La guerra di successione è già cominciata
Non
dovrebbero esservi problemi alla successione di Wojtyla, specie per quanto
riguarda la linea politica del futuro padre-padrone del Vaticano e della Chiesa
cattolica. I problemi invece ci sono per quanto concerne la selezione degli
uomini, dato che qui scendono in campo questioni materiali, interessi di
cordata, di ordini, di lobbies, di logge e di parrocchie, che renderanno la
sfida altrettanto coinvolgente che la recente farsa post-elettorale americana o
l’attuale disfida burlonesca tra la destra-destra di Berlusconi e la
destra-sinistra di Rutelli. Insomma, come nella migliore tradizione, il prossimo
sarà un con…clave, e questo nonostante i cosiddetti progressisti
sembrino ormai fuori combattimento; il loro uomo accreditato da tempo come
papabile, il cardinal Martini da Milano, gesuita,
si è dovuto arrendere all’evidenza di un fronte opposto compatto e
restauratore facente capo all’Opus dei, alla CEI di mons. Ruini, alle decine e
decine di tentacoli politico-economico-religiosi tutti più o meno richiamatisi
a qualcuno dei gerarchi che da anni assicurano il “governo ombra”, dietro la
sagoma malata di Wojtyla.
Questo
fronte se la ride delle proposte di Martini e dei suoi di gestione collegiale
della Chiesa, di apertura verso le donne, gli omosessuali, l’uso dei
contraccettivi, ecc. L’ultimo colpo al fronte restauratore aveva tentato di
darlo la Chiesa tedesca agli inizi del 2000, quando per bocca del
presidente della sua Conferenza episcopale mons. Karl Lehmann, vescovo di
Magonza, ha attaccato Roma accusando i potenti della curia vaticana di tenere
“prigioniero” Wojtyla e di usarlo come un burattino al proprio servizio. Il
vescovo ci aveva rimesso per la terza volta la nomina a cardinale, e c’è
voluta la minaccia di ritirare i miliardi con cui la Chiesa tedesca foraggia –
prima al Mondo – il Vaticano, a far clamorosamente retrocedere sui propri
passi il “governo ombra”, e a concedere la porpora al vescovo “ribelle”,
che, tra l’altro, si era distinto per un approccio più pragmatico verso
l’aborto. Ma, al di là di questo incidente, a Roma non è cambiato niente,
Gli “schiamazzi” dei teologi della liberazione o del movimento
“mitteleuropeo” “Noi siamo Chiesa” non preoccupano le teste pensanti
vaticane, che sono talmente forti da poter concedersi anche un po’ di santa
pazienza e di pia tolleranza.
Qui,
nella “cloaca massima”, come l’ha definita un eminente cardinale autore di
libelli dissacranti, le nebbie si cominciano a diradare, ma ancora non si
scorgone le forme nitide del futuro papa: il trio Ruini, Re, Tettamanzi fa gioco
di squadra e gode di ottime referenze; ha lavorato bene, è riuscito a sfruttare
il Giubileo come casa di risonanza di una Chiesa vogliosa di protagonismo
sociale e politico; ha pianificato operazioni nazionali come il lancio politico
di D’Antoni, senza trascurare il corteggiamento a Berlusconi e l’occhiolino
a Rutelli, in modo da potersi assicurare frutti da qualsiasi combinazione esca
vincente dalle elezioni italiane. Ha premiato con la nomina cardinalizia i
maggiori protagonisti del Giubileo, da Sebastiani a Sepe, e le maggiori cariche
dello Stato,dallo stesso Re a Cacciavillan, a Pompedda, assicurandosi a livello
mondiale, una schiera di neo-cardinali fedeli alla linea.
Ruini
o Tettamanzi, potrebbero essere i candidati ideali poiché godono del consenso
di un ampio spiegamento di forze che va da Comunione e Liberazione alle cellule,
dalla Banca d’Italia ai settori più vigorosamente di destra della chiesa
italiana ed internazionale, inoltre sono ben visti dall’Opus Dei, che però
divide le sue preferenze con l’altro candidato, mons. Sodano, attuale n.2
vaticano, che ha sfruttato al massimo il suo ruolo (da Fatima al Giubileo) e
gode di molti favori nella chiesa spagnola e latinoamericana, cioè nella patria
dell’Opus Dei e nel continente più cattolico del globo.
Gli
italiani non dovrebbero avere rivali in altri colleghi, se si eccettuano forse i
neo-cardinali Oscar André Rodriguez Madariaga, arcivescovo di Tegucigalpa e
presidente della Conferenza episcopale latinoamericana, e Ivan Dias, arcivescovo
di Bombay; ma la candidatura di esponenti del Terzo Mondo, per quanto si faccia
sempre più strada in una chiesa che “pesca” ormai in luoghi molto lontani
da Roma, potrebbe essere ancora prematura. Sodano potrebbe rappresentare una
soluzione-ponte. Da escludere un papa nero, che farebbe raddrizzare il pelo a
cardinali come Biffi.
Nell’elezione
del nuovo papa l’Opus Dei avrà sicuramente un ruolo forte – tra l’altro
adesso ha avuto il primo cardinale della sua storia, Cipriano Thorne,
arcivescovo di Lima – pari al potere che si è andato conquistando nell’era
wojtyliana, e fungerà da ago del bilancino tutto speciale su cui viene pesata
nel conclave ogni sorta di sfumatura che noi comuni mortali nemmeno scorgiamo.
Tradizione
e restaurazione in ogni ambito (famiglia, sesso, ricerca scientifica, bioetica,
educazione) e imposizione dei valori cristiani cattolici (contro la
globalizzazione consumistica, per la globalizzazione della civiltà cattolica,
contro il capitalismo affamatore, per un mercato dal volto umano, contro la
guerra per la giusta guerra) saranno i punti del programma del nuovo
pontificato. Giovanni Paolo II prima, il governo ombra dopo, hanno seminato bene
e il successore con la sua corte, se non guasteranno tutto per la solita
bramosia di potere e di ingerenza, potranno fare di peggio.