ORA DI RELIGIONE CATTOLICA: IL PECCATO DI CHI NON SI AVVALE.

 

Mentre il personale politico dell'intera sinistra, in tutto il suo spettro, è attraversato da dibattiti epocali e da processi di autoanalisi, non rimane alla "base" che la possibilità dell'autorganizzazione per dare risposte di lotta, per il rispetto ed il soddisfacimento dei propri bisogni fondamentali.

Non esula da questa situazione, per altro esaltante per il contributo che può dare per l'affossamento di una politica basata sulla delega e sul professionismo, la lotta per non dover sottostare a scuola a diktat vaticani.

Il ripercorrerne le tappe principali è utile per cogliere il peso avuto dalle iniziative dei singoli e di gruppi autorganizzati, nel rompere quel clima conformista che, grazie all'asse DC-PSI, col beneplacito PCI, il "nuovo" concordato voleva riproporre per mantenere inalterato il ruolo della Chiesa nella vita sociale e politica del paese.

Il 14 dicembre 1985 l'allora ministro della Pubblica Istruzione, Franca Falcucci, firmava con il presidente dell CEI, cardinal Poletti, un'intesa per regolamentare l'insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole italiane. Tale intesa veniva sottratta all'esame del Parlamento grazie anche alla comunista Nilde Iotti che, nella sua qualità di Presidente, non la inseriva nel calendario dei lavori. L'Intesa era altamente peggiorativa rispetto alla situazione precedente: insegnamento specifico nelle materne per due ore; due ore nelle elementari anziché una; piena appartenenza dei docenti di religione nei consigli di classe. In più l'intesa legiferava anche per i non avvalentisi entrando nel merito dell'insegnamento alternativo che, per evidente paura della concorrenza, veniva svuotato di ogni significativa potenzialità. Le immediate proteste costringevano il Parlamento a prendere in esame la questione, ma con la copertura di Craxi ed il ricatto della fiducia, l'intesa e la Falcucci si salvavano con alcune modifiche: necessità di fissare a breve le caratteristiche dell'insegnamento alternativo; preferibile collocazione per le elementari all'inizio o alla fine delle lezioni; valutazione della religione su foglio a parte e non in pagella.

Subito nelle scuole si evidenzia il carattere discriminatorio dell'intesa: l'alternativa non è praticabile, mancano le strutture, insegnanti e materie rimangono indefinite. Agli scrutini poi appare chiara la disparità di trattamento tra studenti che hanno un insegnante in più o in meno.

Il 1.7.86 il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio accoglie un ricorso contro la Falcucci, ma il Consiglio di Stato interviene prontamente a bloccarne gli effetti sospensivi.

Il nuovo anno scolastico si apre con mobilitazioni studentesche ed iniziative da parte dei docenti e genitori. La CGIL decide finalmente di muoversi, ma lo fa senza convinzione e con una semplice raccolta di firme.

Le agitazioni costringono il Parlamento ad interessarsi nuovamente della vicenda e nuovamente lo schieramento governativo fa quadrato intorno alla Falcucci ed alle sue strumentali circolari.

La scadenza del primo quadrimestre vede una ripresa delle lotte con blocchi degli scrutini ed obiezioni di coscienza da parte di insegnanti che rifiutano di rendersi corresponsabili di una palese discriminazione.

Intanto il Pretore di Firenze, investito del problema dalla denuncia di un gruppo di genitori, chiama in causa la Corte Costituzionale in merito alla collocazione oraria dell'IRC e all'obbligo di restare a scuola per i non avvalentisi.

Nel luglio del 1987, mentre le mobilitazioni non accennano a placarsi, si registra una nuova sentenza del TAR del Lazio: l'obbligatorietà dell'ora alternativa viola l'intesa con le altre confessioni religiose, inoltre l'IRC è facoltativo e quindi va collocato in orario aggiuntivo.

Un'altra volta, su invito del ministro Galloni, interviene il Consiglio di Stato che sospende la sentenza del TAR. In settembre poi, per cautelarsi, Galloni con un'altra circolare inventa la scappatoia della "semplice presenza" a scuola per i non avvalentisi senza obblighi di sorta nei confronti dell'insegnamento alternativo.

La questione ritorna in Parlamento: la timida ipotesi di Galloni di collocare l'IRC alla prima ed ultima ora si scontra con le furiose proteste della CEI e del Vaticano. Il Papa scende in campo: Goria, allora capo del governo, corre a S.Pietro. In base ad un accordo diplomatico Italia-vaticano si va verso la stesura di una nuova intesa che riconferma però l'IRC all'interno dell'orario scolastico.

In ottobre, con l'apertura dell'anno scolastico, la situazione è nuovamente tanto tesa che il governo rischia la crisi per l'agitarsi delle componenti laiche (PLI e PRI). Il voto di fiducia raccolto si basa sulla caduta di obbligatorietà dell'alternativa e della scelta. Si chiede inoltre la revisione dell'intesa sui punti controversi: la Chiesa preme per il riconoscimento totale degli insegnanti di religione all'interno dei Consigli di classe.

