JOYCE LUSSU: un'antica sibilla contro la guerra.

 

Mai, come in questi orribili mesi di guerra, si è sentita l'assenza di una voce di donna, sapiente, forte e chiara come quella di Joyce Lussu, da sempre contro la guerra.

La sua voce si è spenta il 4 di novembre 1998, nell'anniversario un pò in sordina della prima grande guerra mondiale, mentre si accendevano in Europa, striscianti, i fuochi del terzo conflitto "occidentale".

Conflitto che, con risibili sotterfugi linguistici, già si proponeva come "ingerenza umanitaria", "missione coercitiva", "gentleman war", "guerra etica" "difesa integrata", e così via escalando. Con tante e ripetute scuse per i "danni collaterali" erroneamente causati da "missili intelligenti" e da floreali(e criminali) bombe a grappolo, a grafite, all'uranio impoverito.

Impoveriti siamo noi tutti, e non solo metaforicamente.

Impoveriti anche dalla mancanza della voce di Joyce: di questa erede della sibilla apenninica che, come l'antica sibilla Sabina, capace di consigliare ai re etruschi l'arte del buon governo, non perdeva occasione per esortare chi l'ascoltava ad, occuparsi del militarismo, degli armamenti, dei segreti di stato, della guerra.

Non era una pacifista imbelle, Joyce. Non l'abbiamo mai sentita gridare in piazza "Pace, Pace!"

- Dobbiamo studiare i meccanismi che ci portano come pecore clonate al massacro- lei diceva. Studiare la guerra come fenomeno storico, economico, giuridico, sociale e culturale, per evitarla.

A tale scopo aveva promosso una piccola collana di saggi collettivi sul fenomeno guerra, il cui primo volume "Donne, guerra e società" uscì per il Lavoro Editoriale di Ancona già nel 1982.

Riletto oggi, anche solo sfogliandolo qua e là, mi pare di udire la sua voce pacata, la sua esposizione lucida e semplice, che tanta fascino esercitava anche sull'uditorio meno "politico", sui ragazzi delle scuole per esempio.

"L'istituzione militare, attraverso la storia, è sempre il puntello basilare dello stato gestito da una minoranza a spese della maggioranza subalterna, pur nella diversità dei modi e dei rapporti di produzione."

"Il fatto che oggi i ministeri della guerra si chiamino i ministeri della difesa non cambia nulla. Che cos'è la difesa?. Il principio del deterrente è difensivo o non piuttosto offensivo, non dissimile da quello quello dal terrorismo privato e illegale?"

Erano domande che lei si poneva in un saggio di diciassette anni fa. E noi ce le poniamo angosciosamente oggi.

E ancora: "Il militarismo tradizionale e il sistema economico produttivo attuale sono insieme causa ed effetto delle guerre che si accendono nel mondo e della destrutturazione crescente dell'ecosistema, che potrebbero sfociare in una catastrofe definitiva... Se i poteri politici ed economici, in questi decenni, avessero indirizzato la scienza a puntare le sue ricerche, non sulla rapina di energie non riproducibili e sui mezzi bellici per proteggere questa rapina, ma sulle possibilità che offre il pianeta di usare energie rinnovabili come quella solare o eolica, o quella idrica o dei rifiuti azotati o quella che soffia dal ventre incadescente della terra o tante altre ancora, non ci troveremo oggi nella necessità di dipendere da risorse il cui accaparramento crea spaventosi conflitti e sperequazioni crescenti fra ricchi e poveri."

Ecco questi erano i raggi del suo approccio alla conoscenza e alla comunicazione dei problemi mondiali: la guerra, il militarismo e le istituzioni; un femminismo cosciente: ossia un'ottica femminile diversa, storicizzata dalle esperienze accumulate nei secoli, che ha permesso all'umanità di ritessere la trama della vita lacerata dalla violenza necrofila del potere; l'ecologia, ovvero le risorse energetiche depredate dal sistema attuale, che Joyce Lussu chiamava "energovorace", incurante dello sfascio ecologico generale e della fame dei popoli non competitivi; la difesa delle differenze culturali, etniche, politiche, la lotta alle monoculture imposte anche in agricoltura; all'anticolonialismo.

