MA QUANTO COSTA LA PACE RELIGIOSA?
Dopo l'entrata in vigore del nuovo Concordato il Tevere sta diventando meno largo.
Le interferenze del Vaticano e di gran parte dell'Episcopato nella vita politica italiana potrebbero intensificarsi in virtù dell'art. 2 del nuovo Concordato, che riconosce alla Chiesa cattolica la possibilità di esprimere giudizi, pareri e raccomandazioni su qualsiasi problema, anche politico.
A molti è sfuggito il fatto che, con i nuovi accordi di Villa Madama, è stato abrogato l'art. 43 del Concordato Lateranense secondo il quale la Santa Sede "prende occasione dalla stipulazione del presente Concordato per rinnovare a tutti gli ecclesiastici e religiosi d'Italia il divieto di iscriversi e militare in qualsiasi partito politico".
Ne deriva che - essendo stato abolito tale divieto - vescovi e parroci potrebbero militare in partiti politici ed avere seggi in Parlamento, almeno teoricamente.
Tutto ciò sarebbe già discutibile in regime di separazione tra Stato e Chiesa; ma costituisce certamente una illogicità giuridica in regime concordatario.
Ogni specie di concordato rappresenta il risultato di vani tentativi di armonizzare due Entità diverse che si fanno concorrenza nell'affermare la propria sovranità nei confronti di un unico popolo, proponendo ai cittadini-fedeli valori etici quasi sempre discordanti.
L'assurdità giuridica dei concordati sta a dimostrare "ictu oculi" la loro inutilizzabilità sul piano pratico della tanto conclamata (e mai raggiunta) reciproca collaborazione tra i due Poteri.
L'unica collaborazione possibile (ed auspicabile) è quella di riconoscere solennemente la netta distinzione che da sempre separa le due istituzioni e che sempre le separerà.
Il conferire particolare rilevanza ad una sola religione costituisce non solo una illogicità evidente ma anche un privilegio che, sotto il profilo costituzionale, è inammissibile in quanto tutte le confessioni religiose hanno pari dignità e sono ugualmente libere di fronte alla legge.
Ma per gran parte dell'episcopato italiano il dettato costituzionale andrebbe invocato ed enfatizzato solo nelle norme che servono alla causa della affermazione dell'egemonia cattolica, e ciò perché "la realtà socialmente rilevante della maggioranza cattolica della popolazione italiana non consente che la religione cattolica sia considerata alla stregua di una setta qualsiasi" (Il Tempo, 19 febbraio 1984).
Secondo questo ragionamento sarebbe la legge del numero ad imporre di effettuare una graduatoria tra le confessioni religiose.
Sarebbe la quantità dei fedeli a garantire la verità della dottrina.
Se ciò fosse vero l'islamismo dovrebbe essere considerato come la vera fede, contando nel mondo il maggior numero di fedeli.
Gli stessi cristiani dei primi tre secoli dovrebbero essere considerati alla stregua di seguaci di una setta qualsiasi, dato che erano una minoranza nell'Impero romano. Ma proseguire il ragionamento sulla base di un criterio quantitativo per appurare la bontà di una dottrina religiosa è pura follia.
Ciononostante, secondo i vescovi italiani "per quanto possa essere considerato riduttivo il nuovo testo concordatario continua ad operare quel collegamento tra Stato e Chiesa che assicura una certa pace religiosa...".
Ecco il punto cruciale sul quale viene larvatamente insinuato il ricatto: la pace religiosa non potrebbe prescindere dal "collegamento" (privilegi e sovvenzioni finanziarie) tra Stato e Chiesa.
Sarebbe come dire: l'eventuale instaurazione di un regime di separazione indurrebbe il Vaticano a mobilitare i fedeli esortandoli a dissotterrare l'ascia di guerra.
Se questo avvertimento rivolto allo Stato non è un vero e proprio ricatto psicologico, è certamente qualcosa di analogo.
Ed allora la pace religiosa in questo (fortunato?) Paese dovrebbe avere un prezzo, da far pagare allo Stato in varie forme (soprattutto finanziarie).
E il concordato dovrebbe essere ancora utilizzato - alle soglie del terzo millennio - come strumento giuridico "ad hoc".
E così lo spirito laico che permea la Carta Costituzionale continuerà ad essere tradito per altri decenni; immolato sull'altare del più indecoroso opportunismo di certe forze politiche sedicenti laiche.
Non ci si avvede che l'antitesi tra i privilegi ed il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione è insanabile.
