TEOGONIA
Julia Chamorel, autrice di questo brano, è nata e cresciuta a Ginevra tra le due guerre mondiali. Compagna del pittore Xavier Bueno, si trasferì a Parigi. Durante l'ultima guerra fu in Italia. Ha scritto romanzi, saggi, novelle, teatro di prosa, racconti di viaggio ...e fatto traduzioni facendo conoscere scrittori italiani in Francia e francesi in Italia. Ha pubblicato 4 romanzi: Les compagnons d'Hannelore (Ed. Seuil '57); Les verts Paradis (Ed. Julliard '60); Colin-Maillard (Ed. Gallimard '63); La cellule des ecoliers (Ed. Age d'Homme '84).
Come tutti i mammiferi, la donna sviluppava una forma particolare d'intelligenza che si andava atrofizzando nel maschio dalle mammelle sterili. Il pitecantropo non ne pativa più della lepre o dell'elefante ai quali l'ambiente naturale fornisce alimento e riparo. Per l'uomo invece, o che si fosse degradato il suo ecosistema o che si fosse la sua specie sparsa al di là dei limiti del proprio spazio vitale, la prole che arricchiva la mente della madre non faceva raddoppiare senza profitto personale evidente le incombenze ordinarie del padre. Egli si sentì frustrato e la donna crebbe in presunzione: certo Dea l'aveva privilegiata!
Ma l'uomo che aveva sempre più da fare, costretto a pensare compensò il manco con l'ingegno. Ed ebbe il suo dio maschio seduto nel cielo della sua testa e che gli suggeriva utili espedienti tecnici, e lo consolava delle sue fatiche promettendogli la prosperità, la luna e tutto quanto purché gli rimanesse infinitamente fedele e sempiternamente ubbidiente.
Era ancora, infatti, così infantile ed innocente da non riconoscere in sè altra virtù che non fosse di mera ubbidienza a quanto riteneva sacro.
La donna ne rideva: "Il tuo dio non è che vento" - diceva.
E infatti, l'uomo non sapendo far a meno di rappresentazioni concrete nominava "soffio di vita" un dio inconcepibile quanto inconcepito e lo paragonava col vento che, seppure invisibile e inafferrabile, si manifesta ad ogni istante: "spiritus" lo spirito, in latino è vento. Una maiuscola ed ecco fatto! Lo Spirito produce l'anima (d'"anemos", il vento greco) e quel dio puro spirito ispirava all'uomo quella parte d'intelligenza che alla donna invidiava. La Dea - si affrettò a concludere - fornisce alle sue creature la materia bruta - polvere, fango, argilla - che il Mio Dio, nel ventre delle femmine, trasmuta in carne ed ossa e sangue animandole dal soffio delle Sue narici e se figli miei modellandole alla Sua immagine.
Il suo amor proprio così restaurato, l'uomo smise di rodersi il fegato, indi di vantarsi e la donna di burlarsi. Amandosi molto e parlando poco, ciascuno, senza offendere l'altra, si confortava con la propria intima fede.
Si accordarono sui riti comuni di una pietà formale che, giustapponendo credenze opposte, pareva coniugarle. E fù tra di loro come nuove nozze e, durante alcuni incalcolabili millenni, essi concorsero insieme ad una medesima creazione: nell'Eden, il Giardino ricostruito sulla terra con l'aiuto del cielo. Tutti quanti gli umani ne conservano il ricordo, vago come sogno, ma indelebile. Molto a monte del cataclisma.
Giacché l'uomo che conosciamo è figlio del cataclisma, sappiamo che ne furono parecchi, ma l'ultimo in data scancella le cicatrici dei precedenti e ciascun popolo non ha mai più di un'unica leggenda per spiegare alle generazioni le origini del male e dell'infelicità.
per l'uomo della genesi biblica è presumibile che sia stata la crepa mostruosa che scisse in due l'Africa, da nord a sud in tutta la sua lunghezza e la sua parte di foresta che poco a poco si desertifica. Ma ben più tardi, a Gerusalemme, gli autori della Scrittura non consentirono a ricordarsi che del Diluvio che dava a loro il vantaggio dell'antenato Noè, l'ultimo dei giusti in un mondo depravato di cui si perde ogni traccia.
