La questione sindacale tra passato, presente e semplificazioni
di Claudio Strambi
Le tre posizioni
Nell'anarchismo di classe, a partire dalla seconda metà degli anni '70, si sono sviluppate tre posizioni sulla questione sindacale. Una tipicamente anarco-sindacalista che ha visto nella rinascita e nello sviluppo del sindacato anarchico USI (Unione Sindacale Italiana), l'unico obbiettivo coerente ed efficace per l'azione degli anarchici nel mondo del lavoro. Una seconda posizione, prevalente all'interno della FAI, che riconoscendo la necessità di distinzione tra l'organizzazione politica degli anarchici e l'organizzazione sindacale dei lavoratori, ha visto nel lavoro di creazione e di sviluppo di organismi di base extra-confederali il terreno praticamente esclusivo su cui gli anarchici devono misurarsi nella loro azione sindacale. La terza posizione, sviluppata dal filone comunista libertario, ha avuto come elemento centrale , anche se non esclusivo, l'intervento libertario e di classe all'interno delle grandi confederazioni riformiste, in particolare nella CGIL.
Sulla posizione sindacale dei comunisti libertari
Questa terza posizione è indubbiamente quella che più ha a che fare con la storia della nostra rivista. Essa conteneva e contiene alcune ragioni di fondo che non hanno subito e non potevano subire l'usura del tempo, perchè costituiscono verità fondamentali di un anarchismo, che pur essendo minoritario, si pone in un ottica di massa. Si pone cioè come forza politica a tutti gli effetti: forza libertaria ed anti - istituzionale, ma allo stesso tempo forza in grado di formulare proposte credibili e generali. La sensibilità verso il problema dell'unità dei lavoratori, la coscienza della natura riformistica, non del sindacato confederale, ma della lotta sindacale in quanto tale, la coscienza della propensione riformistica delle grandi masse: queste ed altre verità teoriche fondamentali da cui derivava la scelta di intervenire prevalentemente nelle grandi organizzazioni di massa (e quindi prevalentemente nella CGIL) risplendono tutt'oggi in tutta la loro validità. D'altra parte vi sono sempre stati, sia nella formulazione che nella pratica di questa posizione sindacale, limiti ed eccessi.. Ad esempio, anche di fronte ad organismi di base extra confederali che registravano larghe adesioni, troppo spesso si è teso a considerare tali organismi utili solo in funzione del cambiamento dei rapporti di forza all'interno delle grandi organizzazioni sindacali. In quest'ottica si è teso a preferire sempre e comunque l'intervento di opposizione all'interno della CGIL, e ad individuare sempre e comunque nella strutturazione permanente di sindacati alternativi un elemento di rottura dell'unità di classe. Si è teso cioè ad una visione schematica del mondo del lavoro, non cogliendone la complessità, l'articolazione, i meccanismi soggettivi ed in definitiva finendo per abbassare la tensione verso il tema dell'autorganizzazione. Ma fin qui siamo di fronte ad eccessi di una posizione sindacale che, se calata nel periodo storico in cui fu elaborata (la seconda metà degli anni '70), era fondamentalmente corretta. Ciò che invece mi sembra oggi sia entrato in crisi di quella posizione sindacale è l'analisi sul ruolo strutturale del sindacato. Tale analisi era infatti dimensionata sul cosiddetto ciclo fordista dello sviluppo capitalistico. Nel sindacato e nella lotta sindacale si riconosceva una funzione duale: i sindacati erano allo stesso tempo strumento di affermazione degli interessi immediati dei lavoratori e strumento di razionalizzazione dello sviluppo capitalistico. Cioè i grandi sindacati riformisti erano allo stesso tempo strumento dei lavoratori e strumento dei padroni. Gli aumenti salariali generalizzati miglioravano le condizioni di vita dei lavoratori e rafforzavano la loro organizzazione di lotta, ma allo stesso tempo nutrivano il ciclo espansivo fordista allargando i mercati nazionali e stimolavano l'innovazione tecnologica. Gli ammortizzatori sociali o le misure keynesiane nelle fasi di crisi economica, erano stimolate dai sindacati ma erano funzionali anche alle esigenze del capitale. Tipici da questo punto di vista furono gli anni '60 e '70. Nella lunga fase di crescita fino agli inizi degli anni '70, il ruolo del sindacato fu quello di contenere le rivendicazioni economiche e sociali entro i limiti in cui tali rivendicazioni erano funzionali allo sviluppo del capitalismo italiano. Al sopraggiungere della crisi il sindacato si fece paladino della moderazione salariale in nome della lotta alla disoccupazione. Disoccupazione che in realtà non è mai stata ridotta, ma è stata invece gestita grazie al largo uso degli ammortizzatori sociali.
