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Ernesto Rossi, Nuove pagine anticlericali. Kaos Edizioni, pagg 540 - € 20. Le celebri Pagine Anticlericali (edite nel 1966 da Samonà Savelli) dedicate al pontificato di Pio XII, ai patti lateranensi, ai privilegi fiscali accordati alle finanze del Vaticano, all’ingerenza confessionale nella scuola pubblica, all’influenza elettorale del clero, agli opportunismi delle sinistre verso la santa sede ecc. sono riproposte integralmente. Si aggiungono, oltre alla prefazione di Alessandro Galante Garrone e la postfazione di Mimmo Franzinelli, una decina di altri scritti di Ernesto Rossi, scritti che Rossi dedicò al tema dei rapporti Stato-Chiesa. Rapporti che “attraverso la Democrazia Cristiana hanno ridotto il nostro paese a una repubblica papalina”, più 21 lettere inedite. I contributi giornalistici sono articoli scritti da Rossi fra il 1954 e il 1967. Le lettere, risalenti agli anni 1957/1966, concernono principalmente l’attività di Rossi quale direttore della collana libraria “Stato e Chiesa” dell’editore Parenti; sviluppano alcuni aspetti del suo pensiero anticlericale, e ne attestano la fervida attività di organizzatore culturale. Dalla prefazione di Alessandro Galante Garrone: L’anticlericalismo di Ernesto Rossi non è tanto un aspetto della personalità di Ernesto, quanto il motivo essenziale del suo pensiero e della sua azione, negli ultimi anni della sua vita. A ben guardare, è forse il retaggio più significativo che ci ha lasciato. In una lettera del 24 aprile 1960 aveva scritto: “Il clericalismo è oggi, secondo me, il nostro maggiore nemico”. Dobbiamo però renderci conto – per capire queste parole – di quel che fossero per lui clericalismo ed anticlericalismo. Egli era lontanissimo e anzi disprezzava il grossolano anticlericalismo di Podrecca, o quello dell’”ateo mangiapreti di Predappio”. Non aveva dimenticato “gli ingenui sentimenti religiosi della sua prima infanzia” e rispettava profondamente la devozione di persone a lui care, o “la tanta umile gente che nelle pratiche del culto e nella preghiera trovava conforto alle innumerevoli ingiustizie e tribolazioni di cui è piena la vita”. Tutto questo era per lui un “affare di coscienza”, cosa tutta privata e degna pertanto della più assoluta libertà, da riconoscersi a qualsiasi fede. Non si trovano mai, negli scritti di Rossi – così felicemente pronti all’ironia, all’arguzia tagliente, al dire le cose senza reticenza alcuna – né irrisione né dileggio né asprezza ideologica verso la professione religiosa. In realtà, clericalismo e anticlericalismo erano per lui termini esclusivamente politici. La distinzione tra laici e clericali era la stessa che corre tra amanti e avversari della libertà. L’anticlericalismo era, nel suo modo di intenderlo, la pietra di paragone per saggiare la consistenza e la sincerità di tanti sedicenti liberali e democratici. Alla base di questo suo atteggiamento c’era un giudizio storico. Aveva fatto suo un giudizio di Gramsci del 1924: “Il Vaticano è la più grande forza reazionaria esistente in Italia”. Per molti anni, nella sua impavida lotta contro il fascismo – nella cospirazione, in carcere, al confino – il nemico da abbattere era stato uno solo: il regime. Ma fin da allora (e i suoi scritti lo dimostrano) aveva scorto le complicità della Chiesa, della monarchia, dei “padroni del vapore”. E, per quell’ingenuita che era nel fondo della sua natura di uomo onesto e pulito, nemico d’ogni compromesso, era convinto che, caduto il fascismo, anche i suoi complici avrebbero dovuto pagare il fio, o che almeno la nuova Italia antifascista avrebbe saputo tener conto di quanto era accaduto. Avvenne invece che, caduto il fascismo, e con esso la monarchia, gli altri due potentati rimasero ben saldi in arcione. Di qui le sue battaglie contro i “padroni del vapore” e contro la Chiesa ed il clericalismo. Solo in apparenza erano mutati gli obiettivi: in realtà, era l’antica battaglia che continuava. Ma mentre la lotta contro il grande capitale, la Confindustria, gli agrari, ecc. poteva svolgersi secondo linee chiare, così che i fautori di un certo assetto sociale e di certe istituzioni economiche non potevano andar confusi con i loro avversari, e i partiti e gli uomini politici prendevano netta posizione in un campo o nell’altro; di fronte alla Chiesa come potere politico, alle invadenze del clero nella vita politica, alla caparbietà dei clericali vecchi e nuovi, una parte, anzi una gran parte della classe politica scantonava, oppure per l’illusorio miraggio di un proprio tornaconto scendeva a compromessi e a cedimenti, come quello dell’art. 7 (della Costituzione). Ecco perché lo indignava il “tradimento” delle sinistre, o la poca coerenza di democratici e socialisti che gettavano alle ortiche il loro laicismo; ecco perché, come dicevamo, ad un certo momento l’anticlericalismo politico, nei fatti, diventava per lui l’unico modo per saggiare la realtà di un professato sentire liberale o democratico. Ecco perché il Vaticano era per lui sinonimo di reazione e si doveva necessariamente combatterlo, se si era nemici della reazione in Italia e nel mondo… (NdR a ben vedere, e la storia recente lo dimostra, l’ambiguità della "sinistra" non era solo nei confronti della Chiesa come potere politico….)
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