Innumerevoli speci furono inabissate ma il genere umano, a forza d'industria e di ostinazioni riuscì a sopravvivere adattandosi ai climi più inospitali dove ne Dea ne Dio avevano previsto niente per lui.
Ma era distrutta ormai l'armonia, svanita la beata creatività non curante del Paradiso. L'unità della coppia si era infranta e quello che li separava non era l'ubertosa vallata del Nilo! Ciò che nel periodo pre-edenico non era stata che un'incrinatura appena percettibile che il miele dell'amore tosto ricementava, si allargava in un abisso d'incomprensione e d'intolleranza, e nessun ponte era gettato da un orlo all'altro.
Il male era di religione, quindi irrimediabile. Giacché da quando mondo è mondo, tutti i mortali credono quello che a loro pare e piace a seconda dei desideri più cari e profondi, e con tanto più fervore e caparbietà che la credenza essendo fondata sull'inconoscibile, niente può mai essere provato ne dimostrato che vinca la convinzione.
Per l'uomo era stata la Dea che, in un accesso di furore ingiustificabile aveva rigettato lo Sposo celeste. La donna invece professava che era stato il Cielo che per primo, aveva devastato la terra.
E non potevano sciogliere il terribile nodo perché temevano più di ogni altra cosa la disputa teologica in cui ogni parola dell'uno è bestemmia per l'altro e l'orecchio che intende pecca quanto la bocca che proferisce. Non potevano dunque spiegarsi sulle cause reali del loro dissidio e l'esasperazione si scaricava in estenuanti litigi a proposito di tutto e di qualunque cosa. "I soliti futili motivi" come dicono i giornalisti quando una baruffa coniugale va a finire in fatto di cronaca.
Per scongiurare la catastrofe, un altro castigo divino sempre in sospeso sopra le loro teste o sotto i loro piedi istituirono una rigorosa divisione delle mansioni e come naturalmente presero l'abitudine che tosto si fece tabù, di riunirsi per lavorare e praticare i culti rispettivi tra uomini da un lato, tra donne dall'altro. E non si incontravano più se non quando erano spinti l'uno verso l'altra dall'irresistibile desiderio animale. Ma la gioia indicibile del ritrovamento non era che un lampo in tenebre dove le anime restavano separate, all'ascolto di voci contrarie. Avrebbero voluto nascondersi dal Cielo e dalla Terra, urlare la sconfessione del piacere preso a malincuore dallo strusciamneto dei ventri. Fù così che dell'amore stesso, si fecero un peccato mortale.
In Eden, la Voce che ascoltavano con un solo e medesimo cuore aveva detto: "Ecco vi ho dato ogni erba che porti un seme e ogni albero che ha in sé frutto d'albero che porti sementa: questo sarà il vostro cibo. E a tutti gli animali dei campi e a tutti gli uccelli del cielo, e a tutto quanto si muove sulla terra e che ha in sè un'anima viva, ho dato ogni erba verde per cibo".
Ma frutta e semi si erano rarefatti e molti lunari erano duri da sbarcare. Si misero dunque a mangiare le più tenere delle erbe verdi riservate agli animali. Senza rimorso perché avevano osservato che tutte le erbe, se si lasciano crescere e maturare finiscono con l'ingiallire e portar seme, e che gli uccelli poi erano ghiotti di certe semi minuscoli di cui loro non sapevano che fare - e che inoltre il bufalo, l'onagro, la capra si accontentano benissimo di erbe secche, di spinosi, di vecchie radici. Videro altresì che parecchi animali ne divorano altri e questo discreditò un pò la Voce - di Dea ancora? Non si sapeva più. Taceva ormai da tanto tempo!