La più spigolosa pietra d'inciampo nei rapporti tra le due autorità è sempre stata rappresentata dall'ostinata difesa, da parte vaticana, dei privilegi concessi ai patrimoni degli Enti ecclesiastici.
Ad invelenire i rapporti tra Chiesa e Stato è sempre, in primo luogo, il vile denaro, a dispetto della missione spirituale affidata alla chiesa per la salvezza delle anime.
Si tratta di centinaia di miliardi di lire che ogni anno appesantiscono il deficit del bilancio statale e che vengono prelevati da tutti i contribuenti (cattolici e non).
Sarebbe ora di interrompere ogni rapporto finanziario tra Stato e Chiesa, senza lasciarsi intimorire dalle minacce di guerre religiose.
L'unico rapporto possibile e conveniente è quello di rispetto reciproco nella netta distinzione delle funzioni.
L'unica via percorribile è quella della completa separazione.
La tattica del ricatto sulla pace religiosa si sta rivelando come un'arma a doppio taglio, una specie di boomerang che sta facendo sgretolare l'unità politica dei cattolici.
Diventano sempre più numerosi i cattolici che desiderano una Chiesa fuori dalla mischia politica e spoglia di ogni specie di privilegi.
Sono questi cattolici che hanno voluto manifestare, in questi ultimi anni, il loro dissenso servendosi soprattutto dell'arma elettorale.
Dalle riflessioni di un vescovo scaturisce una obiettiva analisi della singolare situazione che si sta verificando oggi in Italia.
"Che cosa ha determinato il calo della Democrazia Cristiana nelle ultime elezioni?" si è chiesto Mons. Clemente Riva.
A questo interrogativo ha dato una risposta fondata su argomenti di tutto rispetto: "Si è parlato di demotivazione ideale etico- cristiana, di intelligenza degli elettori che non si fanno più strumentalizzare da clientelismi, di stanchezza e di sfiducia nei partiti... tutti motivi giusti, ma non sufficienti... Dalla fine della guerra a oggi vi è stato un graduale distacco della gerarchia nei confronti della Democrazia Cristiana. E la questione dell'unità dei cattolici è andata sempre considerandosi come un fatto storico contingente... La Chiesa può essere vista come la voce della coscienza morale ed evangelica... ma non ha un compito partitico, anzi dovrebbe segnalare anche le controtestimonianze che molti cristiani offrono al loro nome... Un partito non poteva più reggersi seriamente sul contributo delle parrocchie. La D.C. è in ritardo sul costituirsi come partito moderno, capace di organizzarsi autonomamente secondo una professionalità politica, ossia secondo una scienza e un'arte politica. E finché un partito si ferma solo sui vecchi scherzi furbeschi o fideistici, scivolerà sempre più in basso..." (Vita e Pensiero, dicembre 1983).
E' risaputo che il sistema della cooptazione è sempre stato applicato dalla Chiesa cattolica per selezionare la sua classe dirigente.
Con questo sistema viene perpetrato il suo carattere conservatore e viene garantita la sua disponibilità verso regimi tirannici che dimostrino di rispettare la sua "libertà".
L'espressione "libertà della Chiesa" - come bene rilevò Ernesto Rossi - significa, nel linguaggio vaticanesco, riconoscimento della religione cattolica quale unica religione dello Stato; preminenza delle autorità ecclesiastiche su quelle civili in tutte le questioni che, direttamente o indirettamente, riguardano l'altare; contributi dello Stato alle scuole di preti; immunità fiscali e mantenimento del clero cattolico con i tributi pagati da tutti i contribuenti (anche dagli atei e appartenenti a religioni diverse), e tanti altri privilegi.
Ma quanto costa allo Stato la cosiddetta pace religiosa?
Viene certamente a costare più di una guerra perduta.
Già durante il ventennio quasi tutti gli antifascisti erano convinti che, una volta crollato il regime, la Monarchia e la Chiesa sarebbero state chiamate a pagare il conto della loro collaborazione al fascismo (cfr. Rossi E., pagine anticlericali, ed. Samonà e Savelli, Roma 1966).
Il popolo italiano non avrebbe potuto obliterare la responsabilità della gerarchia cattolica nell'avvento e nel consolidamento del fascismo al potere, nello scioglimento del Partito Popolare di don Sturzo, nell'esaltazione della "fulgida impresa" di Abissinia, nella "crociata" contro il legittimo governo spagnolo, e in altri innumerevoli episodi di aperto incitamento ad obbedire alle autorità fasciste e a combattere al fianco delle truppe naziste.
