Che succede in America?
di Giulio Angeli
Quella degli USA è una società caleidoscopica, nella quale puoi trovare tutto ed il contrario di tutto e che ben si presta, per queste sua caratteristica, ad essere indorata o annerita allorquando s'intenda, rispettivamente, di apologgizzare o denigrare il sogno americano.
Forse è vero, allora, che in Italia, tra questa omnicomprensiva sinistra, ci sono degli antiamericani pronti a tutto che non perdono occasione per parlar male degli USA: dalla pena di morte alla maretta estiva di Wall Street, al preservativo recentemente trovato in un amburgher. Forse è vero, anzi, lo è certamente. Ma oltre a coloro che "odiano", il nostro "popolo di sinistra" esprime anche chi l'America l'ama al punto da ritenere che alcuni suoi pezzi significativi potrebbero anche essere trapiantati in Italia.
E l'entusiasmo di questi nostri ragazzi è salito alle stelle quando il presidente Clinton ha sciorinato dati e tendenze relativi all'occupazione.
Effettivamente, circa un anno dopo l'elezione di Clinton l'andamento della dinamica occupazionale statunitense iniziò a descrivere una tendenza qualitativa sensibilmente diversa dalle precedenti: una considerevole quota dei nuovi posti di lavoro si stava realizzando nei settori in crescita dell'economia.
C'è da dire che questa tendenza, frutto dei cicli della ristrutturazione capitalistica e delle politiche delle precedenti amministrazioni repubblicane, piuttosto che delle riforme della nuova amministrazione democratica, suggestionò un intero popolo di americanofili vocianti e in attesa di rivincite che pretese di imbonire il nuovo sogno americano ad un'opinione pubblica ormai avvezza a digerire di tutto, tacendo sul fatto che gli artifici statistici e contabili tendono solo a far quadrare i conti che non tornano. Infatti da un punto di vista meramente statistico ciò che è lavoro negli Usa risulta disoccupazione in Italia e viceversa. Inoltre gli uffici statistici statunitensi non usano calcolare tra i disoccupati nè i detenuti, nè coloro che sono in libertà vigilata e che, complessivamente, raggiungono il numero di nove milioni e mezzo di individui: circa il 5% della popolazione degli Stati Uniti.
C'è infine il problema degli immigrati clandestini che quotidianamente varcano il confine con il Messico a far lievitare in modo incontrollato ed incontrollabile la percentuale dei disoccupati reali, assieme a quella del lavoro irregolare.
Queste considerazioni metodologiche sono in grado di conferire ai dati ufficiali del Governo degli Stati Uniti ampi margini di inattendibilità, ma non è tutto poiché le cifre devono essere valutate nel quadro dei fenomeni reali.
Negli Stati Uniti si è andato progressivamente affermando un processo di ristrutturazione del lavoro che non ha precedenti nella storia degli altri paesi industrializzati. Ciò ha contribuito al rilancio dell'economia USA, anche in settori centrali e di forte concorrenza che stanno incrementando l'occupazione: ma ciò si verifica perché i nuovi posti di lavoro vengono offerti a condizioni sempre più precarie e scadenti.
Deregolamentando il mercato del lavoro, rendendolo flessibile e cioè assoggettato alle esigenze del capitale, contemporaneamente piegando l'opposizione dei lavoratori e distruggendo la loro organizzazione sindacale, si crea un ampio esercito di salariati che, ulteriormente dilatato anche dai fenomeni migratori, si riduce ad accettare condizioni di lavoro peggiori delle precedenti. Così accade che il costo del lavoro diminuisce sensibilmente, aumenta la concorrenzialità delle merci sui mercati, i profitti si incrementano e si può continuare ad offrire condizioni di lavoro anche molto scadenti in realtà che un tempo offrivano lavoro sicuro e ben retribuito. Negli USA la flessibilità ha degradato il lavoro assieme alle condizioni di vita dei lavoratori americani.
