La "questione albanese", concreto esempio di penetrazione imperialista, proietta l'Italia verso l'Europa di Maastricht
di Raffaele Schiavone
L'operazione "ALBA" è terminata ad agosto ed ora il punto centrale è diventato il come e quando far rientrare a casa circa 10.000 albanesi.
Il quadro socio-economico attuale, aumenta le difficoltà per milioni di italiani di cogliere nel giusto verso la dimensione reale, i perché, i drammi umani, che stanno dietro il fenomeno delle "fughe" da parte di altri esseri umani dal loro paese.
La delega disincantata verso partiti politici che non rispecchiano per nulla la difesa reale dei loro bisogni primari, al centro, a destra come a sinistra, rischia di far venire in Italia una capacità di analisi e di lotta per trovare soluzioni idonee rispetto alla drammaticità, dovuta a situazioni evidenti di emarginazione, di disoccupazione, di assenza di ogni speranza per il futuro. Aumenta parallelamente una rabbia incontrollata, una rivalsa nei confronti di potenziali "nemici" che, albanesi o meno, appaiono unicamente come quelli che stuprano, rubano, spacciano, uccidono, tolgono lavoro ai nostri disoccupati.
Le ultime vicende di quest'estate, esasperate ad arte dai mass-media, senza nulla togliere alla drammaticità di fatti che, comunque ci lasciano sgomenti, rischiano di essere un ulteriore, veloce, veicolo di aumento incontrolalto di atteggiamenti razzisti, di giustizia sommaria, di caccia al diverso, allo straniero.
Andare verso questa deriva sarebbe un colpo mortale per una visione, una idea di accoglienza, di integrazione e solidarietà concrete tra donne e uomini, di diverse nazionalità, cultura.
Un tale quadro politico, economico, culturale è tutto da costruire, da far lievitare, lentamente, ma iniziando a lasciar da parte, da subito, politiche demagogiche e ipocrite tese soltanto a salvare la faccia da una parte e dall'altra ad utilizzare, di volta in volta, il "problema immigrati" per motivi interni o di razionalizzazione dei flussi alle frontiere.
Del resto basta osservare, il teatrino messo in atto da governo e opposizione, che si scambiano favori, barattano voti in Parlamento per approvare o l'uno o l'altro provvedimento di vario tipo sia che si tratti di problemi occupazionali, di stato sociale, di interventi militari. Oggi a me, domani a te. Ma di fatto, alla fine, manovre finanziarie, pacchetti TREU, operazioni ALBA, ed ora la trattativa sullo stato sociale e sul prosieguo dell'intervento in Albania, troveranno ancora una volta il quadro politico italiano, con qualche mediazione di rito, in grado di meritarsi gli elogi ed un voto di sufficienza da parte degli organismi internazionali.
Ma questa è la politica, quella che non ci interessa, quella di cui milioni di italiani potrebbero fare tranquillamente e meno, in quanto relegati solo ad un ruolo di spettatori, di attori non protagonisti, ma necessario supporto elettorale, per dare legittimità ad un quadro politico, istituzionale, economico, giudiziario, che sempre più inquinato e autoreferenziale, ha necessità di spacciare la ricerca del consenso e quindi l'unica possibilità di esistenza, con il ruolo di superpartes, di garante del bene sociale e della nazione tutta.
Aumenta il potere del capitale, sul piano ideologico e sul terreno economico con un continuo, massiccio, attacco alle condizioni di vita più elementari.
In questa cornice si è inserita la vicenda albanese, fino alla delibera di Prodi che prevede entro il 30 novembre 1997, il completo rimpatrio di tutti coloro che sono giunti in Italia. E non basta certo la presenza tra questi, di qualche delinquente, a motivare l'accanimento con cui si "deve" trovare per forza una soluzione che dimostri come anche l'Italia, dopo Francia e Germania, per esempio, ricominci a ridisegnare un nuovo modo di affrontare la questione immigrati.
Sarebbe utile ragionare di queste persone non in termini di flussi, di numeri, di contingenti, ma di soggetti che a pieno titolo hanno il diritto, a casa loro o da noi, se lo scelgono, di rivendicare condizioni di vita e di rispetto totale della loro identità politica e culturale. Non interessa nemmeno stare a dissertare su quanti sono, magari meno della Francia che ne ha 4 milioni o la Germania che ne ha 8 milioni. L'Italia circa 1,5 milioni. Non è questo il problema. Piace tanto parlare di globalizzazione, di internalizzazione, di accordi tipo Schengen (velocizzazione dei transiti alle frontiere) quando queste disquisizioni servono ad avallare provvedimenti e politiche necessarie per competere e rispettare i parametri di Maastricht. Poi, di fronte alla disperazione, vera, di poche migliaia di nostri simili, si erge un muro di moralismo, di chiusura, di pregiudizio, di rigetto.
La dimensione di precarietà e di oggettiva difficoltà che oggi milioni di italiani e tante migliaia di immigrati di varia nazionalità vivono sulla loro pelle, è l'espressione tangibile dei danni e degli squilibri sociali causati da un sistema economico capitalistico tutto incentrato sull'assoluta e inevitabile supremazia del profitto che spazza via dai propri orizzonti qualsiasi tentativo di una organizzazione sociale non darwiniana ma basata su solidarietà, rispetto reciproco, uguaglianza economica, giustizia sociale. Per questi motivi ha ancora un senso, oggi più che mai, ribadire la necessità di una lotta per ribaltare in senso comunista e libertario, questo stato di cose. Non è un fatto ideologico, non è una pura aspirazione. é una necessità concreta, come respirare, come amare, come mangiare, vivere.
