Dove va la Chiesa

 

Siamo abituati, da anni, ad avere della Chiesa l’immagine di una struttura quanto mai forte e salda, capace di mantenere inalterato il ruolo di grande istituzione che ne contraddistingue l’esistenza da duemila anni. La capacità comunicativa del suo attuale leader, affiancata da una successione di eventi ed avvenimenti particolarmente significativi, ha promanato una sensazione di insolita freschezza e credibilità, e di conseguenza si è affermata la convinzione che il cattolicesimo è attrezzato per affrontare le sfide che lo attendono. Eppure, nonostante alcuni successi tanto spettacolarizzati che hanno dato, da un punto di vista mediatico, l’immagine di una chiesa vincente se non trionfante, il cammino della chiesa cattolica non è stato, e soprattutto non sarà, così lineare come sembra.

Anche se interpretato da un papa che è riuscito a far combaciare la spiritualità interiore con la materialità degli avvenimenti di questi tempi (di cui le numerose manifestazioni di eccessivo entusiasmo sono solo un esempio), il magistero vaticano spesso non è stato in grado di rispondere alle domande della modernità. Le importanti sfide lanciate alla chiesa in questi anni non sempre hanno avuto risposte adeguate o sufficientemente intelligenti e sovente la rigidità dottrinale ha impedito che si affrontassero le questioni con lucidità. Credo che un difetto (o un pregio, secondo i punti di vista) manchi a Wojtila, quello di impersonare l’italico modo di “fare il furbo”, inteso in senso deteriore, e questo merito gli va riconosciuto. Anche se è scaltro come la volpe che sa sempre trovare la strada migliore per arrivare all’obiettivo, il polacco non ha mai dimostrato la furbizia di mistificare le proprie convinzioni quando queste possano apparire impopolari. E proprio questa assenza di furbizia si è dimostrata la sua forza e la sua debolezza. Da questa prospettiva, anche la clamorosa giornata delle “scuse” per gli storici errori della Chiesa non può essere vista solo come il desiderio di recuperare credibilità e chiudere un passato ingombrante e vergognoso (pur se questi elementi sono sicuramente presenti), ma anche come un vero mea culpa per dei misfatti terribili che in futuro dovranno essere assolutamente evitati.

Comunque sia, e comunque verranno affrontate, le sfide a cui dovrà rispondere la chiesa nei prossimi anni (1) sono, a mio parere, essenzialmente queste:

1) la massiccia presenza, in un occidente fino a pochi anni orsono monoliticamente cristiano, di immigrati di altre fedi, soprattutto musulmani. Anche se la supremazia numerica del cristianesimo non è minacciata, questo fenomeno modifica comunque una “normalità” quotidiana che non aveva previsto di essere toccata. Poiché i governi occidentali non possono operare una discriminazione formale rispetto alle varie confessioni, si impongono delle risposte istituzionali che oggettivamente non possono non confliggere con gli interessi clericali. Pensiamo ad esempio alla presenza di un crocefisso in un’aula scolastica multiconfessionale.

2) il progressivo sviluppo della new age, vale a dire di un non trascurabile movimento intellettuale ed esistenziale che scopre una nuova spiritualità, sottratta alla dimensione collettiva per estrinsecarsi in quella individualistica. Lo spostamento delle esigenze spirituali dal piano collettivo a quello individuale indebolisce la dimensione “universale” del cattolicesimo.

3) il diffondersi di mentalità e comportamenti profondamente materialistici che non prevedono più, come determinante, la parola del prete. Anche se in modo contraddittorio le spinte al benessere materiale ed al soddisfacimento dei bisogni del corpo mettono in seconda piano i bisogni dello spirito, vale a dire il pane quotidiano della chiesa.

4) la presenza nella chiesa di tensioni reazionarie e progressiste. Grazie all’energica azione e alle capacità gestionali del papato, queste spinte negli ultimi anni sono diventate molto più sfumate. Resta da  vedere, però, se questo è successo per motivi di comodo (magari per rispuntare più tardi) o perché le contraddizioni si sono effettivamente ricomposte.

 

Di fronte a queste sfide la chiesa non ha ancora dato risposte definitive, limitandosi a cercare di controllare e studiare la situazione:

1) rispetto alla “invasione islamica” le gerarchie hanno reagito in modo sostanzialmente reazionario (invito a fare più figli bianchi e cristiani, limitazione del diritto di ingresso, negazione di alcuni diritti fondamentali degli immigrati, ecc.), entrando però in stridente contraddizione con una componente di volontariato cattolico  profondamente impegnata a fianco degli immigrati. Finché il diktat della gerarchia sarà più forte della voce della coscienza, non ci saranno soverchi problemi, tanto più che la curia saprà ben giostrare fra il polo dell’ecumenismo e dell’accoglienza, e quello dell’esclusione e del primato di Pietro. Comunque le difficoltà saranno destinate a crescere.

