PER IL SINDACATO DI CLASSE
di Carmine Valente
Negli anni passati, anche molti anni fa, nei nostri scritti relativi alla situazione economico-sociale e allo stato dei rapporti tra le classi veniva ripetuto monotonamente un analogo concetto: quello di trovarci di fronte ad un attacco di padroni e governo che peggiorava le condizioni di vita dei lavoratori. La prima impressione superficiale, ad anni di distanza, è quella di avere di fronte una povertà di analisi che forse non coglieva i termini dello scontro e che non faceva giustizia del ruolo che il sindacalismo confederale e la sinistra nel suo insieme riuscivano a svolgere in termini di contrapposizione e di tutela delle condizioni del lavoro. Ma così non è! In quei nostri scritti, nei mille volantini che dal 1976 ad oggi hanno tallonato quotidianamente le politiche economiche e del lavoro, forse più che in dotte ricostruzioni organiche di questo periodo, ritroviamo quel filo che traccia la parabola della subordinazione sindacale confederale alla logica del profitto, del libero mercato, degli interessi nazionali. Sta in questi volantini, nei piccoli giornali della sinistra rivoluzionaria ed antagonista, la storia della evoluzione del capitalismo italiano nell'ambito dell'internazionalizzazione e globalizzazione del mercato; questi scritti coglievano appieno, pur a volte con ingenuità espressiva, l'oggettività di questo processo, nel mentre le varie anime del riformismo si baloccavano con le illusioni della programmazione, della partecipazione cogestiva o con l'azionariato popolare di massa. Ma in quelle parole è anche la più efficacie e dissacrante storia di un sindacalismo che non solo non è stato capace di leggere la realtà che gli si dipanava davanti, offuscato com'era dall'utopismo riformista, ma che è stato complice con l'avversario di classe nello smantellamento di ogni resistenza operaia, favorendo enormi processi di ristrutturazione che hanno letteralmente spazzato via interi comparti produttivi. E' la cronaca dello spezzettamento strutturale del mondo del lavoro e del processo di interiorizzazione ideologica degli interessi padronali che si sono fatti veicolare attraverso strumenti normativi e contrattuali quali l'abolizione della scala mobile, la professionalità (primo vero cuneo corporativo), gli incentivi e il salario aziendale. Ed è anche la storia di centinaia, migliaia di compagni, lavoratori, sindacalisti che hanno ostinatamente cercato di bloccare questa deriva, mantenendo fermi i presupposti per l'esistenza di un sindacato di classe, racchiusi tutti nella consapevolezza che gli interessi dei lavoratori sono contrari e inconciliabili con quelli dei padroni.
Ed è una storia che arriva all'oggi e alla quale si prospetta un avvenire non certo roseo.
Ma non è finita qui.
La storia, quella che vede il continuo sviluppo delle forme di produzione e di organizzazione economico-sociale, annovera numerosi fan che, assumendo l'attuale struttura capitalista quale fase ultima dello sviluppo umano, passibile, semmai, di ulteriori miglioramenti ma non di un suo superamento, ne decretano la morte. Ma la storia fintanto che è fattrice di violenza e di sfruttamento genera nel suo corpo la volontà di ribellione e di trasformazione ed è dunque tutt'altro che finita. Così come non è finita la storia del sindacalismo di classe.
Nuclei più o meno consistenti di lavoratori hanno maturato in questi anni la coscienza della fine di un ciclo nella storia del movimento operaio e sindacale italiano, appare chiaro a questi settori l'impossibilità di andare avanti sotto la guida dei vecchi partiti socialdemocratici (PCI-PDS), attualmente neo-liberisti, così come pare definitivamente chiusa la possibilità di infondere linfa di classe alla confederazione CGIL.
Questa coscienza, però, soprattutto tra i lavoratori non politicizzati, spesso è frutto di una critica generica alla mancanza di incisività della politica sindacale, alla quale si rimprovera soprattutto la quantità e non la qualità; l'oggetto di critica è la poca combattività più che la strategia di condivisione dei piani padronali.
