Viviamo in un tempo nel quale il termine anticlericale (come il termine antifascista o antiautoritario) sembrano essere incomprensibili.
Le ragioni della critica al fideismo non trovano spazio visto che il senso comune si produce in contesto politico. La politica, scienza del governo, funziona a partire da assunti ideologici. L’ideologia si definisce come falsa coscienza, coscienza cioè viziata da pregiudizi.
Si produce quel corto circuito logico che ha già prodotto i mostri del ‘900: dal fascismo, allo stalinismo, al roosveltismo.
Dentro questo contesto i deliri teocratici di un papa o di un ayatollah non fanno più scalpore delle corna di Berlusconi.
Dentro l’indifferenza e la medietà si coltivano i progetti di potere della politica e della religione.
Nel centro nord del mondo la fanno da padroni i preti cristiani, nel sud est del mondo l’egemonia è in mano ai preti islamici. La simmetria di questi poteri completa il rapporto (ed il supporto, quando non la direzione) con i governi “civili”.
Ovunque le chiese non si danno come comunità di fedeli ma come propaggini degli ordinamenti statali con un rapporto di utilitarismi ed interpretazione della politica che trova la sua estrinsecazione pratica nel riconoscimento della “supremazia morale” dei dogmi e nei lauti finanziamenti che le casse “pubbliche” indirizzano alle casse clericali.
In Italia, l’ultima che abbiamo letto è la legge sugli oratori: 2,5 milioni di euro all’anno, più una serie di agevolazioni (ICI, comodati, altri fondi speciali, etc.). Di pochi mesi fa la legge che attiva il canale preferenziale di reclutamento degli insegnanti di nomina vescovile. Continua il fiume di denaro dell’8 per mille.
Ma se leggiamo le cronache europee o americane la musica non cambia (al massimo cambiano gli attori con una preminenza dei luterani nel mondo anglosassone). Se leggiamo, poi, le cronache dell’Africa o dell’Asia vediamo che il legame fra islam e potere statale non cambia anche là dove l’islam sembra essere elemento di contestazione radicale del potere.

Eppure il clericalismo non viene percepito come una struttura di potere. Anzi vi è quasi una “esotica” mitizzazione del dogmatismo. Per molti militanti anticapitalisti la radicalità dei preti mussulmani sembra essere un prodromo del perfetto rivoluzionario, quasi come le novelle papaline contro il capitalismo (salvo poi incassarne gli interessi) abbagliano Bertinotti e Veltroni.
La critica al capitalismo non è necessariamente volta all’emancipazione sociale ed alla diffusione della libertà. Può essere anche una critica al capitalismo esercitata in nome di ideologie reazionarie.
Non è infatti un caso che i legami militanti fra la destra politica (asse fasci-leghisti) e la militanza cattolica siamo profondi, altrettanto profondi della saldatura fra nazionalismo arabo e risorgente integralismo religioso di marca islamica.
Qui e là le organizzazioni specifiche delle chiese ed i partiti politici si fondono, le teocrazie sono latenti o istituzionalizzate.

Anticlericalismo quindi, come necessario antidoto al “sonno della ragione” al quale stiamo assistendo.

Walter

 

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