E poi la storia e la poesia: spesso un tutt'uno.

Scrittrice di storia, Joyce Lussu era per un'altra storiografia: per una storia delle maggioranze popolari che producono beni reali di sopravvivenza e di crescita. E non per la storia trita e manipolata che si studia nelle scuole: quella delle oligarchie dirigenti che si sono impossessate; del potere militare, politico, economico, religioso, dotato di armi, di codici e di testi teologici.

Lei era per un'altra idea di Patria, di Nazione e di comunità.

La patria è dove si sta bene, diceva: dove si vive in armonia con i vicini, dove si ritorna volentieri come a casa, ritrovando gli amici. Ma esistere significa anche passare le frontiere e conoscere gli altri, diversi ma simili a noi. "Si ride e si piange tutti nella stessa maniera", soleva dire. L'odio e la violenza nascono dallo sfruttamento, dalla coercizione, dalla rapina del necessario vitale: il cibo, il riposo, l'affettività, il pensiero, la libertà, ugualmente necessari all'uomo e alla donna.

Sono riflessioni espresse, o meglio raccontate nei suoi molti libri: in primo luogo in FRONTI E FRONTIERE, il libro che è insieme una biografia, una storia della Resistenza e un racconto d'avventura, pubblicato da Laterza in varie edizioni, a partire dal '44 e tradotto in molte lingue, un libro divenuto un c1assico per l'assoluta assenza di retorica e per la bellezza del linguaggio, che Gaetano Salvemini definì "un capolavoro di semplicità, di chiarezza e di immediata efficacia".

Raccontare era il suo modo di porgere il suo pensiero, perché all'origine di ogni persona e di ogni cosa c'è sempre un racconto.

Joyce Lussu Salvatori era figlia di genitori antifascisti, usciti da una famiglia di piccola nobiltà marchigiana con ascendenti inglesi, e con un nonno agrario, sovvenzionatore di squadre fasciste, come lei stessa racconta. Perciò in conflitto familiare e in esilio dall'infanzia. Era nata a Firenze nel 1912, aveva seguito studi molto irregolari, dapprima in casa, poi in Svizzera dove per breve tempo aveva frequentato una scuola gandiana, avendo come maestri Bertrand Russel, Roman Rolland e altre insigni personalità mondiali. Come compagno di scuola ricordava, divertita, il giovanetto bellissimo Pandit Nerhu, futuro premier indiano, poi assassinato. Tuttavia fra difficoltà economiche e cambiamenti di residenza e di paese ha studiato filosofia ad Heidelberg, lettere alla Sorbona, e si è diplomata in letteratura e filologia portoghese all'università di Lisbona. In Germania rimane fino all'avvento del nazismo, poi viaggia fra il 1933 e il '38 in Africa, con lavori precari anche umili, a Bengasi, Porto Said, in Kenya, dove matura il suo interesse per i paesi

colonizzati e i loro popoli. In questo periodo compone i suoi primi testi poetici, anche in tedesco e in francese, dei quali Benedetto Croce in persona curerà la traduzione e la prima edizione (Ricciardi, 1939).

Quando Joyce Lussu rientra in Europa, la polizia fascista ha già, a suo nome, un incartamento con la qualifica "Sovversiva pericolosa". Quel fascicolo è destinato a crescere. Sbarcata in Francia senza documenti, lei va a cercare i compagni di "Giustizia e libertà" e in particolare Mister Mills, alias Emilio Lussu, che più tardi sposerà a Parigi, in modo del tutto anticonvenzionale, e dal quale avrà l'unico figlio Giovanni Lussu. Con Emilio vivono in clandestinità e in contatto con molti esiliati antifascisti; insieme saranno a Londra per una missione segreta. In Inghilterra Joyce frequenta un corso per la contraffazione di documenti, passaporti, timbri, utilissimi per la salvezza di molti perseguitati politici.