Antonio Gramsci nel 1924 scriveva: "Il Vaticano è la più grande forza reazionaria esistente in Italia: forza tanto più temibile in quanto è insidiosa e inafferrabile. Il fascismo, prima di tentare il suo colpo di Stato, dove mettersi d'accordo col Vaticano" (Rivista storica del socialismo, dicembre 1961). Caduto il regime, bisognava immediatamente denunciare i patti Lateranensi e ripristinare le leggi risorgimentali limitatrici del patrimonio ecclesiastico. E bisognava anche adottare misure precauzionali contro i gesuiti che avevano dimostrato di essere troppo potenti (finanziariamente ed organizzativamente) nel frenare gli impulsi democratici che scaturivano dal popolo italiano.
Ed invece rimasero in poltrona quei prelati che si erano maggiormente compromessi nella propaganda filo-fascista (ad esempio il Card. Schuster), e i Patti Lateranensi furono inseriti nella Costituzione repubblicana.
Dopo aver elencato i benefici che la Chiesa ottenne in premio per la collaborazione con il regime fascista, Arturo Carlo Jemolo osservò: "...si andava oltre il precetto del "date a Cesare", oltre il rispetto e la collaborazione al governo legittimo; si consacrava non il governo, non la mentalità, ma il modo di vivere fascista; il non-fascista giungeva a chiedersi se la chiesa parrocchiale fosse ancora la sua chiesa e doveva cercare la messa delle prime ore se voleva evitarsi la predica, che troppo spesso era una carica a fondo contro tutti i governi democratici, massonici, che contrastavano ai provvidenziali piani del duce. E, dopo il '29, c'era forse pastorale o discorso solenne di vescovo che potesse non contenere la parola appropriata, l'invocazione, la benedizione, l'epiteto occorrente per il duce?" (Chiesa e stato in Italia negli ultimi cento anni, Einaudi, 1948).
La "Civiltà Cattolica" del 26 giugno 1940 (rivista dei gesuiti) si premurò di assicurare che i cattolici avrebbero "lealmente e animosamente compiuto il loro dovere di cittadini e di soldati... Negli schieramenti militari, a migliaia e a milioni, la parte più cara e rigorosa della famiglia, della società e della Chiesa è pronta a dimostrare con l'eroismo la sincerità del sentimento e dell'amore patrio e a suggellare col sangue l'adempimento coscienzioso di obblighi, che la religione avvalora, santifica e allevia".
I giovani cattolici venivano così incitati a combattere (in favore della guerra fascista) da coloro che dovevano continuare fino ad oggi a predicare la "pace religiosa".
Pio XII indirizzava agli spagnoli il 16 aprile 1936 un radio messaggio in cui manifestava "immensa gioia" per la vittoria di Franco, "con la quale Dio si era degnato di coronare il cristiano eroismo"; in quegli stessi giorni migliaia di prigionieri politici venivano fucilati dai falangisti di Franco.
Lo stesso Pontefice, il 7 giugno 1939, concesse udienza ai più reazionari seguaci dell'Action Française e il 6 luglio approvò la risoluzione con la quale il Sant'Uffizio revocava la proibizione di leggere quel quotidiano monarchico, messo all'Indice tredici anni prima perché il Cardinal Andrieux, arcivescovo di Bordeaux, lo aveva denunciato per "ateismo, agnosticismo, anticristianesimo, anticattolicesimo, amoralismo dell'individuo e della società".
Quando il maresciallo Pétain, ex allievo dei gesuiti, firmò il 16 giugno 1940, la capitolazione della Francia, l'Osservatore Romano esaltò il vecchio valoroso maresciallo che avrebbe portato alla guarigione spirituale della Francia, che - come aveva detto il dittatore del Portogallo, Antonio Salazar - poteva essere conseguita solo "sottraendo una mezza dozzina di principi alla legge, o all'arbitrio della relatività, immunizzandoli dalle pretese e dalle scosse del dubbio".
E in una serie di articoli pubblicati nel luglio 1940 l'organo ufficiale della stampa vaticana impartì le direttive che i governi formati da buoni cattolici avrebbero dovuto seguire - applicando "una mezza dozzina di principi" - per garantire ai cittadini l'unica libertà che veramente contava: la libertà di ubbidire alla Chiesa.
Pio XII non condannò mai apertamente le aggressioni naziste contro la Cecoslovacchia, la Polonia, l'Olanda, la Norvegia, la Danimarca, la Jugoslavia, la Grecia ed il Belgio.