2) poiché lo spiritualismo della new age non prevede i sistemi chiusi e gerarchici tipici dell’edificio cattolico, la risposta della chiesa, almeno sul breve periodo, mi pare deficitaria. Si può prevedere, però, che il bisogno metafisico che si esprime con la new age perda di freschezza, oppure, più probabilmente, che venga interiorizzato dalla chiesa tramite il recupero di valori trascurati in passato, come l’ecologismo, l’animalismo, l’esaltazione dell’io interiore, e via dicendo. Resta però forte la difficoltà di far convivere il primato dell’individualismo che contraddistingue la nostra società, con la gerarchia. L’io interiore e individuale può essere valorizzato, ma solo finché non si relazioni negativamente con l’io collettivo della comunità ecclesiale.

3) il cosiddetto materialismo edonistico rappresenta forse la sfida più difficile. La gerarchia delle merci sta soppiantando la gerarchia dei valori, ma a questi,  oggettivamente, la chiesa non può rinunciare. Qualche accenno di “secolarizzazione” lo si è visto in certi atteggiamenti ben poco sacrali del papa, ma non credo che questo serva davvero a qualcosa. La trasformazione comportamentale di questi anni è più un fatto d’immagine che non di contenuti sostanziali, e come tale del tutto insufficiente. Probabilmente, esaurito il furore rigoristico di Wojtila, la chiesa saprà individuare nuove strade di adattamento alla complessità del mondo moderno, limitando i danni e recuperando parte, ma solo parte, dello spazio perduto.

4) il modo di affrontare con gli strumenti della dialettica le proprie contraddizioni è forse il terreno sul quale la chiesa, grazie ad una esperienza millenaria, sa giocare meglio le sue carte. A destra lo scisma lefebvriano viene ricomposto con il probabile rientro dei seguaci di Lefebvre in seno alla chiesa madre, a sinistra il consueto richiamo della gerarchia ha consentito il recupero delle derive terzomondiste, già da tempo in crisi di rappresentanza. Resta il nodo delle inquiete comunità cattoliche dei paesi del nord con i loro teologi poco propensi  ad accettare acriticamente il magistero papale. È comunque una questione tutta interna alla chiesa, che difficilmente non troverà nuove risposte con il prossimo pontificato.

Per quanto riguarda la figura del papa, c’è da dire che se spesso il suo rigore morale e dottrinale lo ha posto in contrasto con i valori mondani, al tempo stesso ha contribuito a mantenere apparentemente unita la chiesa, evitandole cadute e lacerazioni. Però questo rigore così poco dialettico e diplomatico, e questa fede fortemente “fisica” e lontana da ogni forma di intellettualismo,  non solo hanno fortificato le convinzioni di folle di credenti affascinate dal suo carisma, ma hanno anche innescato un (irreversibile?) processo di isolamento della chiesa soprattutto nel nord del mondo, diffidente quando non irridente di un cattolicesimo profondamente pervaso di elementi bigotti e superstiziosi.

 

Per concludere queste brevi riflessioni, va detto che la chiesa è una istituzione ancora molto forte, e in modo particolare nel nostro paese, dove l’intero ceto politico non intende prescindere dalla presenza e dall’ingerenza clericale nella società. L’autorità del parroco rimane un elemento importante e l’influenza dei valori religiosi resiste efficacemente all’attacco di chi, con maggiore o minore consapevolezza, contribuisce al processo di scristianizzazione. L’alleanza fra istituzione ecclesiale ed istituzione statale rimane una costante della quale nessuno dei due può ancora fare a meno, e questa indispensabilità reciproca rimane uno dei maggiori punti di forza della Città del vaticano. Ma questa forza, questi muscoli esibiti sfacciatamente in occasione del Giubileo, poggiano sempre più sulla forza della consuetudine e della tradizionale presenza millenaria della chiesa che non sulla sua capacità di offrire prospettive e valori corrispondenti alle esigenze di un mondo in costante evoluzione. Verrebbe quasi da dire che la chiesa si sta dimostrando un colosso coi piedi di argilla, un colosso tuttora ingombrante, potente e minaccioso, ma al quale potrebbe crollare il terreno sotto i piedi.  Da parte nostra, da parte di coloro che continuano a vedere nella chiesa cattolica una pericolosa istituzione totalitaria e liberticida, non può che venire una risposta. Quella di contribuire a scalfire l’argilla su cui poggia: in nome della ragione e della libertà.

 

Massimo Ortalli

 

(1) Tralasciamo volutamente, in questa sede, il non trascurabile nodo dei rapporti della chiesa cattolica con le altre chiese cristiane, in particolare con la chiesa ortodossa in tutte le sue componenti. La sfida ecumenica di Wojtila è stata caratterizzata da troppi aspetti contraddittori e da un indigeribile senso di prevaricazione e ciò non mancherà di creare serie difficoltà allo stabilimento di rapporti dialettici e collaborativi.

 

 

 

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