Appunti e riflessioni su riorganizzazione capitalista e iniziativa autonoma di classe nell'era "postfordista" (4)
di Guido Barroero
Dopo aver dedicato le prime tre puntate di queste 'riflessioni' al contesto oggettivo del quadro della ristrutturazione capitalista (Comunismo Libertario n. 23 del maggio 1996, n. 25 del dicembre 1996 e n.26 del marzo 1997) mi sembra opportuno orientare il discorso sulla natura e la qualità delle risposte che la working class è riuscita ed esprimere o, in potenza, mostra di poter dare.
Prima di analizzare le condizioni materiali e politiche e la 'soggettività' di classe con cui il movimento operaio si misura con le 'sfide' del capitale c'è tuttavia un passaggio iniziale che è ineludibile: il contesto sempre più allargato, a livello mondiale, in cui queste si articolano.
Globalizzazione, mondializzazione o internazionalizzazione (del capitale, dell'organizzazione produttiva e del lavoro, dello sfruttamento selvaggio del lavoro salariato), che dir si voglia, sono spesso 'etichette' che - nell'analisi di molta sinistra extra-istituzionale - rimandano a un 'già detto' che proprio perché è tale non coglie appieno (e a volte neanche lontanamente) le implicazioni dei processi in atto. In effetti mentre la sovranazionalità - per usare un termine più neutro - dei capitali e dei mercati finanziari non è certo un dato recente, bisogna riconoscere che oggi nella dimensione internazionale si misurano - in modo complesso - l'organizzazione della produzione e del lavoro e soprattutto il mercato di quest'ultimo oltrechè l'accelerazione dei processi di circolazione.
Ma questa globalizzazione dello sfruttamento della forza-lavoro - che avviene sia tramite flussi migratori che dislocazioni produttive - implica solo contraddittoriamente una omogeneizzazione di quelle condizioni oggettive dello sfruttamento che potrebbero innescare un'internazionalizzazione dei conflitti e delle strategie di difesa della working class. Avviene dunque a livello mondiale ciò che su 'piccola' scala accade in Italia. L'attacco del capitale alle condizioni di lavoro è evidentemente teso ad unificare al peggio queste ultime, ma questo si sviluppa secondo le linee di minor resistenza e dunque in base ai rapporti di forza ed alle specificità locali. Così pure, ovviamente, si articolano le risposte che i lavoratori possono - se lo possono - dare alla pressione capitalistica ed ai processi di ristrutturazione. Alcuni, più o meno recenti, episodi di lotta internazionali non possono che confermare questo quadro composito. L'attacco alle garanzie sociali, al salario differito - che riassumiamo spesso sotto l'etichetta di smantellamento del Welfare state - assume evidentemente connotati diversi quanto diverse sono le condizioni in cui questi venivano erogati e quanto diverso è l'hinterland politico, sociale e culturale. Ad esempio i tagli dei vari governi conservatori o democristiani ai sistemi sanitari inglesi o tedeschi hanno lasciato macerie molto più funzionali e funzionanti della sanità pubblica italiana dei tempi d'oro dello Stato sociale. Ma la questione ovviamente non si può porre solo in termini quantitativi. Le lotte dei lavoratori francesi della fine del '95, ad esempio, hanno avuto tra gli obbiettivi il rigetto della riforma pensionistica Juppé che prevedeva il passaggio della gestione di fondi previdenziali dai sindacati alla pubblica amministrazione. Esattamente il contrario di quello che è avvenuto in Italia con i fondi pensionistici integrativi che costituiranno un lucroso affare per le finanziarie e le compagnie d'assicurazione controllate dai sindacati confederali. Il fatto che i lavoratori francesi potessero esercitare un certo controllo sulle attività dei loro sindacati nulla toglie alla complessità ed alla divaricazione oggettiva delle situazioni.
Un altro esempio significativo di questo stato di cose può essere individuato nella recente lotta dei lavoratori coreani. Centinaia di migliaia di lavoratori hanno scioperato duramente e sono scesi ripetutamente in piazza per ottenere la possibilità di contrattare collettivamente e di avere forme di organizzazione e di rappresentanza sindacali ufficialmente riconosciute. Come a dire che qualcosa di simile alla nostre confederazioni sindacali di Stato sarebbe stato salutato come un successo strepitoso.
