Lire 14.351.000

 

Quello del titolo è un importo che ognuno di noi deve conoscere e pretendere che sia conosciuto ogni qual volta si discute della previdenza.

14.351.000 lire è infatti l'importo medio annuo delle pensioni di vecchiaia e anzianità godute (sebbene con queste cifre ci sia poco da godere) degli oltre 8 milioni di pensionati. Importo che si riduce a 10.107.000 per i circa 3 milioni e mezzo di pensionati per invalidità e a 8.783.000 per 3.700.000 superstiti (pensioni di reversibilità).

Il taglio della previdenza significa ridurre questi trattamenti pensionistici per i nuovi pensionati.

Schiere di politici ed economisti, consulenti delle più svariate istituzioni monetarie internazionali e stuole di giornalisti, uomini il cui reddito annuale è 10, 20, cinquanta volte più alto di queste pensioni medie, tutti a convincerci che per il bene della nazione, dobbiamo mettere sotto controllo questa spesa pensionistica.

Certo la previdenza avrebbe bisogno di una riforma che mettesse fine alla vergogna di pensioni che non si avvicinano neppure lontanamente al minimo vitale, che avviasse un percorso certo e definito per il superamento di tutte le gestioni pensionistiche privilegiate, che approdasse ad un meccanismo di determinazione dellÕimporto pensionistico che tenesse nel debito conto che i lavoratori sono i veri produttori della ricchezza sociale per cui il suo importo non può essere il semplice risultato della storia contributiva di ogni singolo lavoratore. in questo calcolo dovrebbero entrare i sacrifici per la fatica del lavoro, dovrebbero entrare i sacrifici per i periodi di non lavoro per consentire al padrone di ristrutturare e rimanere competitivi, dovrebbero entrare i bisogni degli ex lavoratori.

I miseri contributi non bastano a tener conto di tutto ciò. La società nel suo insieme, magari attraverso la fiscalità generale e dopo il recupero dell'evasione se ne deve far carico.

Per la riforma c'è il problema sventolato, ma irrisolto della definizione dei lavori usuranti, c'è, ed è il vero motivo di tanto clamore, una progressiva precarizzazione del mercato del lavoro che in assenza e ad oggi non prevedibile inversione di tendenza, porterebbe molti lavoratori pur con l'attuale meccanismo retributivo (meccanismo in realtà già residuale perché destinato a scomparire, a seguito della riforma Dini, nel 2008) a non raggiungere soddisfacenti livelli pensionistici essendo questi legati al numero di anni lavorati.

Il vero problema sta proprio in quella che con un eufemismo è definita flessibilità, ma che in realtà è libertà di licenziamenti. Oggi si entra nel mondo del lavoro con almeno 10-15 anni di più di quelli di chi vi entrava negli anni 50-60 e nei primi anni 70, e la prospettiva non è più quella di avere un unico lungo periodo lavorativo, ma sempre di più alla nuova forza lavoro si prospetta un lavoro precarizzato e spezzettato. Un lavoro, che proprio per la sua natura precaria confligge con un sistema previdenziale pubblico che riusciva e riesce ad avere i fondi pensionistici dei lavoratori dipendenti in attivo perché finanziati da un flusso contributivo (del quale è bene non dimenticare l'evasione enorme) continuo che si basava su una certa stabilità dell'occupazione nei complessi industriali medio-grandi. Con un mercato del lavoro ultra flessibile la previdenza pubblica entra in crisi.

Cassa integrazione, mobilità, disoccupazione in un quadro di occupazione stabile riescono a reggere nell'ambito della previdenza pubblica perché interventi di carattere assistenziale limitate nel tempo e nel territorio e generalmente associate nel passato ai grandi cicli di ristrutturazione aziendale e industriale; quando invece questi interventi da straordinari diventano strutturali e propedeutici al sistema delle imprese, il corto circuito previdenziale è dato.

Così stando le cose, la giusta richiesta sindacale di netta divisione della spesa previdenziale da quella assistenziale non sposta di un millimetro il problema economico, chiarisce però la vera natura del deficit -l'assistenza al lavoro con gli istituti della cassa integrazione, degli sgravi contributivi e vari altri sono in realtà potenti sostegni all'impresa alla quale viene consentita una flessibilità nella gestione della forza lavoro che ha permesso in questi ultimi anni al sistema delle imprese italiane di essere competritive a livello internazionale e di acquisire una massa di profitti percentualmente superiore agli incrementi andati al lavoro dipendente.

Il recupero di ottomila miliardi che sembrano dividerci da Mastricht, è dunque da collegare a questa storia.

Il sistema delle imprese ha usufruito e continua ad usufruire di questi incentivi alla produzione, il sistema delle imprese e le rendite finanziarie che intorno ad esse si sono consolidate devono allora ripianare questo deficit. Da un altro punto di vista gli ottomila miliardi da recuperare sui patrimoni e sulle rendite finanziarie potrebbero rappresentare un primo parziale indennizzo per le centinaia e centinaia di miliardi evasi al fisco e ai contributi. In fondo ottomila miliardi non sono che il 3% di quei 240.000 miliardi di evasione di cui si è fatto un gran parlare solo alcuni mesi fa.

Il padronato questo conto non lo vuol pagare, più in generale con il superamento della previdenza pubblica o con il suo drastico ridimensionamento si vuoloe negare qualsiasi valore sociale alla forza lavoro riportando ad una sfera strettamente personale la copertura assicurativa di cui ognuno deve preoccuparsi ad attivare.

Maastricht, il 3%, il PIL, i deficit e tutto il repertorio di questo gran vociare che da mesi si leva intorno al reddito dei lavoratori non può e non deve frastornarci, nè gli approfondimenti tecnici-specialistici di politici, imprenditori e magari sindacalisti possono fuorviare e nascondere una realtà che le semplici cifre stanno a dimostrare.

I lavoratori vanno in pensione con 14 milioni di reddito l'anno e molti di loro sono quelli che le statistiche dell'ISTAT definiscono i nuovi poveri, qualsiasi ragionamento intorno alle pensioni non può che partire da qui.