuno ha sbagliato deve pagare.
L’INGANNOLo zio di Franco contatta due avvocati di Rimini, con cui prendiamo accordi per fare la denuncia in Procura ed inviare con urgenza un medico legale per fare l'autopsia. Mio suocero si reca in Procura con gli avvocati, mentre mia suocera ed io aspettiamo il medico. Stiamo prendendo un cappuccino quando mio fratello vede un medico avvicinarsi all'obitorio, lo ferma e gli chiede che cosa stia facendo. Il medico risponde che il dottor Fiorenzuolo, il direttore sanitario, l'ha incaricato di fare l'autopsia su Ferri. Mio fratello gli intima di fermarsi, perché stiamo aspettando il nostro medico legale. Mi precipito nell'ufficio del direttore sanitario e chiedo alla segretaria di potergli parlare con urgenza. Mi risponde che il dottore non è in ufficio. Le dico di trovano immediatamente. Finalmente dopo un quarto d’ora Fiorenzuolo si materializza e riceve me e mio fratello. Gli chiedo come mai abbia mandato un medico a fare l'autopsia senza la nostra autorizzazione ben sapendo che ci sarà una denuncia in Procura e che stiamo aspettando il nostro medico legale. Fiorenzuolo risponde dicendo che non ha importanza chi faccia l'autopsia, se noi o l'ospedale, visto che di autopsia si tratta. La differenza per me è sostanziale e l’invito a non procedere. In caso contrario, lo avverto, sarò costretta a fare intervenire i carabinieri. Il giorno 14 ci presentiamo in Procura per fare la nostra deposizione. Sarà il Pubblico Ministero Maria Letizia Fucci a valutare se le informazioni da noi fornite siano sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio. Il Pm ci ascolta con attenzione, pone le domande con precisione ed è paziente nell'attendere le risposte. Le riferisco dell'uomo morto il 4 gennaio che adesso, ho la certezza, proveniva proprio dall'ematologia. Ricordo che il dottor De Stefani, alla mia precisa domanda relativa alla provenienza del paziente deceduto il 4 gennaio, rispose che proveniva da un ospedale della Sicilia (addirittura!). Rimaniamo a Pesaro qualche giorno, ma nessuno del reparto di ematologia cerca di contattarci. Neanche i volontari dell’AIL, prima cosi solleciti, si fanno vivi. Rientriamo a Parma. Vado a Bozzolo, dove Franco svolgeva la sua attività, per prendere accordi con il medico, che è ora suo sostituto, e ritirare la posta. Con sorpresa, noto una busta che proviene dal centro trapianti. E’ indirizzata a me La apro. E' di Lucarelli. E' datata 15 gennaio, giorno successivo alla denuncia. Il professore si dichiara dispiaciuto per la morte di Franco e sostiene di non provare alcun rimorso. "Qualunque cosa possa lenire, in parte, il suo dolore, aggiunge, anche se attraverso un'azione legale, sia fatta". La lettera è molto bella, peccato però che sia stata scritta troppo tardi, assumendo così, il tono sinistro dell'avvenimento.
UN'INFINITA CATENA DI MORTIDopo Franco muoiono altri sette pazienti, altri due sono contagiati, ma si salveranno.
INIZIANO LE INDAGINIInterviene la Procura. Lucarelli e Fiorenzuolo sono raggiunti da un avviso di garanzia con l'imputazione di omicidio colposo. Le cartelle cliniche dei pazienti vengono sequestrate dai NAS, ai quali viene affidato anche il compito di ispezionare il reparto di ematologia. Nel corso del primo controllo non viene ispezionato il secondo piano del reparto, luogo in cui si trovano i laboratori. Dalle verifiche fatte in un secondo tempo, viene individuato il virus dell'epatite B nei contenitori di azoto liquido. L'ospedale costituisce il CIO, comitato d'indagine ospedaliero, del quale fa parte anche il primario del reparto infettivi.
"NON CURIAMO I RAFFREDDORI" Lucarelli rilascia un'intervista in cui sottolinea che tutti i suoi pazienti sono affetti da gravi patologie ematologiche. La consapevolezza della gravità della malattia contro cui stavamo combattendo non ci ha mai abbandonato, per questo ci saremmo rassegnati ad una sconfitta causata dalla leucemia. In questo caso, però, non è stata la leucemia ad uccidere, ma la negligenza e l'imperizia di qualcuno.
