Massimalismo e cretinismo parlamentare. Due facce di una stessa medaglia nefasta per i giovani ed i lavoratori
di Cristiano Valente
La legge sulle nuove misure per l'occupazione, nota ai più come "Pacchetto Treu", dal nome dell'attuale Ministro per il Lavoro, è stata definitivamente varata dalla maggioranza governativa con l'avallo significativo del Partito della Rifondazione Comunista.
Torneremo su queste pagine ad interessarcene nello specifico dei suoi articoli, ma alcune valutazioni di carattere generale sulla legge e sull'assenso datogli da parte dei comunisti sono d'obbligo.
Figlia diretta di quell'accordo tra Governo e Sindacati dell'ormai lontano 24 Settembre '96, questa legge garantisce l'introduzione legale di una delle forme più odiose e primitive del mercato del lavoro: il caporalato.
Sarà, infatti, possibile costituire agenzie private che collocheranno, in ambiti lavorativi, per periodi determinati e non, lavoratori in affitto, i quali avranno così un rapporto diretto di dipendenza non più con il padrone che usa il loro lavoro, ma con l'Agenzia.
Il varo dell'intero Pacchetto Treu è stato possibile in seguito all'accordo raggiunto nel vertice di maggioranza del 13 Marzo scorso, dove Rifondazione Comunista ha scambiato il proprio assenso di massima al lavoro in affitto con la promessa di 100.000 nuove occasioni di lavoro a tempo determinato per i giovani del Sud.
Sono queste le famose "borse di lavoro". Una sorta di tirocinio retribuito con 800 mila lire mensili, a completo carico dello Stato e di durata massima otto mesi, per i giovani disoccupati.
La definizione più articolata e precisa di queste borse di lavoro è demandata alla fase di contrattazione fra le parti sociali.
Lo scambio, come facilmente si evince, è a perdere.
E' evidente che tali borse di lavoro non creeranno nessun posto di lavoro aggiuntivo, ma andranno a sostituire le già scarse assunzioni regolari al sud, inoltre si tratterrà di lavoro gratuito per i padroni e più marcata e reale sarà la frantumazione dei lavoratori, che si troveranno a fare lavori uguali ma con padroni e contratti diversi.
La deregolamentazione del mercato del lavoro, fortemente avviata fin dalla metà degli anni '80, con l'introduzione dei Contratti di Formazione Lavoro, del part-time, con le assunzioni nominative, successivamente con i cosidetti lavori socialmente utili, anch'essi a tempo determinato e a salario ridotto, senza dimenticare la crescita dei presunti lavoratori autonomi, in realtà dipendenti completamente dalle commesse di grandi ditte, non giustificava affatto un altro elemento di turbativa nella babele di condizioni salariali e normative dei lavoratori.
Le ragioni reali che hanno spinto padronato e governo a inserire tali normative non sono affatto, come falsamente si afferma, nuove occasioni di lavoro. Una maggiore flessibilità significa una maggiore discrezionalita padronale nel licenziare e nell'assumere, il tutto con minore salario.
Si tenta di applicare a tutta la forza lavoro il concetto, caposaldo dell'economia capitalista, della concorrenza.
E' attraverso di essa che le tariffe ed i prezzi in generale si riducono. Ciò vale anche per il prezzo della forza lavoro; il salario.
Nella lotta concorrenziale fra capitalisti non basta più il classico esercito industriale di riserva, cioè i disoccupati per "calmierare" i salari.
Fra gli stessi occupati deve agire un deterrente che li porti a ridurre il loro valore; cioè il loro salario.
Questo deterrente è la cosidetta flessibilità.
In sostanza un abbassamento se non riduzione totale dei diritti acquisiti sia salarali che normativi.
E' questo e solo questo il senso e la filosofia che sta dietro ai diverdi modelli economici esaltati o presi a riferimento dallo stesso Primo Ministro, sia quello americano o per ultimo quello olandese.
Il motivo che spinse i lavoratori, oltre 150 anni orsono, a costruire la loro organizzazione a difesa delle loro condizioni salariali e normative a livello internazionale, fu proprio la constatazione che solo l'unità di tutti i lavoratori poteva impedire una sciagurata concorrenza fra gli stessi.
