VITA ILLUSTRATA DI
SIGISMONDO PANDOLFO DEI MALATESTI
SIGNORE DI RIMINI E FANO

di Francesco Ambrogiani
   
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     Sigismondo Pandolfo Malatesti nasce a Brescia nel giugno 1417 da Antonia di Giacomino di Barignano, nobildonna lombarda, e da Pandolfo Malatesti, già signore di Fano, diventato signore anche di Brescia e di Bergamo nel 1404 grazie ai servizi resi combattendo in favore dei Visconti, i potenti duchi di Milano. Sigismondo è il secondo di tre fratelli: Roberto, nato nel 1421, e Domenico, nato nel 1418.
     Persa la signoria delle città lombarde nel 1421, Pandolfo ritorna con tutta la sua famiglia a Fano, dove muore nel 1427.
     I tre fratelli vengono allora affidati allo zio Carlo Malatesti, signore di Rimini, che non avendo figli, nomina eredi i nipoti.
     Alla sua morte, avvenuta nel 1429, la signoria malatestiana, comprendente Rimini, Fano e numerose altre città delle Marche e della Romagna, viene affidata a Roberto Malatesti, il maggiore sei tre figli di Pandolfo. Ma due anni dopo, nel 1431, anche Roberto muore, e la signoria passa ai due giovani fratelli Sigismondo Pandolfo e Domenico.

     Sigismondo Pandolfo della famiglia dei Malatesti diventò signore di una delle più ricche provincie dello stato della Chiesa; i suoi domini si estendevano in Romagna, da Rimini fino al Montefeltro, e nelle Marche settentrionali, da Fano fino a Senigallia.

     Come tutti i suoi avi, Sigismondo esercitò il mestiere di soldato e, per le sue virtù guerriere, diventò uno dei maggiori condottieri attivi in Italia negli anni attorno alla metà del 1400; per celebrare la gloria sua e quella del casato fece ristrutturare a Rimini la chiesa di San Francesco, e la abbellì con opere di artisti preminenti, tra cui Piero di Borgo di San Sepolcro e Leon Battista Alberti.

     Ma, nel 1460, per recuperare alcune terre che aveva dovuto cedere alla Chiesa poco tempo prima, mosse guerra contro Papa Pio II, che in quel momento era impiegato con tutte le sue energie per aiutare il re di Napoli, minacciato da una ribellione di baroni; il papa reagì in maniera violentissima al tradimento del suo feudatario;il giorno di Natale del 1460scomunicò Sigismondo Pandolfo, dichiarandolo decaduto da tutti i suoi domini, e accusandolo di essere bugiardo, crapulone, assassino, avaro, uxoricida, bestemmiatore e altre abominevoli sozzure; ancora insoddisfatto, Pio II fece preparare alcuni fantocci con le effigi del traditore, e le fece bruciare, come fossero eretici.

     A quelle spirituali, Pio II fece poi seguire le armi temporali; dopo aver atteso la sistemazione delle cose nel regno di Napoli, nel 1462 il papa inviò contro Sigismondo un forte esercito, guidato da Federico dei Montefeltro di Urbino, acerrimo rivale del riminese; la guerra segnò la disfatta del Malatesti, che perse Fano e tutte le terre nelle Marche, mentre in Romagna mantenne la sola Rimini; specularmente, la sconfitta di Sigismondo avviò la trionfale carriera del signore di Urbino, che diventò il signore incontrastato del Montefeltro e il maggiore dei condottieri italiani.

     La singolarità di Sigismondo Pandolfo non risiede tanto nella sua parabola politica e militare, quanto nella dannazione della memoria; la violenta invettiva di Pio II diede l'avvio ad una secolare tradizione che bollò il signore di Rimini come personaggio violento, sentina di ogni vizio; la stessa chiesa di San Francesco di Rimini fu chiamata "tempio", per rimarcare l'empietà dell'autore, quasi che avesse voluto fare di un edificio religioso uno sberleffo alla cristianità.

     Ma altri storici, spinti da pietà verso quel principe sfortunato che aveva lasciato nelle terre fra Marche e Romagna tanti segni della sua intelligenza, hanno cercato di ridimensionare la mole d'accuse che gli era stata rovesciata addosso, di scrostare i luoghi comuni, le esagerazioni, e di rivelarlo nell'interezza dell'uomo del suo tempo, con le sue passioni, le abilità, le ingenuità, gli errori, gli amori; si tratta di un percorso inverso a quello avviato per Federico da Montefeltro, che nonostante l'assassinio del fratello, è stato sempre raffigurato come l'essenza della fedeltà, della temperanza, ecc.:se Federico deve essere riportato in terra dal paradiso di perfezione in cui l'ha collocato la tradizione sgorgata dai suoi primi biografi, allo stesso modo anche Sigismondo deve essere riportato sulla terra, ma sollevandolo dall'inferno in cui l'hanno gettato gli anatemi di un papa irascibile.

 

FRANCESCO AMBROGIANI
L'autore dei disegni e dei testi è nato a Urbino nel 1957, e vive e lavora a Pesaro, dove svolge l'attività di ingegnere.
Nel 1985 ha pubblicato "Storia per immagini della Banda Grossi", su una vicenda di brigantaggio della provincia di Pesaro e Urbino dopo l'unità d'Italia; successivamente ha realizzato i disegni per il libro "Forma Urbis", dedicato alla storia urbana di Pesaro, pubblicato nel 1991.
Attualmente collabora alla rivista "Pesaro. Città e Contà", con ricerche sulla signoria degli Sforza, e alla "Miscellanea Storica della Valdelsa", con articoli riguardanti alcuni aspetti di storia senese nella seconda metà del quattrocento.

VITA ILLUSTRATA DI FEDERICO DEI MONTEFELTRO SIGNORE DI URBINO