Poi venne il giorno in cui, imperversando la carestia, avvenne loro di abbattere e sbranare l'animale che gli brucava l'erba sotto i piedi. E diventarono rivali della fiera che avevano bandita per la sua impurezza.
Ma non appena fù piena la pancia e calmati i gridi dei bambini, sentirono orrore del sangue che aveva estinto la loro sete.
E questo fù il "peccato originale", il "peccato della carne", così abominevole che non poterono raccontarlo ai figli. Nella favola che ne fecero, credettero di aggiustare le cose rovesciando cause ed effetti, (il che non è da stupirci, lo facciamo anche noi civilizzati e addirittura in buona fede, ogniqualvolta c'entra un interesse cosiddetto "maggiore".
Raccontarono dunque che per aver essi mangiato di un frutto che "portava morte" furono cacciati dal luogo meraviglioso della loro nascita.
In questo modo, la fede nella Giustizia era salvaguardata il crimine travestito in mera disubbidienza, l'unica colpa imputabile al bambino la cui innocenza viene - non punto innocentemente - confusa con l'ignoranza. E a fin di prolungare quell'innocenza dei piccoli che gli rinfrescava l'anima, e a volte li riavvicinava in tenerezza, inventarono che quel frutto maledetto, lo avevano colto sull'"Albero della Conoscenza", facendo così della curiosità la fonte di tutti i mali. Di modo che i bambini "buoni" si guardavano bene dal fare troppe domande e di aprire troppo grandi gli occhi e le orecchie.
E da allora, gli educatori, da secolo in secolo, non smettono mai di mentire ai bambini. E reciprocamente giacché niente può mai impedire nel corpo crescente, l'occhio di osservare, l'orecchio di affinarsi, il cervello di lavorare. E i bambini sapendo quanto può costare di svelare troppo presto le parti vergognose dei genitori, imparano a dosare e scegliere le proprie bugie ed a riparasi le chiappe ruminando intanto vendette per quando saranno grandi.
Ovviamente hanno molte volte sorpreso le caccie allo spuntare del giorno e gli amplessi nell'oscurità della notte.
Per la caccia, fanno presto a capire giacchè porta loro l'alimento più prezioso, un vantaggio immediatamente percettibile. Mentre lo scopo e il risultato della copulazione non sono evidenti. E siccome non ne sentono il desiderio, si figurano che sia questo il "peccato di carne" contro il quale vengono messi in guardia.
E a loro pare inutilmente stupido di chiamare "mela" quella cosa che ripugna ai loro sensi. Nel frattempo, il sentimento di porcheria s'incide nel cervello con tanta forza che quando arriva il loro turno, colpevolizzano tragicamente le loro inclinazioni naturali snaturate in "tentazioni" e tutte le delizie della luna di miele non varranno a ripulirne il loro spirito. E il sentimento di trasgressione gli avvelena la felicità ma anche intensifica il godimento, tale un trionfo sugli dei e il giudizio altrui. L'ateismo di alcuni data da quel momento. "Che si perpetui la mia gioia e tanto peggio per la Giustizia!"
Ma poco numerosi quelli affrancati dal sacro, tentennante ed incerta la loro fede negativa, e soprattutto, fino a poco fà, minacciata perfino la loro esistenza se si arrischiano a manifestarla.
E la gioia svanisce, e il dubbio s'insinua e tutto si livella nell'uniformità della pena.
E come hanno fatto i loro vecchi, i giovani genitori s'impastoiano nelle proprie menzogne. Sempre sperando, disperatamente, di guadagnare dalla propria progenie una fiducia ed un rispetto immeritati e salvare ad ogni costo la fede in una Giustizia impenetrabile all'intelligenza ma senza la quale la vita è troppo dura per tutti.
Julia Chanorel - Estate 1981
Tocca il diavolo per tornare alla Home Page