Per quale motivo allora i neocomunisti italiani hanno avallato tale progetto?
Il calcolo è eslusivamente elettoralistico, tipico di tutte quelle formazioni politiche massimaliste nei pronunciamenti, riformiste nella sostanza.
Tale contraddizione impedisce a questo partito di individuare e praticare una battaglia politica e sindacale chiaramente classista, ripetendo, in versione omeopatica e caricaturale, la già tragicomica versione del vecchio PCI del partito quasi di governo e di lotta.
Il vero ed unico scopo del gruppo dirigente di Rifondazione Comunista è quello di scambiare, ancora una volta, il loro peso elettorale, strategico e necessario per ottenere la maggioranza parlamentare da parte della coalizione dell'Ulivo, cercando di assicurarsi in prospettiva una riforma elettorale che non sia particolarmente punitiva della loro rappresentanza politica.
Un proprio e vero esempio di cretinismo parlamentare, dove non si tiene conto che il mondo reale è esattamente alla rovescia di ciò che il gruppo dirigente di Rifondazione Comunista pensa.
Solo con un radicamento reale nei posti di lavoro, nel territorio, nella capacità di aggregazione giovanile si può esprimere una reale rappresentanza politica, e non necessariamente nelle istituzioni parlamentari.
Una organizzazione politica comunista, per essere espressione reale dei bisogni delle masse sfruttate, che non venga risucchiata costantemente nella mediazione e nel compromesso politico, come nel caso del pacchetto Treu, deve crescere e mutare i rapporti di forza reali esistenti nella società e non attraverso una presunta forza di veto, esclusivamente numerica dei propri parlamentari. Prediligere tali scelte comporta, inevitabilmente, uno svilimento e una mancanza di chiari punti classisti ed internazionalisti, come nel caso ultimo della missione militare in Albania.
Al primo no alla missione militare in Albania, frutto di una politica decisamente imperialista della nostra borghesia nazionale, ha fatto seguito un si alla deroga della scadenza di tale missione, che di fatto ha insterilito e impedito il crescere del minimo movimento di opposizione che pure si era formato in Italia.
Senza entrare nel merito delle nostre radicate convinzioni antiparlamentariste è indubbio che una siffatta rappresentanza politica al massimo può ottenere una strato di professionisti della politica che fra istituzioni locali, regionali, nazionali e sindacali, ha come unico scopo il riciclarsi come ceto e sopravvivere a se stessi, ma lontana dalle esigenze reali di affrancamento e di libertà delle nuove generazioni.
I rapporti di forza necessari per il mutamento e miglioramento delle condizioni di lavoro si costruiscono nelle battaglie sociali e sindacali e non nelle mediazioni governative.
L'aver, per esempio, accettato il lavoro interinale ha tarpato le già piccole ali di una battaglia che aveva visto protagonisti, oltre ai settori di lavoratori organizzati nel sindacalismo di base, la stessa CGIL, nella sua espressione organizzativa Alternativa Sindacale, definitivamente naufragata nelle sue premesse di corrente sindacale classista, con la sciagurata scelta da parte del gruppo dirigente di Rifondazione Comunista di ricostruire una corrernte di partito, per di più a Congresso finito.
Significative di questo disagio e di questa rottura sono le amare riflessioni del segretario regionale della Liguria (1) il quale all'indomani dell'accordo nel vertice di maggioranza affermava:
"Personalmente ho votato contro l'accordo per il lavoro al Direttivo Nazionale della CGIL, insieme ad altri compagni e compagne di Alternativa Sindacale, perchè quell'accordo conteneva pericolosi attacchi al mercato del lavoro", ma ora il "PRC pur negando (l'accordo) nel suo congresso lo accetta come pegno da pagare per rimanere nella maggioranza di governo"… Si chiude nel modo peggiore una battaglia per impedire nel nostro paese vi fosse un ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro. Si lancia un messaggio ai disoccupati che il loro diritto al lavoro è merce di scambio nel mercato della politica, a cui la sinistra partecipa.
NOTE
1. Il manifesto, 22 marzo 1997