Religioni, guerre e nazionalismi
IL LIBRO E LA SPADA
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Il
noto politologo americano Samuel Huntington ha provato, all'indomani della
fine del bipolarismo che aveva segnato la guerra fredda, a ridisegnare una
mappa geopolitica del pianeta solcata da una immensa linea di
frattura: lo scontro tra civiltà. Esse erano in quel modello
improntate ad una appartenenza religiosa, e nella fattispecie nell'alleanza
tra due delle religioni monoteiste - l'ebraico-cristiana che è agli albori
della cultura occidentale - attaccate dalla terza: l'islamismo, nella sua
variante fondamentalista. Probabilmente
questa analisi non solo non funziona, ma caso mai pecca per partigianeria, in
quanto ogni religione monoteista ha un preciso impianto autoritario -
il vettore verticale della gerarchia proveniente dall'alto, dal trascendente;
l'unicità del dio - che si proietta inevitabilmente nell'ansia espansiva
di catechizzazione. Per
il cristianesimo, ciò è visibile storicamente in occasione dello spirito
delle Crociate alla conquista di Gerusalemme, con immani massacri di
"infedeli", per vendicare l'uccisione di Gesù da parte degli ebrei
dell'epoca e per riscattare la Terra santa dagli arabi, che colà risiedevano
per atto di conquista pur senza aver commesso atrocità e anzi incrementando
tolleranza e cultura plurale (relativamente alle concezioni dei tempi,
beninteso). Ad
abundantiam, potremo riportare alla memoria la "pulizia
religiosa" antiebraica che scacciò i giudei dal suolo europeo nel 1492,
proseguendo il destino della diaspora, e anticipando di pochi anni un'altra
"pulizia" etnica, questa volta, ai danni degli indios originari del
Nuovo mondo "scoperto" dagli spagnoli dei cattolicissimi re
Ferdinando e Isabella, che attuarono il primo genocidio che la storia ci
tramanda. Infine,
la shoah è frutto perverso ma totalmente ascrivibile ad una civiltà
cristiana, venata del paganesimo (forse orientaleggiante) del fanatismo
nazi-fascista. In
ognuno di questi tragici eventi, netta è la responsabilità della cultura
orientata in senso religioso, avendo trasceso il sacro sino a farlo diventare
la manifestazione di una potenza divina inverata in una precisa istituzione
dalle gerarchie intoccabili, inamovibili e dogmaticamente incriticabili. Ma
ciò attiene, peraltro, al monoteismo della superstizione religiosa. La
cultura ebraica, sino a quando era nomade per il globo terracqueo senza
territorializzarsi in entità statuali, ma anzi cercando di tessere legami
contingenti e relativamente instabili, ad esempio meticciandosi in profondità
con culture europee al di là delle frontiere ufficiali, aveva prodotto vette
di pensiero in ogni campo, con alcune interessanti venature libertarie, e ciò
nonostante lo stereotipo shakespeariano dell'ebreo avido e taccagno, attento
ai propri ed agli altrui risparmi. Non appena questa cultura per necessità
libera da legami identitari con formazioni di sovranità si è
territorializzata in una entità, con una operazione europea che per salvare
la propria anima in (ipocrita) pena per l'olocausto ha dirottato le vittime su
una terra non-europea su cui scaricare non solo i sensi di colpa, ma anche
l'intera questione addossandola agli incolpevoli abitanti della terra di
Palestina, ebbene anche l'ebraismo ha assunto le vesti di una religione di
stato, adottando l'esclusività e la linea escludente tipica di una logica
manichea: chi sta dentro bene, chi sta fuori peste lo colga. Chi
ha criticato la pretesa arrogante e omicida dell'ideologia panserba ai tempi
della guerra di frantumazione della ex Jugoslavia, non può non rilevare le
assonanze con l'idea micidiale dell'Eretz Israel, ossia di una
cittadinanza immediata israeliana (ai sensi della Costituzione) a ogni ebreo
che si renda disponibile al "ritorno" in Terra santa (anche se da
secoli impiantato da generazione altrove), appropriandosi di notevoli segmenti
di storia e di geografia politica funzionali al disegno politico e alla
riunificazione religiosa in cui riconciliare fede e identità statuale,
esattamente come in Europa durante la guerra dei Cent'anni e dei Trent'anni
nel XVI e XVII secolo in cui vigeva la norma "cuis rex eius religio",
ossia la fede degli individui in dipendenza dalla fede del sovrano (ricordate
la strage degli ugonotti? ricordate "Parigi val bene una messa" come
scusa per una conquista politico-militare con cambio di fede religiosa non
solo per il re ma per tutta la popolazione, obbligata a restare attenta alle
mutazioni di corte?). Infine,
l'Islam altrettanto monoteista oggi vive una frantumazione che lo rende
debole, a differenza del minuscolo disegno egemonico ebraico e del gigantesco
processo di riconversione planetaria al cattolicesimo integralista da parte di
papa Woytila. L'Islam è diviso in due correnti principali, non riesce ad
acquisire una simmetrica unità tra ordine statuale e fede religiosa, giacché
l'adozione della shari'a è talvolta filtrata e modernizzata da altri
precetti che la rendono analoga all'uso cattolico del Nuovo testamento (perché
se fosse adottato il Vecchio, il fondamentalismo cristiano nulla avrebbe da
invidiare a quello musulmano…). Certo, la diversa condizione sociale,
politica ed economica dei paesi a maggioranza musulmana diviene un terreno
fertile per una tensione di riscatto che usa la religione in senso
fondamentalista contro la modernità imposta dal colonialismo, dalla
dipendenza dal capitale globale che si arricchisce seminando povertà e
miseria, dalle armi dei padroni occidentali del mondo, attirando così immense
masse di disperati usate strumentalmente come base sociale per nuove élites
politiche perfettamente inserite nella globalizzazione tecnologica,
informativa, finanziaria. Così,
superstizione, fanatismo, metamorfosi dell'autorità terrena in legittimazione
trascendentale, divengono un micidiale cocktail di sventura e di tragedia per
immense masse di popolazioni che, da sempre, sognano di poter vivere nella
concordia e nella serenità di differenze non costrette a doversi misurare su
un pensiero unico, su una società unica statualmente organizzata, su una
unica autorità divina. Salvo Vaccaro
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