Essendo questa natura, duale e contraddittoria, almeno in parte connaturata alla lotta sindacale nei paesi sviluppati, in linea generale non era da considerarsi opportuna la formazione di piccoli sindacati alternativi e radicali, condannati inesorabilmente o a restare ininfluenti, o a crescere su spinte corporative, o ancora destinati a riprodurre in piccolo le dinamiche burocratiche dei grandi sindacati riformisti. Valeva la pena invece di giocarsi la partita grossa per l'autonomia e l'autorganizzazione di classe, quella giocata con l'insieme del mondo del lavoro, facendo leva sulle inevitabili contraddizioni del sindacato riformista nonchè sulle inevitabili fratture tra il movimento dei lavoratori e le sue escrescenze burocratiche.
Il nuovo ciclo dello sviluppo capitalistico, quello conosciuto come post-fordista, ha stravolto significativamente il ruolo del sindacato. Essendo il capitale tendenzialmente indipendente dai mercati nazionali, il ruolo fondamentale che gioca il sindacato non è più quello di allargare i consumi operai e con essi il mercato nazionale. Al contrario nel quadro della concorrenza globalizzata il ruolo del sindacato diviene quello di modulare, ai fini del contenimento del conflitto sociale, la riduzione del pacchetto dei consumi destinato ai lavoratori (salario, pensioni, servizi) e di indurre moderazione nell'opera di cancellazione di tutte le garanzie normative. Questo complesso e non lineare cambiamento di ruolo del sindacato si intreccia con l'esasperarsi del processo di burocratizzazione e di integrazione dell'apparato sindacale nello Stato che ha radici ben più lontane. Un sindacato gerarchico, la cui struttura è fatta di funzionari che non torneranno mai a lavorare e in cui le connessioni con il mondo della politica istituzionale sono strettissime, è destinato per forza di cose a deviare dallo stesso originario ruolo riformista. Venendo meno la storica funzione redistributrice delle grandi organizzazioni sindacali burocratizzate, il concetto stesso di sindacato riformista diviene obsoleto. La funzione duale di tali organizzazioni non viene cancellata, ma l'equilibrio si sposta prepotentemente a vantaggio della funzione di razionalizzazione dello sviluppo capitalistico, che nella fase attuale è sempre spiccatamente anti - operaia. Se non si ha paura delle parole bisogna ammettere che il riformismo sindacale oggi in Italia è rappresentato dal sindacalismo alternativo e da frammenti interni al sindacalismo confederale (certi consigli di fabbrica, certi comitati d'iscritti, alcuni sindacati locali di categoria). Questa situazione non riflette soltanto i processi di degenerazione delle grandi organizzazioni sindacali e l'evolversi delle necessità del capitale, ma riflette anche le dinamiche oggettive e soggettive che attraversano la classe lavoratrice. Una classe lavoratrice frantumata dai processi di ristrutturazione ma anche disorientata dalla crisi dei valori e delle prospettive di trasformazione sociale che gli ideali del socialismo hanno continuato in qualche modo ad infondere fino all'89
Articolazione e frammentazione del mondo del lavoro e dei rapporti di classe
In questo contesto non è possibile continuare a ragionare su una classe lavoratrice quale quella che ancora era sostanzialmente alla fine degli anni '70 o in misura minore agli inizi degli anni '80. Quella classe insomma che pur nella sconfitta montante, ancora plasmata dall'egemonia del settore metalmeccanico, aveva ancora sedimentato nella propria coscienza, il concetto dell'unità di classe. Intendiamoci, il settore metalmeccanico ricopre ancora un ruolo assolutamente centrale nel conflitto di classe e lo ricoprirà anche in futuro. Ma l'ottica con cui bisogna guardare le dinamiche del mondo del lavoro deve essere estremamente articolata. Ad esempio non c'è dubbio che in vasti settori della media e piccola impresa privata, per la natura stessa del conflitto aziendale e dei processi ristrutturativi, la resistenza operaia si coaguli ancora all'interno delle strutture di base della CGIL. Ma è altrettanto vero che in un settore come quello dei grandi servizi dove i processi ristrutturativi sono meno avanzati, dove ancora vi è una certa forza, almeno sul piano potenziale, da parte dei lavoratori e dove spesso il sindacato confederale è talmente colluso con le amministrazioni da assumere caratteri quasi da sindacato giallo, la scelta di lavorare nella CGIL è residuale. In questi anni sono stati il SULTA nel settore aereoportuale, i Cobas e l'Unicobas nella scuola, le RDB e l'USI in sanità, e persino l'ambiguo COMU dei macchinisti, a rappresentare i brandelli più significativi di aggregazione e di resistenza nel settore dei grandi servizi, non certamente le varie CGIL di categoria. Allo stesso modo riguardo alle grandi concentrazioni industriali, è certamente necessario cogliere l'importanza centrale, per tutto il mondo del lavoro, di ciò che accade nella FIOM, ma è altrettanto importante cogliere il ruolo insostituibile che nelle grandi fabbriche ha giocato in questi anni lo Slai Cobas (oggi diviso in due tronconi).