IL SERIAL KILLER. “CHIAMIAMO TOPOLINO O KAY SCARPETTA? IL PROFESSORE CHIEDE AIUTO AL FIGLIO GIALLISTA” Lucarelli si difende dalle accuse sostenendo, su suggerimento del figlio giallista, la tesi tanto fantasiosa quanto improbabile del serial killer Parla dei suoi nemici storici e di un sabotatore la cui manina gli sembra di intravedere. Mi sono sentita profondamente offesa da questo atteggiamento al quale i media, TV di Stato inclusa, hanno dato ampio spazio. Non siamo a Topolinia e i morti sono persone reali, che hanno avuto l'enorme sventura di essere colpiti prima da una grave malattia, poi da un virus, che, su persone affette da tali patologie, si è rivelato letale. Per questo, proprio perché più deboli, avrebbero dovuto essere più protette attraverso tutte le precauzioni che il caso richiedeva. L'incuria non è un'attenuante, ma un'aggravante. L'epatite B, inoltre, non è Ebola. Si tratta al contrario di un virus di cui si conoscono perfettamente le modalità di trasmissione ed il potere infettante.
I NEMICI STORICI DEL PROFESSOREIl professore fa due nomi. Quello di un biologo, allontanato anni prima dal reparto e di un portantino. Il secondo verrà trovato morto, impiccato, proprio il giorno in cui avrebbe dovuto presentarsi davanti al Pm. Perché avrebbe dovuto scegliere quel tipo di morte? Un portantino ha libero accesso ai barbiturici e non avrebbe avuto difficoltà ad iniettarsi una dose di potassio. Sicuramente si sentiva in pericolo se qualcosa lo ha spinto a consegnare una lettera, di cui ignoro il contenuto, ad un avvocato amico. Su questa morte il giallista non proferirà verbo. Per comprendere pienamente i risvolti di questa vicenda occorre sapere che parte dell'economia di Pesaro ruota attorno alla leucemia. L'attività del reparto di ematologia, definito proprio in quei giorni dal direttore sanitario regionale "attrezzato e all'avanguardia", non viene mai sospesa. Nove morti e due infettati, senza che ancora si conosca la fonte del contagio, non bastano a fermare il carrozzone. Nel merito della vicenda partiti di destra e di sinistra prendono posizione contro o pro Lucarelli. L'ordine dei medici dichiara la propria solidarietà al professore. Infatti, dopo avere preso in esame i dati relativi alle infezioni ospedaliere, sostiene che rientrano nelle percentuali di possibili infezioni che si possono contrarre durante una degenza in ospedale. Senza la nostra denuncia in Procura, non si sarebbe neppure parlato di percentuali, poiché gli organi competenti non erano stati informati, né dei decessi né del sospetto di un'epidemia in corso, dal Direttore Sanitario, discorsi sterili accomunati da un grave vizio di fondo: la non conoscenza di ciò che è realmente avvenuto. Le indagini si svolgono in un clima di grande tensione. Evidentemente la posta in gioco è alta. Io stessa vengo contattata, prima dal sindaco della città, il cui invito considero un po' tardivo, e, successivamente, da un esponente di un partito, ma diffido chiunque cerchi di strumentalizzare a proprio vantaggio questa vicenda.
A CHE PUNTO SIAMO DELLA NOTTESono passati tre anni dalla morte di Franco, e il processo deve ancora iniziare. Lucarelli sta continuando a lavorare nel suo reparto che è stato ampliato come meritato premio della sua attività. I! direttore sanitario Fiorenzuolo è stato trasferito. Le perizie hanno individuato la fonte del contagio: attraverso l'esame del DNA del virus e stato possibile risalire ad un ammalato, ricoverato nel reparto e mai isolato, nonostante i medici fossero al corrente della sua patologia. Ancora non si sa in che modo ha potuto infettare undici pazienti. Mi auguro che attraverso le cartelle cliniche si possa risalire con esattezza al comune denominatore dei pazienti contagiati, perché ritengo che solo così si possa capire come si sia verificato il contagio.