Un terzo e recentissimo esempio è la lotta dei lavoratori americani della UPS (la United Parcel Service, una delle maggiori corporation dei trasporti con oltre 300.000 dipendenti solo nel Nord America) organizzati per la maggior parte nella Teamster Union. Una lotta durissima, che ha riscosso molta solidarietà da parte della maggioranza della popolazione, con una piattaforma rivendicativa incentrata sia sulla richiesta di forti aumenti salariali che su altre questioni inerenti l'organizzazione del lavoro e le garanzie sociali. Citiamo alcuni dei punti che il segretario della Teamster, Ron Carey, dichiarava qualificanti e centrali: la creazione di 10.000 good job a full-time (posti di lavoro a tempo indeterminato ed a orario pieno) contro la politica aziendale di estendere gli unfair jobs a low-wage e a part-time (lavori 'spiacevoli' a basso salario e tempo parziale); la limitazione del subcontracting (subappalto) di attività che potevano essere svolte da personale UPS; un significativo incremento delle pensioni e una maggior tutela della salute dei lavoratori. Da rimarcare che la creazione di good job e l'incremento pensionistico venivano agganciate alla crescita degli utili aziendali per il periodo di vigenza dell'accordo (5 anni). Una piattaforma indubbiamente avanzata che tentava di coniugare gli interessi dei lavoratori full-time con good-wage e good job (buon stipendio e buon lavoro) con quelli dei throwaway workers (lavoratori usa e getta). Una vertenza avanzata, risolta favorevolmente, antagonista rispetto alla nuova organizzazione del lavoro e ai suoi effetti destrutturanti e di precarizzazione del mercato del lavoro. Una battaglia tanto più rilevante in quanto combattuta dai 185.000 aderenti alla Teamster Union nel paese più avanzato capitalisticamente, in quello per intenderci dei McDonald's jobs (lavori precari da pochi dollari al giorno) e dove nè i sindacati locali, di azienda o di mestiere, nè l'AFL-CIO hanno mai brillato per dure contrapposizioni al sistema delle corporations o alla politica governativa dei tagli al Welfare. Che dire, di converso, dell'iper-politicizzato sindacalismo italiano, sia nella versione concertazionista e collaborazionista delle confederazioni di Stato che svende ad ogni piè sospinto 'anima' e corpo dei lavoratori, sia quella formalmente antagonista del sindacalismo di base, che non riesce a dotarsi di una strategia decente nei confronti dello smantellamento delle garanzie sociali e neppure riguardo ai problemi e le esigenze della massa crescente di senza-lavoro e precari, o ancora che non riesce a cogliere - se non strumentalmente e superficialmente - l'importanza di scadenze - complesse e forse ambigue ma dense di possibili sviluppi - come quella della Marcia europea di Amsterdam?
Questi scampoli di cronaca di lotte internazionali pongono molti più problemi di quante prospettive riescano ad indicare. Innanzitutto la necessaria contestualizzazione del 'microcosmo' italiano sul piano internazionale pone almeno una difficoltà rilevante e un pericolo reale. La difficoltà è quella, ovvia, di riuscire a traguardare lotte e movimenti della working class a livello mondiale nel processo di scontro interimperialista e nella modificazione dei rapporti di forza all'interno di questo. La dimensione europea (che assume consistenza anche sul piano monetario e in prospettiva su quello politico e sociale) si pone, ad esempio, come un potente filtro all'interno di questa contestualizzazione. Il pericolo - che poi è un deja vu - è il vecchio vizio di cercare l'esemplarità e la riproducibilità ad ogni costo di esperienze e di movimenti di lotta fortemente connotati geo-politicamente senza operare quella necessaria destrutturazione a livello analitico che ne individui gli elementi congruenti e quindi confrontabili e potenzialmente omogeneizzanti (organizzazione del lavoro, orari, livelli salariali, garanzie sociali, diritti sindacali, ecc.).
Alcuni aspetti generali tuttavia emergono con una certa chiarezza.
Un primo dato di fatto è assolutamente evidente: i processi di ristrutturazione capitalistici - a livello internazionale, così come a livello italiano - impattano profondamente e strutturalmente il mercato della forza lavorativa, la divisione e l'organizzazione del lavoro, le condizioni d'esistenza della working class - direttamente o tramite la revisione dei sistemi di garanzie sociali; questa destrutturazione che si manifesta primariamente come precarizzazione produce un duplice e contraddittorio effetto: una omogeneizzazione, di fatto, della qualità della forza-lavoro (astratta sempre più dalle condizioni specifiche del suo impiego e della sua riproduzione) ed una segmentazione progressiva della working class i cui differenti livelli di resistenza si dispongono in rapporto ai residui dei vecchi rapporti di forza, al delinearsi confuso dei nuovi (crisi e ridefinizione dei compromessi sociali), e, questa volta sì, alle specificità della riproduzione della forza lavorativa che, ovviamente, hanno tempi di omogeneizzazione ben più lunghi.
Tutto ciò implica alcune conseguenze ben precise: l'interazione sempre più forte e rapida tra i vari aspetti dei processi di ristrutturazione in atto e tra i focolai di lotta sociale, politica e sindacale che in risposta a questi si sviluppano. A ciò si aggiunga la sostanziale impredicibilità delle situazioni in cui nel prossimo futuro si potranno sviluppare questi ultimi e, spesso, la loro reciproca incommensurabilità sul piano della qualità. Si otterrà un quadro ricco sì di potenzialità, ma pregno, altresì, di difficoltà e di ostacoli all'emergere di un'adeguata e radicale opposizione sociale e politica di massa. Queste difficoltà e questi ostacoli non potranno che accentuarsi se le cosiddette avanguardie di classe continueranno ad eludere la necessità di sottoporre a critica serrata il proprio autoproclamato ruolo e i tradizionali rapporti tra lotte, movimenti, battaglie politiche, sociali e sindacali, e ad assumere come paradigmatico il proprio consolidato ed autoreferenziale bagaglio teorico e di prassi, spesso fondata quest'ultima su specificità del tutto marginali.
Nel prossimo articolo esamineremo l'adeguatezza politica delle risposte che la working class (o almeno la sua componente più avanzata) esprime alle sfide che la fase sta imponendo e lo faremo anche (con una trasposizione di piani un pò azzardata ma comunque lecita) misurando ciò che oggi emerge da tutta un'area di militanti politici e sindacali formalmente su posizioni antagoniste e classiste.
Cercheremo infine di cogliere le potenzialità di un'area - come quella libertaria - che in una fase - come l'attuale - di relativa popolarità e riscoperta di alcuni elementi del proprio patrimonio critico e della propria tradizione rivoluzionaria sembra purtroppo - in fase di riflessione teorica - ripiegarsi su alcuni stereotipi utopizzanti piuttosto che affrontare con decisione i nodi dell'odierna fase dello scontro di classe.