Ne è la prova la recente lotta dei 185.000 autisti della UPS (United Parcel Service), la maggiore società mondiale del trasporto pacchi che distribuisce, da sola, il 5% del PIL USA, e del loro sciopero durato sedici giorni, conclusosi con la vittoria del sindacato. Nella patria della deregolation e della massima flessibilità i lavoratori hanno ottenuto l'assunzione a tempo pieno di 10.000 contrattisti part time e aumenti salariali pari a 3,10 $ l'ora: cioè lavoro meno flessibile e salari più alti. Lo sciopero ha impegnato il sindacato in una dura opposizione concretatasi con il ricorso anche ai fondi delle altre categorie. Sull'assegno di sussistenza versato dal sindacato ai lavoratori dell'UPS c'era scritto: "ricordati che la battaglia non è solo per la nostra categoria ma per tutti i lavoratori d'America". L'autorevole Wall Streeet Journal ha scritto commentando l'epilogo della vertenza: "la conclusione dello sciopero dell'UPS rappresenta la fine di una sconcertante catena di umiliazioni sindacali cominciate quando Ronald Reagan nel 1981 pose fine al blocco del traffico aereo licenziando in tronco miliaia di controllori. Ora andrà rivista l'immagine caricaturale del lavoratore americano prono di fronte alla società e timoroso di chiedere aumenti salariali malgrado la continua crescita dei profitti aziendali".
In Italia la sinistra governatorale reclama la flessibilità del mercato del lavoro e la libertà di licenziamento ("regolamentata", s'intende), irride la lotta per il salario e per la difesa delle condizioni di lavoro quale residuo del passato, contemporaneamente considerando lo sciopero un arma ormai spuntata se non una sciagurata vetustà.
Quindi i lavoratori che lotterebbero per il salario e contro la flessibilità del lavoro sarebbero corporativi, fuori dalla storia, conservatori e destinati all'isolamento ed alla sconfitta.
Negli USA, il paese più sviluppato del mondo, i lavoratori dell'UPS (leader mondiale della distribuzione di pacchi), hanno scioperato per sedici giorni continuativi per difendere il loro salario e le condizioni del loro lavoro. Lo sciopero, benché interessasse un settore centrale della vita del paese ed un numero relativamente basso di lavoratori, ha registrato il sostegno del 55% della popolazione.
Il sindacalismo americano è giunto a questo risultato dopo un processo di svendita delle lotte e di complicità con l'imperialismo che ha indebolito il movimento operaio rendendolo subalterno alla ristrutturazione capitalistica. Ora è chiaro che il sindacato negli USA potrà anche tornare ai livelli di collaborazione di classe che hanno caratterizzato molte fasi della sua lunga storia e che questa vertenza potrà rafforzare il legame tra sindacato e potere politico, cos'ì come è stato in passato; sappiamo anche che essa potrà essere utilizzata in Italia dai leader confederali del nostro sindacalismo nazionale a sostegno dell'imminente trattativa sul welfare. Per i suddetti motivi, molti di coloro che aspettano la mitica rivincita del movimento di classe saranno portati a snobbare la vicenda, incapaci di cogliere il suo fondamentale insegnamento: la vertenza dell'UPS è comunque in grado di insegnare a tutti i lavoratori che la lotta per la difesa delle proprie condizioni materiali è l'unica capace di invertire il ciclo di subalternità e di sconfitta nel quale versa l'intero movimento di classe.
Crediamo che un intero ciclo storico che ha visto il movimento operaio e sindacale sconfitto e totalmente subordinato agli intertessi del capitale non possa essere superato con una singola vertenza, poiché essa non cancella le sconfitte e gli errori, nè i tradimenti e le complicità delle burocrazie sindacali e le stesse negative conseguenze della subalternità dei lavoratori ai piani del capitale. Sarebbe quindi sbagliato lasciarsi andare a facili entusiasmi, sulla spinta di un discutibile desiderio di rivincita.
Sarebbe sbagliato, è vero. Peggio, sarebbe caricaturale. Ma una cosa può essere comunque detta: i lavoratori non sono scomparsi. Ci sono: lottano e vincono. E' successo in America.