Se inquadrato in tal senso, anche il "problema immigrati", che siano albanesi o senegalesi, curdi o pakistani, poco importa, si inserisce a pieno titolo in un lavoro, autogestito, autorganizzato, presente in ogni meandro della vita civile, parte integrante di una prassi politica, sindacale e culturale, che se ne faccia carico e ricerchi soluzioni non strumentali.
Dicevo nellÕarticolo su C.L. n. 27: "É si tratta in realtà di occupare militarmente il territorio, porti, radio, televisione, caserme, aziende, scuole ed ospedali. Si tratta di provvedere all'opera di ridisegnazione di uno scenario politico istituzionale in Albania che … non intralci la penetrazione economica degli interessi capitalistici italiani, in quell'area…". Oggi, approvato in Commissione Esteri di Camera e Senato, il provvedimento operativo prevede la destinazione, per ora di "soli" 210 miliardi per i primi interventi di sostegno, formazione, ricostruzione di tutto l'apparato militare albanese, della polizia, della magistratura, della sanità e così via. Dopo le elezioni del 29 giugno con l'avvicendamento tra Berisha e Fino con Rexep Meidani e Fatos Nano, e, garantita quindi la facciata democratica delle nuove istituzioni, nulla è stato ancora risolto circa i motivi della rivolta dei mesi scorsi. Nulla è stato ancora concretamente ridato agli albanesi di quanto loro tolto da truffe legalizzate di stato con il tacito consenso di organismi internazionali e con il sostegno operativo dell'Italia.
Si è fatto tanta demagogia circa l'anarchia imperante in quel paese, si è cercato di spostare sulla guerra tra bande, che pure esistevano, per spegnere qualsiasi tentativo autonomo di rivalsa sociale e politica di tanti albanesi, stanchi, prima di Hoxa e poi di "democratici" riciclati dalla vecchia nomenclatura. Per difendere i poveri albanesi, ignoranti, senza istruzione e incapaci di nulla senza qualche padrino o padrone di turno, l'Italia ha pensato bene di sopperire a questo compito, senza difficoltà. La Germania si è acclusa la Slovenia e la Croazia nonché buona parte dell'Est Europa, frantumato dopo il 1989; altri paesi non hanno mai rinunciato a mire espansionistiche, i Balcani sono una zona nevralgica. Intanto prendiamoci l'Albania prima che ce la soffino. E come tutte le colonie si deve usare il bastone e la carota, un volto di democrfatico garante a livello internazionale e allo stesso tempo, cinico e capitalisticamente sfruttatore di potenziali ricchezze di quel paese, di uso strumentale per la propria penetrazione economica, di sbocchi operativi per capitalisti nostrani, avvoltoi e sfruttatori mascherati da benefattori.
Per invertire questa rotta è d'obbligo, da subito, in tutti i paesi, quelli forti e quelli in via di sviluppo, riprendere un percorso di lotta internazionalista, contro i propri padroni e governanti.
Questi non hanno morale, non esiste un'etica al di sopra di quello che è l'unico obbiettivo: creare profitto.
E anche in questo senso sono molto coerenti e lineari. In definitiva non si fanno nessun cruccio della presenza straniera in Italia. Anzi ben vengano. Tanto tolti alcuni che vanno ad ingrossare piccola e grande criminalità (anche queste poi funzionali ad un sistema economico come il nostro), i più sono braccia a buon mercato, prendono poco e stanno zitti. Buona massa di manovra verso altri soggetti, per ricattarli, per dividere un fronte che dovrebbe lottare e stare unito. Quasi un terzo del nostro PIL è frutto di lavoro sommerso, lavoro nero. Una enormità.
L'economia italiana, 6° potenza del mondo, non sa come buttare a mare e rimpatriare poche migliaia di esseri umani ma sa bene come far decollare la propria economia, sfruttando, in Italia una manodopera, indigena e non, sempre più debole e ricattabile e allo stesso tempo, inviando sempre più propri esemplari di bravi imprenditori, senza scrupoli, in paesi come l'Albania, dove i costi sono irrisori, ma le tasche e i bilanci dei capitalisti, grandi e piccoli, sono ben gonfi.
Chi è venuto da noi ha tutto il diritto di muoversi e pensare di voler vivere un pò più serenamente, ed è da avversare l'ultima presa di posizione circa il rimpatrio forzoso o dietro l'elemosina di poche migliaia di lire. Queste persone vanno accolte, inserite compiutamente nella vita civile, nel mondo del lavoro.
Sono da demistificare tutti quei maldestri tentativi messi in pratica da nazionalisti, secessionisti, tributi populisti, di varie latitudini, padane o romane che siano, in grado di pompare sul fuoco delle difficoltà presenti, al Sud come al Nord, sul terreno della convivenza tra diversi. Presupposti pericolosi per un rigurgito di sciovinismo e razzismo sempre più manifesti.
Per dire no a tutto questo non ci si puè perdere nelle disquisizioni salottiere o in atteggiamenti puramente compassionevoli e pietistici. Si tratta di controbattere, subito, la tendenza alla marginalizzazione ed emarginazione di intere fasce di società, costringendo organizzazioni e strutture politiche e sindacali del nostro paese, subalterne e codine verso il mercato capitalistico, a rivedere l'impianto delle loro tattiche e strategie, quanto meno per aprire al loro interno tutte le contraddizioni possibili in grado di schiudere gli occhi ai milioni di iscritti e militanti che navigano "a vista".
Noi comunisti libertari lavoriamo e lavoreremo per questo e per riaffermare la validitù del nostro progetto frutto di esperienze e insegnamenti più che mai attuali.