DOPO LA MORTEVarco la soglia di casa. Un silenzio plumbeo ad aspettarmi. Una casa ostile in cui tutto è fermo. Mi muovo adagio per non spezzare quell'immobilità. Mangio in piedi in cucina per evitare il contatto con quel posto vuoto. Le sue cose sono lì ad attenderlo invano. Le mie paure hanno preso corpo, si sono realizzate una dopo l'altra con matematica precisione. E' la discesa all'inferno, in un altro faccia a faccia con la morte, la solitudine, la disperazione. In ginocchio. Esausta. Controllo le dosi di sonniferi. Sono più che sufficienti. Mi seduce il pensiero di un lungo sonno, ma sono incapace di compiere questo gesto estremo. Franco sulla soglia di casa prima di uscire per l'ultima volta. Mi prende il viso tra le mani. "Devi vivere. Qualsiasi cosa mi succeda. Metti in atto le tue risorse, le tue dinamiche e sentimi presente alle tue giornate. Lascia aperta la tua finestra sul mondo". Fisso la porta d'ingresso e credo di udire i suoi passi salire gli ultimi gradini. IL suo grembo non mi accoglierà più e le mie orecchie non udiranno parole sussurrate dall'effetto di un mantra. Vado a letto da sola. Franco non mi può accompagnare. Superare la notte. E poi un'altra. E un'altra ancora. Poi sarò al sicuro. La buia notte dell'anima. A volte lo sogno. E disteso nel letto, avvolto in un lenzuolo. Una farfalla bianca vola sopra di lui. Credo di incrociarlo per strada, ma svanisce troppo rapidamente tra la folla. Riprendo la scuola e i contatti con gli amici. Tutto è avvolto nella nebbia. Attutito. Inghiottisco il dolore. Sentimento troppo personale per essere condiviso. La quotidianità mi opprime e ho la costante sensazione di essere al posto sbagliato. Straniera al mondo. Straniera a me stessa. Devo evadere in un posto in cui nessuno sappia chi sono. Niente domande. Sono chi voglio essere. L'America. Un mese da sola, per misurarmi con me stessa e le mie capacità. Incontro persone nuove e studio per dominare la mente e impedirle di vagare. Programmo altri viaggi, altre fughe. Le acque del Mar Rosso. Barriere coralline che sprofondano negli abissi. Nuoto al ritmo del mio respiro in un'oscurità infranta da improvvisi bagliori. Ancora l'America. Attraverso stati di incomparabile bellezza. Mi avvolgono i colori del Gran Canyon e nella notte mi soffermo ad ammirare quel cielo a cupola carico di stelle mentre gli indiani seduti attorno al fuoco ascoltano dallo story teller perché Tobats e Shinob hanno creato Tu- On-Wep, la Terra. Attraverso la "Valle della morte", miraggio dei cercatori d'oro, in cui solo il diavolo si può divertire a giocare a golf. L'Oregon e le sue nebbie. Rifugio di pirati che a fatica governano le navi, tra gli alti faraglioni di questo luogo dolce e malinconico. Il sollievo è temporaneo. In Italia la posta è aumentata e i miei fantasmi sono lì ad aspettarmi. Si chiamano "Angoscia", "Paura", "Mancanza.". Cerco la soluzione nella quotidianità e ogni giorno mi rifugio in qualcosa di bello: un libro, una poesia, una cassetta, una cioccolata con un amica. Piccole cose che rendono sopportabile l'esistenza Non ho scelto il dolore che mi ha toccata, ma ho il potere di decidere che significato dargli. Franco nella malattia è profondamente cambiato, arrivando ad amplificare la capacità di comprensione verso chi soffre. Mi rammarico di avere solo intravisto una metamorfosi appena iniziata.
CHI SIAMO, DA DOVE VENIAMO, DOVE ANDIAMOSono queste le parole scritte in un bigliettino contenuto nel suo portafoglio. Le ho ritrovate scritte da Gaugain in un suo famoso quadro esposto al Fine arts museum di Boston. Franco cercava risposte. E ciò che Io affascinava era, come in un viaggio, il percorso, non la meta.
Caro Franco, con il tuo esempio mi hai mostrato il valore dello speranza. Mi hai insegnato che anche quando tutto sembra congiurare contro di noi occorre non smettere mai di lottare, di cercare e volgere il nostro pensiero all’amore di chi circonda. Mi hai amata senza riserve e non mi hai mai chiesto di cambiare. Mi hai regalato momenti indimenticabili. Saranno nostri per sempre. Per tutto questo, grazie. Ti immagino viaggiatore tra mondi diversi alla ricerca di quelle verità nascoste che tanto ti appassionavano. Ti immagino crescere in una luce straordinaria che cancella tutte le ombre e le sofferenze legate alla vita terrena. Ti sento ancora partecipe della mia vita e so che con il tuo aiuto potrò realizzare la mia "leggenda personale". Ti ho incontrato grazie a delle fortunate coordinate tra Cielo e Terra ma il tempo trascorso con te è durato un battito di ciglia. Per sempre.
Cristiana
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