Ennesima circolare di Galloni che colloca nuovamente l'IRC all'interno dell'orario. Che si tratti di una questione seria è evidente: mantenere l'IRC all'interno dell'orario vuol dire per la Chiesa mantenere una posizione di preminenza all'interno del sistema educativo mettendo in seria difficoltà la possibilità stessa di una reale facoltatività dell'insegnamento religioso: la facoltatività obbligatoria in sostanza. Se poi si aggiungono i "desiderata" vaticani in merito alla piena parità degli insegnanti d'IRC con gli altri insegnanti, e si considera il fatto che insegnanti e libri di testo sono di stretta competenza vaticana per quanto riguarda scelta ed adozione, si capisce la portata dello scontro in atto.

Nel dicembre 1987 inizia la revisione dell'intesa tra CEI e organi statali competenti. Di tale revisione non se ne sa più un granché. Evidentemente le pressioni sono tali da non consentire una soluzione abrogativa: IRC nelle materne, collocazione oraria e stato giuridico degli insegnanti sembrano essere i terreni di scambio.

Il 1988 registra, insieme alle solite contestazioni, la sentenza del Consiglio di Stato che annulla i deliberati del TAR del Lazio del giugno '87.

La Direzione del PCI si fa finalmente sentire nel febbraio '89 con una clamorosa (!?) proposta risolutiva: l'introduzione a scuola dello studio non confessionale delle religioni, naturalmente facoltativo e svolto da insegnanti della scuola pubblica aventi titolo, senza valutazioni di sorta. Sempre in febbraio, 350 intellettuali firmano un manifesto per il superamento del Concordato, individuato come l'origine di tutte le storture dell'IRC nella scuola.

Finalmente la sentenza n. 203 della Corte Costituzionale del 19.4.89 nello stabilire a chiare lettere che "Per quanti decidano di non avvalersi dell'IRC l'alternativa è uno stato di non obbligo" apriva un nuovo fronte di lotta che la mozione approvata prontamente in parlamento dallo schieramento DC-PSI-MSI-PSDI, in seguito all'ennesimo dibattito, tentava invano di bloccare sul nascere, riconfermando l'obbligo di rimanere comunque a scuola per i non avvalentisi.

Mentre il ministro dimissionario Galloni si impegnava ad emanare una circolare applicativa della sentenza per l'inizio dell'anno scolastico 1989-90, venivano prontamente stanziati i fondi per fornire gratuitamente agli studenti delle elementari avvalentisi dell'IRC il libro di religione cattolica (che è arrivato, in molte situazioni, ben prima di quello generale).

Il TAR del Lazio sentenziava poi sulla non obbligatorietà di presentazione del modulo di scelta all'atto di iscrizione a scuola.

A settembre nessuna circolare e a tutt'oggi il nuovo ministro, il democristiano di "sinistra" Mattarella, continua a soprassedere. Il permanere delle circolari precedenti (per altro già contestate) alla sentenza della Corte Costituzionale, e la loro applicazione a piacimento, dà vita a situazioni di assoluto arbitrio, denunciate dalle numerose iniziative di base.

Si va dalle assemblee dei genitori nelle scuole elementari alle manifestazioni studentesche nelle superiori che richiedono lo spostamento dell'IRC in orario aggiuntivo, cioè fuori dall'orario curricolare, alle prese di posizione delle confessioni non cattoliche, alle denuncie legali, ai contenziosi particolari, alla pubblicazione di dossier specifici.

Un movimento importante che non si fa frenare dalla vocazione collaborazionista e liquidatoria dei vertici politici e sindacali, laici e progressisti, e che nelle iniziative di più ampio respiro anticlericale (come i Meeting di Fano, di Pisa, di Reggio Emilia, di Milano ecc.) trova un supporto indispensabile per l'affermazione delle esigenze collettive ed individuali di libertà.

Un movimento che non si deve fermare e che, nella molteplicità delle sue espressioni, deve battere tutte le strade ritenute necessarie.

La caratteristica del Concordato è stata quella di consentire una semplice messa a punto del rapporto Stato-Chiesa, con la eliminazione dei rami secchi, e l'ammodernamento del linguaggio, ma la preminenza della Chiesa è rimasta sostanziale. Infatti nella indeterminatezza del linguaggio, coperta da altisonanti dichiarazioni di principio, sono passati concetti ben più invadenti di quelli contenuti nel Concordato mussoliniano. L'IRC se prima veniva "consentito", adesso deve essere "assicurato"; nei programmi delle elementari la formula che vedeva l'IRC "fondamento e coronamento" dell'istruzione viene ora sostituita con un giro di parole che rivela la volontà di allargare la sfera di influenza.

D'altronde il rapporto Stato-Chiesa è sempre stato portatore di autoritarismo e conservatorismo. Lo stato preme sulla chiesa per esaltarne l'aspetto conservatore soprattutto nei suoi insegnamenti di ordine, umiltà, obbedienza, reprimendo ogni possibilità di rinnovamento interno; dal canto suo la Chiesa esige tranquillità e riconoscimento dallo stato per sviluppare la sua azione, privilegiando quindi forme di governo stabile, che uniformi le sue leggi ai propri dogmi.

Il Concordato sancisce e rafforza questo binomio a scapito di tutte le libertà individuali e collettive.

Nella battaglia contro le discriminazioni indotte dall'IRC occorrerà avere molto chiaro che il punto di svolta non è tanto la revisione dell'intesa, quanto lo scioglimento del Concordato, ed attrezzarsi di conseguenza.

 

Massimo Varengo

 

 

 

 

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