Ciò fa si che pure in presenza di una forte insoddisfazione nei confronti delle politiche sindacali, ancora oggi la maggioranza dei lavoratori sindacalizzati si organizza all'interno del sindacalismo confederale.
Al limite oggettivo di una coscienza epidermica si affianca la responsabilità, grave, di un sindacalismo di sinistra che anzichè agire per la formazione di una coscienza autonoma di classe, riproduce vecchi meccanismi di tutela politica sul mondo del lavoro.
Emblematica in tal senso la scelta di Rifondazione Comunista di dar vita all'area programmatica dei comunisti in CGIL, che ha l'unico scopo di offrire un terreno di "sfogo" fatto di massimalismo verbale a quei militanti sindacali in fibrillazione per le continue mediazioni al ribasso di R.C. con il governo dell'Ulivo. Ma la riproposizione di nuove tutele politiche non è solo patrimonio dei grandi partiti, ma di ottava in ottava più bassa, ritroviamo spesso la stessa musica anche in presenza di organizzazioni più piccole. Per queste la difficoltà o l'incapacità di una penetrazione politica nel mondo del lavoro viene esorcizzata attraverso l'organizzazione sindacale anche di poche decine di lavoratori la cui leadership è chiaramente l'espressione diretta dell'organizzazione politica.
Questa situazione impedisce la nascita di quello che servirebbe e di quello che teoricamente sarebbe possibile costruire, ovvero la costituzione di un riferimento sindacale classista sufficientemente grande tale da rappresentare un polo di attrazione credibile per tutti quei lavoratori che vedono nell'organizzazione sindacale non solo lo strumento per la tutela immediata delle condizioni di lavoro, ma anche il mezzo attraverso il quale sviluppare la critica all'organizzazione capitalistica del lavoro in funzione di una radicale trasformazione della struttura economico-sociale in senso anticapitalista ed antistatale.
Poiché enunciare ciò che serve non significa quasi mai che ciò avvenga, dobbiamo prendere atto che oggi lo scarto tra l'enunciazione e quello che viene fatto appare incolmabile nel breve periodo. La frantumazione sindacale dell'autorganizzazione e l'assenza, al di là dell'occupazione degli incarichi, della sinistra CGIL è il dato da cui partire avendo chiaro che gli attuali gruppi dirigenti non sono in grado di farsi carico di un percorso unitario del sindacalismo di classe.
Non rimane, dunque, che sperimentare forme di aggregazioni trasversali in ambito territoriale, costruendo localmente momenti unitari di confronto, di elaborazione e di iniziativa sindacale.
Queste forme di aggregazione che cercherà di delineare brevemente a solo titolo di esempio, si struttureranno in piena autonomia secondo le esigenze e le possibilità locali.
In alcune situazioni sarà opportuno costituire Associazioni dove i lavoratori iscritti o non iscritti ai sindacati si associano individualmente e nelle quali è possibile sviluppare un lavoro di critica e propaganda generale sui grandi temi sindacali: mercato del lavoro, previdenza e rappresentanza; ma anche avviare iniziative di solidarietà e di supporto tecnico sindacale in realtà lavorative a basso tasso di sindacalizzazione: piccole fabbriche, precariato, lavoro a domicilio. Laddove invece esistono realtà del sindacalismo di classe che organizzano lavoratori di uno stesso comparto o settore la strada non può che essere quella di stringere patti d'azione territoriali. Nel caso invece di una settorializzazione dell'autorganizzazione, ovvero un sindacato organizza per esempio i metalmeccanici e un altro i professori, il patto d'azione perde di qualsiasi significato, mentre grande valore avrebbe una struttura cittadina che oltre alle cose che dicevo per l'Associazione avviasse un ragionamento intorno alle casse di mutuo soccorso e a strumenti quali casse di resistenza intercategoriali.
L'una soluzione non esclude l'altra o altre ancora, quel che conta è che a livello locale si avviino concreti processi unitari delineando un percorso che dal semplice al complesso, ovvero dal comune, alla nazione, all'Europa, porti alla costruzione di un sindacato classista, autonomo dai padroni e dallo stato, autogestionario nei mezzi e nei fini, internazionalista.