Al suo confronto, osservò Ernesto Rossi, Pio X (il papa della lotta contro il modernismo) fu un papa progressista e liberale.
e nei suoi scritti Rossi fornì documentazioni sufficienti per dimostrare che il Vaticano ha collaborato con il regime fascista sulla base del "do ut des".
"la Santa Sede - scrisse nel 1958 - respinge ancora come opera diabolica i principi dell'89 che costituiscono il lievito spirituale dei regimi democratici in tutti i paesi dell'Occidente... Il vaticano sarà sempre il naturale alleato delle forze politiche reazionarie, dalle quali sa di poter più facilmente ottenere i privilegi necessari per espandere, non il Regno di Gesù, ma il regno dei gesuiti su tutto il mondo".
Imperdonabile errore delle forze laiche continua ad essere la remissività nei confronti del perdurante fenomeno di involuzione confessionale dello Stato. Tutto ciò poggia sul comodo alibi della asserita necessità di mantenere la pace religiosa, che verrebbe messa in pericolo se si assumesse un atteggiamento decisamente separatista.
I concordati sono un "modus vivendi" per la Chiesa nei confronti dello Stato, ed un "modus moriendi" per lo Stato nei rapporti con la Chiesa.
Tutta la storia d'Italia è un susseguirsi di estenuanti contrasti tra autorità civili e papato, tra liberalismo risorgimentale e integralismo cattolico con i suoi roghi, le sue scomuniche, le sue invocazioni di armi straniere sul suolo italiano.
Il risorgimento fu una sfida al totalitarismo cattolico perché promosse l'emancipazione della società civile dalla oppressione clericale. Mazzini nel 1852 sosteneva che il popolo italiano era chiamato a distruggere il cattolicesimo.
Mameli proclamava nel 1866 che l'Italia aveva una nobile missione da compiere: "difendere la libertà di coscienza, debellando nel Papato e nelle istituzioni che reggono il baluardo che ferma l'umanità".
Garibaldi odiava il papa e i preti. In una lettera inviata il 28 aprile 1861 alla Società Operaia Napoletana scrisse che sarebbe stato un sacrilegio continuare nella religione dei preti di Roma; "essi sono i più fieri e temibili nemici d'Italia. Dunque fuori dalla nostra terra quella setta contagiosa e perversa".
E in un'altra lettera inviata alla Società Italiana degli Operai, nell'ottobre dello stesso anno, accusava la "razza satanica" dei preti che (mentre l'Italia compiva ogni sforzo per raggiungere l'unità nazionale) erano propensi a vendere il nostro paese anche al Sultano e "venderebbero Cristo se non l'avessero già venduto da tanto tempo"; e così concludeva: "Fuggite la Chiesa, la bottega che puzza d'infetti rettili e non la permettete ai vostri congiunti".
La ragione della sua avversione al "pretismo" è illustrata nella prefazione alle sue Memorie: in esso aveva sempre individuato il "puntello di ogni dispotismo, di ogni vizio, di ogni corruzione... Il prete è la personificazione della menzogna. Il mentitore è ladro. Il ladro è assassino, e potrei trovare al prete una serie d'altri infami corollari" (3 luglio 1872).
Anche gli esponenti più moderati del Risorgimento (molti dei quali erano cattolici praticanti) rimasero indifferenti dinanzi ai collerici fulmini di un papa proclamato "infallibile" dal Concilio del 18 luglio 1870.
La breccia del 20 settembre disse al mondo che l'unificazione d'Italia era finalmente compiuta nonostante le minacce, le maledizioni e le scomuniche del papa "infallibile".
Non poteva essere fornita prova migliore dei sentimenti anticlericali di gran parte del, popolo italiano.
Ma sessant'anni dopo, con l'avvento del fascismo (cioè dell'antirisorgimento) veniva negoziata la "pace religiosa" che indusse molti vescovi a benedire perfino la guerra "santa" di Abissinia e la vittoria conseguita anche con l'uso di gas letali.
E la "pace religiosa" fece miracoli: la crociata di Spagna, in cui i cattolici italiani combattevano al fianco dei nazisti e dei marocchini mussulmani; la persecuzione contro i cattolici modernisti, primo fra tutti il sacerdote Ernesto Buonaiuti; il messaggio dei trenta vescovi e arcivescovi che espressero fervidi voti affinché Dio assecondasse il "pieno successo dell'umanissimo disegno del genio del duce" (dopo la dichiarazione di guerra, nel 1940) e "l'immancabile vittoria delle armi nostre luminosamente coronasse l'invitto vessillo italiano sul Santo Sepolcro".