L'autorganizzazione
tra ruolo oggettivo e dinamiche soggettive
Certe dinamiche positive che l'autorganizzazione ha espresso in questi anni non sarebbero state possibili se questi gruppi di lavoratori non avessero affermato con forza la propria identità, esprimendola non solo nei contenuti rivendicativi, ma anche nella loro strutturazione autonoma, nelle loro forme autogestionarie (vere o presunte), nell'identificazione stessa con la sigla alternativa. Questo perchè nella lotta di classe come in ogni vicenda umana agiscono una serie di fattori sovrastrutturali, culturali, psicologici e per molti aspetti mitologici, la cui importanza non può essere trascurata. Ad esempio è indubbio che il ruolo del sindacalismo di base (quando esso esprime qualcosa di reale e non il gruppettarismo di certe avanguardie politicizzate) sia un ruolo oggettivamente "riformista", cioè che il sindacalismo di base non di rado svolga un onesto lavoro di difesa minimalista che la CGIL non svolge più. Ma poichè il sindacalismo di base è nato in contrapposizione alla pratica burocratica centralista ed autoritaria dei sindacati confederali, ad esso è intimamente connesso, proprio per il meccanismo dell'identità per contrapposizione, un humus di valori autogestionari, che ha ben poco a che fare con il riformismo e che invece costituisce per gli anarchici un terreno avanzato di intervento. Che questo humus di valori sia miscelato a frammenti culturali stalinisti e che questo stesso humus di valori venga non di rado contraddetto nella pratica, non autorizza a sofistiche conclusioni.
Per un coordinamento ed una strategia sindacale degli anarchici
Una strategia di intervento sindacale degli anarchici nel contesto attuale credo debba essere estremamente articolata, flessibile, "possibilista". Bisogna valorizzare l'area dell'autorganizzazione, ma avere la coscienza delle dimensioni estremamente limitate di quest'area sociale. Non bisogna cioè commettere l'errore di confondere quest'area con la classe nè coltivare l'illusione di potersi chiudere in quest'area come in una riserva, mentre nel frattempo i meccanismi che operano nelle vaste masse lavoratrici sono completamente diversi. In questo senso non servono indicazioni politiche come quella emersa dall'ultimo congresso FAI che esclude a priori ogni eventuale intervento all'interno dei sindacati confederali, quando in realtà in moltissime situazioni lavorative la militanza in CGIL rimane l'unico modo possibile di partecipare alla vita sindacale. Serve invece, a mio parere, che tutti gli anarchici impegnati nel mondo del lavoro si diano una forma di coordinamento e che comincino a formulare delle ipotesi di lavoro comune al di là e al di sopra delle legittime diverse collocazioni organizzative.
Da questo punto di vista, quattro mi sembrano i filoni più importanti su cui si potrebbe lavorare:
¥ la messa a punto di una proposta, specificamente anarchica, di coordinamento ed unificazione di tutto il sindacalismo di classe, da lanciare a livello locale nei modi e nei tempi consentiti dai diversi contesti;
¥ il lancio di campagne su obbiettivi generali di vasto interesse (salario servizi, pensioni, ecc.);
¥ una campagna sulla democrazia sindacale che propagandi a vasto raggio i valori fondamentali che gli anarchici portano nella lotta sindacale (metodo assembleare, revoca e rotazione degli incarichi, federalismo, ecc.)
¥ la creazione di coordinamenti anarchici di categoria o di settore.