LETTERE

 

A PROPOSITO DI GUERRA: IL VERO VOLTO DELLA CHIESA CATTOLICA.

La religione positiva (cosa ben diversa dalla religione naturale e dalla religiosità) è l'ideologia della politica primitiva e, in particolare, del potere assoluto. Assoluto per due ragioni: perché si basa sull'autorità inconcussa conferita da dio ai suoi rappresentanti; perché invade e pervade tutta la vita dell'uomo (suddito credente) dalla sfera privata a quella pubblica.

La chiesa cattolica è sì un istituto religioso, ma solo in questo senso. Anzi, è l'esemplare più integro di un potere assoluto, in cui l'autorità divina - e il connesso "diritto divino" - sono interpretati infallibilmente dal suo capo supremo. Dal punto di vista laico e, oggi, anche scientifico, è il peggiore dei possibili istituti politici tradizionali, perché assomma tutti gli attributi negativi del potere politico primitivo, non esclusi il maschilismo con la conseguente ipocrita sessuofobia, il razzismo ideologico (intolleranza) e il macchiavellismo finalizzato alla conquista e all'esercizio, come che sia, del potere che, privato, suo malgrado, della dimensione territoriale- temporale, continua ad imperversare per delega, per interposta persona, parassitariamente. [cerca di modificare la punteggiatura in questo periodo]. C'è da aggiungere il famigerato antisemitismo che, sempre per effetto di certo progresso storico della cultura e della civiltà, la chiesa ha dovuto "ridimensionare".

La dottrina sociale, cristiana di nome, ma di fatto ispirata all'insegnamento della chiesa cattolica, rientra appunto nel cennato macchiavellismo, ma giustifica solo in parte l'atteggiamento ed il comportamento dei politici sedicenti democratici-cristiani che, come protagonisti e gestori della "cosa pubblica", dovrebbero essere consapevoli e responsabili, ma che nella "democrazia" hanno un termine totalmente estraneo alla tradizione del cattolicesimo. [questa frase si potrebbe togliere totalmente o sintetizzare]

Perciò, quanto ha dichiarato Papa Wojtyla in occasione della visita alla caserma romana della Cecchignola non fa che confermare le linee "politiche" di sempre dell'istituto che lo stesso rappresenta. Egli ha detto, tra l'altro: "il servizio militare è per sua natura una cosa molto degna, molto bella, molto gentile. (sic!) Il nucleo stesso della vocazione militare è la difesa del bene, della verità e soprattutto la difesa di quelli che sono aggrediti ingiustamente. in questo caso la guerra può essere giustificata. Naturalmente, questa difesa può provocare anche la morte dell'aggressore, ma è lui il colpevole in questo caso". Dunque, "fare la guerra non è peccato" (sic!) (vedi "Il Resto del Carlino" del 3 aprile 1989).

Che la violenza possa essere motivata dal diritto all'autodifesa, dal dovere di difendere l'aggredito o, comunque, per evitare un male maggiore, non ha niente a che vedere con la teoria della guerra fra gli stati i quali, anche nelle eventuali "cause giuste", pongono innocenti contro innocenti.

L'accreditamento globale di tale teoria, che pone il diritto del potere in quanto tale, al di sopra del dovere morale, indica semplicemente che la chiesa (oggi ammantata di ecumenismo) è soltanto uno stato nel senso più reazionario della parola; il modo e i termini apologetici con cui egli lo fa, ci da la misura intellettuale-culturale dell'autore, non raramente oggetto di valutazioni sviscerate e gratuite. Non ci vuole tanto per leggere fra le righe l'approvazione potenziale e preventiva di ogni guerra contro il mondo ateo e comunista!

L'elogio papale del servizio militare ha il merito di riportare al centro dell'attenzione la sempre viva virulenza del clericalismo (nell'accezione onnicomprensiva del termine). Quei settori benemeriti del mondo cattolico, sostenitori dell'antimilitarismo e dell'obiezione di coscienza (nello spirito del nobile-ingenuo Don Milani, secondo cui "l'obbedienza non è più una virtù"!), invece di scatenare delle (sia pure giuste) polemiche, dovrebbero convincersi di non conoscere abbastanza la vera natura dell'ideologia cattolica, di non poterla cambiare senza distruggere l'istituto che in quella ha la propria ragion d'essere e di dover trarre da ciò tutte le logiche e pratiche conseguenze.

 

Carmelo R. Viola

 

 

 

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