Ciononostante, l'Altissimo non diede ascolto a siffatte implorazioni e il nostro paese subì una disastrosa sconfitta militare su tutti i fronti ed una sanguinosa guerra civile.
E pensare che - per ironia della sorte - un papa "infallibile" aveva riconosciuto in Mussolini (esaltatore della guerra) l'uomo inviato dalla Provvidenza.
La catastrofe pendeva come spada di Damocle sulla testa degli iatliani ma nessun prelato riusciva ad immaginarlo.
"Siamo sotto i preti", diceva il barbiere di Stendhal.
Con l'avvento della Repubblica democratica (1948) la gerarchia cattolica ha riassunto le redini del Paese per interposta persona, vale a dire mediante coloro che si autoqualificano laici "perché non portano le sottane attorno alle gambe", come scrisse Gaetano Salvemini.
"Come potrebbero Garibaldi, Cavour, Mazzini riconoscere la loro Italia in questa repubblica papalina?", si chiedeva Ernesto Rossi; "un'Italia in cui gli affari più sporchi si compiono all'ombra della Santa religione ed i più importanti posti di comando sono assegnati dai cardinali che si riempiono le tasche biascicando giaculatorie".
Ma non dobbiamo disperare. I miracoli non sono impossibili. Il Risorgimento e la Resistenza ne costituiscono prove inconfutabili.
Il compito storico delle forze laiche è quello di fare fronte unico contro la rimontante egemonia clericale in ogni settore della società italiana, contro i nuovi disegni reazionari sostenuti dai nemici giurati della libertà.
"Che diavolo di libertà vuole un popolo che tutti i giorni va a prostrarsi à piedi d'un prete, piedistallo di tutte le tirannidi e soldato del più atroce dè tiranni d'Italia? - scrisse Garibaldi agli amici di Bologna il 29 luglio 1868 - Io crederò che il nostro popolo vuol essere libero quando lo vedrò cambiar la bottega di S.Petronio in un asilo di indigenti; quando, sulla chierica del negromante buffone, lo vedrò infrangere il fiasco di S.Gennaro".
In una lettera al "Popolo" di Genova (6 settembre 1878) ribadì che il prete è "corruttore della gioventù nostra, spia e fautore dei nostri nemici e sempre pronto a tradirci... Noi li abbiamo veduti i colli torti, col crocefisso alla mano, precedere le soldatesche austriache che ci portavano la distruzione, l'incendio e la contaminazione".
Considerava i clericali alla stregua di sudditi di una potenza straniera che vuole "comandare, seminare discordie e corrompere" (Appello agli elettori, 22 febbraio 1867).
Nella coscienza del popolo italiano esiste da secoli la convinzione che il potere temporale ha generato corruzione.
In che cosa consisteva il potere temporale?
Luigi Settembrini così lo definiva: "l'insieme dei beni che i preti e i frati posseggono. Togliete loro questi beni, che essi hanno acquistato togliendoli alle vedove, ingannando i creduli, vendendo il paradiso, ... ed avrete distrutto il potere temporale. I clerici faranno ogni sforzo per conservarli, verranno a tutte le transazioni: si faranno anche maomettani per ritenere i beni che sono la vita, la verità, il Dio vivo e vero per loro. Dovremmo transigere sopra ogni cosa, meno che su questa. Togliete i danari ai preti e li vedrete diventare agnelli" (Scritti vari, Napoli 1880).
In che cosa consiste oggi il potere temporale?
Con Pietro Calamandrei si può rispondere che siamo in presenza di un "singolarissimo fenomeno di una repubblica democratica i cui governanti sono, spiritualmente ma non per questo meno rigorosamente, alle dipendenze di una monarchia assoluta: di un sovrano assoluto che ha il potere di dettar legge a uno stato che formalmente si regge a repubblica... Anche questa repubblica pontificia ha avuto e avrà la sua funzione storica; sta a noi far sì che essa sia una fase soltanto transitoria di una evoluzione in corso; sta a noi impedire che la rete degli interessi creati trasformi stabilmente questa democrazia appena nata in cronica tirannia confessionale e in dittatura guelfa" (Il Ponte, giugno 1950).
La laicità dello Stato non può essere considerata come un problema da strumentalizzare "ad usum delphini"; le forze laiche non possono barattare questo problema in cambio di compromessi di comodo, stipulati in nome di una "pace religiosa" negoziata a caro prezzo.
La pace religiosa non può essere trattata alla stregua di merce di scambio.
Altrimenti la battaglia laica assumerebbe i connotati di una farsa.
C. G. Sallustio Salvemini
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