Insieme saranno poi in Spagna, in Portogallo e dovunque li chiamerà la loro scelta di lottare concretamente contro il fascismo. Ma pur nell'asprezza della lotta Joyce non trascura la sua vita privata: per una casa che sia casa, anche solo per pochi giorni. Per un rapporto dolce e ordinato con il proprio compagno, ma con gli occhi sempre aperti alla realtà.

Così era lei, fra entusiasmo e razionalità; elementi che le permettono di mettere a segno i suoi progetti: dalla fuga del vecchio e prestigioso antifascista Emanuele Modigliani, dopo l'occupazione nazista della Francia, alla missione avventurosa nell'Italia occupata, attraverso le linee tedesche, nell'autunno del 1943, per incontrare i comandi alleati e le forze politiche del sud e discutere con loro l'organizzazione della prime formazioni partigiane.

E poi, nel tempo, l'azione per la liberazione di Agostinho Neto delle carceri fasciste di Salazar; l'avventura della fuga della moglie del poeta turco Nazim Hkmeth dagli arresti domiciliari al Bosforo, la partecipazione alla guerriglia angolana e la traduzione dei poeti africani, la visita al quartier generale dei leaders Kurdi Barzani e Talabani. E tutto questo trasfuso, raccontato in prosa e in poesia nei molti libri che riflettono questa continua ricerca tra avventura politica e creatività letteraria.

Lunghissimo è l'elenco delle sue pubblicazioni, che nomino solo parzialmente: PADRE PADRONE PADRETERNO, L'ACQUA DEL 2000, L'UOMO CHE VOLEVA NASCERE DONNA, 0OS'E' UN MARIT0 (presso l'Editore Mazzotta), LA SIBILLA, IL TURCO IN ITALIA, LE INGLESI IN ITALIA, STORIE DA CERTI LUOGHI (presso il Centro Internazionale della Grafica di Venezia), i racconti sardi L'OLIVASTRO E L'INNESTO (Ed La Torre), LA STORIA DEL FERMANO (Marsilio), LE COMUNANZE PICENE, DELLA CIVETTERIA (Andrea Livi ed. Fermo) e molti altri, che rispecchiano un'intensa attività creativa, mai solitaria, anzi sempre discussa e spesso realizzata collettivamente, fino alla vigilia della sua scomparsa.

E poi c'è la poesia, che l'accompagna per tutto il corso della la sua lunga vita: oggi raccolta nel bel volume di Andrea Livi: INVENTARIO DELLE COSE CERTE. Una poesia che si fa sempre più concreta e lontana sia dai preziosismi formali, che dall'intimismo malinconico di tante correnti poetiche del nostro secolo. Ma, proprio per questo, poesia attuale anche nell'invenzione del linguaggio, concreto come un inventario di certezze morali: dove etica e poetica, storia di tutti e vissuto personale, scorrono armoniosamente

dentro la sua nativa vena lirica, insieme alla sua tensione libertaria, al suo indubbio senso musicale e anche al suo sottile umorismo.

 

 

Da "INVENTARIO DELLE COSE CERTE'

di JOYCE LUSSU:

Un giornalista mi ha chiesto

se mi considero una donna di successo

E ho risposto di sì;

 

"Non puoi rispondere così"

ha osservato un amico

che mi segue dappresso

cercando d'impedirmi di far brutte figure

"I tuoi libri hanno scarse tirature

raramente hai accesso alle televisioni

il sociologo Alberoni

non ti ha mai citata...

 

"Allora avevo capito male

dissi, credevo che il successo

nella vita, fosse svegliarmi la mattina

di buon umore, senza problemi al fegato

guardando alla nuovissima giornata

come a un'avventura piacevole..."

 

"Ma lo sai bene che le femministe

ti hanno sempre snobbata

che Panorama e L'Espresso

non ti chiedono articoli

ai politologia..."

 

"senti, sia come sia, ti confesso

che non m'interesso molto al successo

ma appassionatamente al succede

e al succederà,

Il successo è un paracarro

una pietra miliare

che segna il cammino già fatto.

Ma quanto più bello il cammino ancora da fare

la strada da percorrere, il ponte

da traversare

verso l'imprevedibile orizzonte

e la sorpresa del domani

che hai costruito anche tu..."

 

NIVES FEDRIGOTTI