Il Cardinal Biffi contro il pacifista Tolstoj.

Il dibattito sui rapporti tra Chiesa cattolica e guerra ha registrato agli inizi dell'ottobre 1991 un significativo quanto discutibile contributo dell'Arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, il quale - in apertura della "Quarta settimana di formazione e studi" dei Cappellani militari italiani - si è polemicamente soffermato sulle interconnessioni tra coscienza cristiana e mondo militare. L'autorevole ecclesiastico ha criticato duramente le riflessioni tolstoiane sull'assoluta inaccettabilità della guerra, ed ha accusato il filosofo pacifista di aver riscritto il Vangelo eliminando il concetto di divinità di Cristo, col risultato di sminuire il messaggio religioso in una dimensione morale. Di qui il rigetto del "pacifismo pseudoevangelico di Tolstoj", nonché la susseguente riflessione nella quale la dottrina della nonviolenza è ritenuta contraria agli insegnamenti di Cristo.

All'obiezione di coscienza al servizio militare, Biffi ha anteposto l'obiezione cristiana di quanti si rifiutano di collaborare in alcun modo ad applicare la legislazione sull'aborto. Un raffronto invero piuttosto infelice, poiché - in quel contesto e dinanzi a quell'uditorio - si prestava a interpretazioni maliziose sui "figli della patria" e magari sui milioni di baionette pronte a tramutarsi in carne da cannone, come la storia italiana del ventennio fascista ha tragicamente mostrato.

La "provocazione" dell'alto prelato ha destato reazioni discordi: agli apprezzamenti di alcuni esponenti del partito liberale (da sempre in ottimi rapporti con il mondo imprenditoriale, inclusi i fabbricanti di armi) e del pacifista pentito on. Roberto Cicciomessere hanno fatto riscontro aspre critiche della Lega Obiettori di Coscienza, dei Verdi e dell'eurodeputato di Democrazia Proletaria Eugenio Melandri. La stampa ha trattato la questione con un discreto risalto (spicca l'incomprensibile eccezione de "Il Manifesto", che nemmeno ha passato la notizia del discorso): i quotidiani dell'8 ottobre hanno sintetizzato con titoli ad effetto il discorso del prelato: "Biffi attacca Tolstoj - Il cardinale difende il servizio militare contro l'obiezione di coscienza" ("Corriere della Sera"), "La non violenza è inaccettabile" ("La Repubblica"), "Militari all'indice? Non per la Chiesa" ("Avvenire", 1991) ecc.

La questione deve essere inquadrata in un generale contesto, nel quale la Chiesa ha ridimensionato le aperture del Concilio Vaticano in tema di armamenti: da tempo papa Wojtyla è solito rivolgere ai militari infervorati discorsi di esaltazione della vita di caserma, contrapposta - in termini di valori morali - al materialismo dilagante nella società civile.

Si presti la debita attenzione ad un segnale davvero indicativo: le gerarchie vaticane si sono inserite nello sfacelo dei regimi del socialismo reale con tutto il peso della collaudata tradizione concordataria. E ciò ha comportato novità anche sul terreno della presenza ecclesiastica nelle forze armate. Dalla scorsa estate cappellani militari cattolici operano negli eserciti dell'Europa Orientale (Armata Rossa inclusa). Il modello del "soldato di Cristo", insomma, sempre più verrà riproposto come fulgido esempio di avanguardia della società cristiana e dei valori "evangelici".

Ma torniamo alla questione di partenza. Il convegno dei cappellani italiani, apertosi nel clamore del vigoroso discorso di un cardinale, è stato coronato da due interventi non meno significativi, svolti rispettivamente dal capo di Stato Maggiore generale Corcione e dall'arcivescovo militare mons. Giovanni Marra. Il primo ha ipotizzato la trasformazione della NATO in una struttura operativa alle dipendenze dell'ONU (sulla suggestione dell'impiego contro l'Iraq), il secondo "ha insistito sulla concordanza tra l'essere cristiano e il servizio militare" (dal resoconto apparso su "L'Avvenire" il 12 ottobre).

Come si vede, perfetta concordanza tra le alte sfere cattoliche delle forze armate e le gerarchie del clero militarizzato, in una divisione del lavoro che realizza un'unità di azione ammirevole ed apre suggestive prospettive internazionali di "pacificazione armata". Possiamo immaginare l'amara delusione di quanti avevano tratto dall'opposizione della Chiesa all'intervento in Kuwait l'azzardata convinzione di un cambiamento epocale, che avrebbe portato i pastori a sospingere il loro gregge verso i lidi del pacifismo.

Ancora una volta i cappellani militari si sono prestati a fare da sponda a inappellabili sentenze di condanna del pacifismo, ed è difficile non riandare col pensiero al comunicato emesso nel febbraio 1965 dalla sezione toscana dell'Associazione Cappellani Militari in congedo, per deprecare l'obiezione di coscienza. In quell'occasione si levo' la voce profetica di don Lorenzo Milani a ricordare che l'obbedienza non è più una virtù. con don Milani si schierarono altri religiosi, ed una netta presa di distanza dal militarismo ecclesiastico venne poi assunta dal vescovo di Torino mons. Pellegrino.

Stavolta le argomentazioni del Biffi sono state tacitamente avallate dagli organi di informazione, ed il dissenso minoritario dei suoi confratelli non ha incontrato eco nei mass media, mentre le gerarchie ecclesiastiche sono rimaste in un compiaciuto silenzio per un discorso che "riequilibra" - dinanzi all'opinione pubblica ed alle gerarchie politico-militari - i termini del rapporto tra cattolicesimo e fenomeno bellico (levando di mezzo il ricordo "ingombrante" del pacifismo religioso d'inizio 1991).

Il meno che si possa dire delle argomentazioni biffiane è che esse paiono improntate ad un crudo realismo, dietro il quale fa capolino la vecchia tesi della "guerra giusta" (che in passato ha trovato centinaia di cappellani militari disponibili a giustificare ed a ricoprire di un manto religioso i conflitti armati). Se l'arcivescovo di Bologna non è ovviamente tenuto ad assumere posizioni profetiche in tema di violenza armata, si potrebbe almeno pretendere dal medesimo - in occasione di un discorso ai cappellani militari - un'adeguata meditazione critica sulle sciagurate connivenze tra il clero castrense e la guerra. Ma il cardinale, dimentico del passato, guarda in avanti ed intende collaborare all'opera di cattolicizzazione delle forze armate: tutto a maggiore gloria di Dio e del "decisionista" Cristo del Vangelo.

Mimmo Franzinelli